Si discute molto in questi mesi di quale sia il destino dei giornali. Dal  punto di vista del controllo azionario, della tutela dell’informazione e dell’indipendenza dei redattori. Il tutto sapendo che il digitale sta radicalmente mutando sia la professione che la fruizione dei quotidiani.

La vendita de la Repubblica e de La Stampa (specialmente dopo l’annuncio della possibile trattativa in esclusiva con la Sae), oltre a essere tema di attualità, dovrebbe essere un momento di riflessione sia per i giornalisti che per i lettori.

calcoli mercantili

Per capire meglio la questione consiglio di leggere il saggio “Il giornalismo italiano fino al 1915” di Luigi Einaudi.

Il volume contiene vari spunti di estremo interesse. “I più avevano avvertito che a poco a poco il giornalismo si era trasformato; e per lo più si lamentava che da foglio di idee, fatto vivere dai fedeli di un gruppo o di un partito, per difendere le idee del partito, il giornale fosse diventato un notiziario fondato su calcoli mercantili di vendita di copie al pubblico e di avvisi agli inserzionisti di pubblicità. Ed altro ancora si lamentava: che i giornali non più facili a fondare da chi aveva molte idee in testa e denari in tasca, dovessero essere mantenuti, a suon di milioni, da gruppi bancari ed industriali, intesi a difendere i propri interessi privati, per lo più contrastanti col pubblico interesse. Uomini di alto sentire nutrivano opinioni così fatte; ai quali era impossibile persuadere esistessero giornali che non fossero l’organo di questo o quell’interesse…”, dice Einaudi.

interessi e partito

Prosegue l’ex presidente della Repubblica: “Esistevano, è vero, giornali di interessi e giornali di partito; ma i pratici di giornalismo sapevano che i giornali di interessi, se erano numerosi e clamorosi, erano tuttavia un investimento a fondo perduto da parte di siderurgici, armatori, agrari e cotonieri, allo scopo di poter addormentare la coscienza degli uomini politici a cui si chiedevano provvedimenti protezionistici o favori di appalti o di sovvenzioni e si doveva far mostra di chiederli in nome di qualche principio. Ma non erano letti da nessuno e non esercitavano alcuna presa sull’opinione pubblica, perché, in regime di concorrenza di idee, il fiuto del pubblico era infallibile ed esso, pur protestando che i giornalisti erano tutte penne prezzolate, comprava e pagava solo quei fogli che in cuor suo sentiva non essere pagati da altri che dai suoi soldi. Pur letti erano i giornali di partito, specialmente quelli socialisti, quasi soli sopravvissuti della specie; ma quelli stessi che avidamente li compravano e li leggevano per rafforzarsi nella propria fede religiosa, spesso acquistavano un secondo e un terzo giornale di notizie, per sapere come andavano le cose in questo vil mondo borghese”. 

industria nuova

Prosegue ancora l’economista: “Che cosa era quest’ultima varietà giornalistica? Era la creazione di pochi uomini, tanto pochi che forse si stenta a far passare, noverandoli, tutte le dita di una mano, i quali avevano capito che nel mondo moderno c’era posto per una industria nuova, indipendente da tutte le altre industrie, intesa a vendere al pubblico notizie e avvisi di pubblicità. Sembra un’idea da poco; ma quegli industriali, i quali fornivano milioni per fondare giornali e poi si arrabbiavano nel constatare che nessuno li leggeva ed essi avevano buttato i milioni, non avevano capito che i milioni erano inutili anzi dannosi; ché il mezzo più sicuro per non vendere neppure una copia era quello di spendere denari di altre industrie per far vivere quella giornalistica; che l’unica speranza di successo era, per il fondatore di un giornale, di non accettare quattrini da nessuno e far fuoco con la propria legna. Ignoravano, costoro, che il maggior giornale italiano di notizie era stato iniziato dal suo fondatore senza un soldo, sulla base di una modesta cambiale firmata da alcuni suoi facoltosi amici, e scontata nei modi ordinari; cambiale che fu a poco a poco rimborsata coi proventi del giornale medesimo; il quale, d’allora in poi, sempre pagò a quegli amici ed ai loro eredi fior di dividendi e, sempre dando e mai ricevendo alcunché, poté perciò mantenersi, anche nei loro rispetti, indipendentissimo”.

secondi a nessuno

Ma non finisce qui. Einaudi sostiene che: “L’Italia assolse mirabilmente quel compito e l’assolse ad un costo così basso che aveva del miracoloso. Chi ricorda il soldo dell’anteguerra e paragona mentalmente i grandi giornali italiani di quel tempo ai Times di Londra, Temps di Parigi, Frankfurter Zeitung tedesca, New York Times od alla Chicago Tribune deve concludere che i nostri giornali non erano secondi a nessuno… Il fiorire del giornale vivo di una vita propria rispondeva altresì ad una mutazione profonda verificatasi inavvertitamente, in Italia in proporzione forse meno rilevante di altrove, ma tuttavia abbastanza marcata, nei metodi di effettivo governo dei popoli. Le costituzioni, sorte alla fine del secolo XVIII in Europa e in America ed estese poi dappertutto, avevano creato un meccanismo di elezioni parlamentari, a cui legalmente era affidata la somma dei poteri legislativi ed esecutivi. Sinché le funzioni degli Stati rimasero ristrette, quel meccanismo funzionò abbastanza bene, anche perché al potere si avvicendavano gruppi ristretti di uomini appartenenti a classi politiche esercitate nella difficile arte di governare gli uomini. Col giganteggiare degli stati moderni, con l’affittirsi dei loro compiti, divenuti ognora più tecnici e delicati, con l’estendersi dell’interesse politico a strati sempre più larghi della popolazione, il vecchio meccanismo costituzionale diventò presto insufficiente alla bisogna”.

primo passo

Che cosa fare allora, sapendo che la vendita de la Repubblica e de La Stampa da parte del gruppo Gedi non riesce finora a sollevare nell’opinione pubblica nessun sentimento proattivo? La sensazione è che i giornalisti dovrebbero prendere in mano la situazione favorendo l’arrivo di stakeholders super partes e lavorando per l’introduzione di una governance che garantisca redattori e lettori.

Partiamo dall’azionariato. L’ingresso nel capitale di Fondazioni bancarie e magari di una Fondazione giornalistica legata alla testata potrebbe essere un primo passo.

Gli stessi giornalisti potrebbero sottoscrivere delle azioni, usando una parte del Tfr.  Da ultimo si potrebbe cercare di favorire la partecipazione dei lettori con una sottoscrizione pubblica.

 controllo dei costi

Inutile nascondersi dietro un dito. Garantire la sopravvivenza di un giornale vuol dire anche un controllo dei costi. Certo si sta parlando di sacrifici. Inevitabili però se si guarda alla garanzia del posto di lavoro e all’indipendenza dell’informazione. Nessuno pensa a un taglio degli stipendi ma piuttosto a favorire i prepensionamenti o ridurre il peso delle collaborazioni. Diverso il discorso per quanto riguarda la governance.

Il Comitato di redazione de la Repubblica ha proposto un’Associazione/Fondazione che garantisca una gestione indipendente e libera da condizionamenti. Che offra ai giornalisti e ai lettori alcuni poteri nei passaggi di proprietà, nella nomina del Direttore, nelle scelte sul perimetro aziendale e sull’occupazione.

esempi europei

Il Cdr spinge perchè siano coinvolti tutti gli attori: la redazione, i lettori ed Exor che possiede Repubblica e che sta vendendo al gruppo greco Antenna. Il Cdr ha studiato gli esempi europei di Le Monde, The Guardian, Agenzia Reuters, The Economist, che pure fa capo a Exor.

Ecco i passaggi che il Cdr ha identificato “per costruire la Repubblica del futuro”.

1) Suddividere il capitale sociale di Gedi tra le azioni A (riservate a investitori privati), dotate di tutti i diritti economici, e le azioni B (riservate all’Associazione culturale-Fondazione), prive di diritti economici ma dotate di rappresentanza nel cda di Gedi e di altri diritti di governance. 2) Offrire un potere di veto alla Associazione culturale/Fondazione (gli azionisti B) sulla nomina del Direttore, che sarebbe proposto dagli azionisti A ma la cui nomina diventerebbe effettiva solo se almeno il 60% degli azionisti B la approva. 3) Coinvolgere la Fondazione su alcune scelte strategiche, ad esempio le decisioni che riguardino l’occupazione e il perimetro aziendale (acquisizioni, cessioni, fusioni, operazioni straordinarie). 4) In caso di trattativa per la vendita del gruppo Gedi, opzione per gli azionisti B di trovare entro 6/12 mesi un altro investitore, a patto che sia disposto a offrire almeno lo stesso prezzo.

fare presto

La strada imboccata sembra essere quella giusta. È importante però che tutti i giornalisti de la Repubblica e possibilmente anche i lettori siano coinvolti in questo processo. Dividersi su banalità o questioni di scarso valore è molto pericoloso e favorisce solo il venditore o il compratore. Cento anni fa Einaudi aveva già capito che il tema è di vitale importanza per l’informazione e quindi per la democrazia. L’importante è fare presto, mettendo da parte astio e rivalità e cercando di coinvolgere l’opinione pubblica.

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