di ALBERTO FERRIGOLO
(articolo pubblicato per gentile concessione di Ytali)
Ma si può chiamare “giornalismo d’inchiesta” o “investigativo” quello che si basa su una frase rubata, oppure origliata e subito dopo rilanciata anche sulla base di una anonima email firmata con un “nom de plume” di difficile attribuzione? E poi ripresa e ri-firmata da un anonimo giornalista che usa uno pseudonimo, e che quindi nella realtà semplicemente non esiste. Oppure una notizia rilanciata sulla base d’un video che immortala persone in procinto d’essere ricevute in una sede di partito per un incontro che non si sa con precisone quale oggetto avesse, ma che però suscita congetture e sillogismi che vengono piegati alle supreme esigenze e ragioni d’una lettura politica orientata, giusta o sbagliata che sia?
indagine approfondita
La domanda scaturisce dagli ultimi due episodi che ci hanno offerto le cronache giornalistiche delle ultime settimane, a proposito della vicenda del Consigliere del capo dello Stato Francesco Saverio Garofani, intercettato a una cena con amici in un locale pubblico a Roma, e – qualche giorno prima – del Garante della Privacy, che ha chiesto la censura per la trasmissione tv Report dopo esser andato a rapporto nella sede del partito di maggioranza che esprime la presidente del Consiglio italiano.
Il giornalismo d’inchiesta o investigativo è in verità ben altro. Si concentra sull’indagine approfondita e la rivelazione di fatti “nascosti, scomodi o poco noti, andando oltre la superfice delle notizie”, secondo la definizione che ci restituiscono i testi fondamentali in materia. E, soprattutto, s’avvale “di ricerca meticolosa, analisi di documenti, interviste e fonti verificate per scoprire la verità”, per fornire al pubblico “informazioni corrette e complete”, usualmente “su temi come corruzione, criminalità, scandali finanziari, danni ambientali e fenomeni sociali”.
gola profonda
Anche se è chiaro che l’avvio di un’inchiesta o di una investigazione giornalistica si basa sempre su una voce raccolta, di un documento trovato o fatto arrivare nelle mani del cronista di questo o quel giornale o tv da cui poi scaturisce lo scandalo, la rivelazione. Anche il più famoso di tutti, il “caso Watergate” – che nel 1974 costò la presidenza degli Stati Uniti d’America a Richard Nixon per via di una serie di intercettazioni illegali del suo staff di cui lui stesso era a conoscenza, se non il mandante, ma la cui responsabilità diretta venne negata per ben due anni consecutivi – si è basato su una “gola profonda” che ha dato il la ad una lunga inchiesta giornalistica da parte di due cronisti fuoriclasse del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, dopo lunghe e meticolose verifiche.
generi mescolati
Qui da noi, invece, i generi giornalistici si mischiano e si confondono l’un l’altro. Si spacciano per inchieste articoli lunghi che di inchiesta hanno solo la testatina che li contraddistingue rispetto a un’intervista, o a un reportage, o altro ancora. Oppure si fanno passare per inchieste giornalistiche inchieste, avviate dalla magistratura, dalla quale si acquisiscono faldoni di carte e di indagini che poi magari scaturiscono nella pubblicazione di articoli sulle cosiddette intercettazioni. Esempio eclatante, l’inchiesta Mani Pulite nel 1992, in cui i giornalisti attingevano a piene mani dal lavoro dei magistrati e dalle loro carte, per poi redigere lunghi reportage ad uso dei lettori. Ma di autonomo lavoro d’inchiesta giornalistica in tutto ciò non v’è traccia.
parole inesistenti
E nei casi specifici delle ultime settimane (Garante della privacy e Consigliere del Quirinale) semmai, se vogliamo dirla tutta, di più che altro di “veline” s’è trattato. Per altro riportate tali e quali e persino con aggiunte e integrazioni che non corrisponderebbero al testo originale, come – nel primo caso – le parole “provvidenziale scossone” riferite alla necessità di fermare il governo Meloni e il premier in persona. Ma l’espressione tra virgolette semplicemente non esiste. Eppure su queste s’è costruita la polemica e l’attacco al Quirinale e al suo Consigliere Francesco Saverio Garofani. Il giornalismo d’inchiesta, se tale, nulla ha a che fare con le notizie sparate dentro il ventilatore.
controllo critico
Come osserva il politologo Paolo Pombeni, professore emerito dell’Università di Bologna, in un articolo del marzo 2024 sulla rivista Il Mulino, “da un lato, giustamente, si ricorda che se il giornalismo non è libero di sottoporre a controllo critico quanto avviene nella sfera pubblica (…), esso perde una fondamentale ragion d’essere. Dal lato opposto, ci si interroga ”altrettanto giustamente, se questo compito possa essere trasformato in una sorta di licenza a usare ogni metodo per esercitare la critica, la quale, è bene ricordarlo, non può essere a priori esentata dalla verifica dei fini che si pone”.
Ovvero, secondo il docente, “ci sono due tipi di inchieste giornalistiche”. La prima, “quando si parte da un fatto e si decide di approfondirlo”, la seconda “quando si parte da un personaggio e si scava nella sua attività alla ricerca di qualcosa che possa metterlo in cattiva luce. Non sono due fattispecie equivalenti”.
piste e testimoni
Nel primo caso, “si vuole indagare su un evento che è almeno supponibile a priori che sia negativo per il sistema politico e/o sociale”, nel secondo il giornalista “non parte da un fatto, ma dall’interesse che riveste un certo personaggio (che può essere un politico, un influencer, un uomo d’affari, un imprenditore ecc., poco importa) e su di esso raccoglie notizie varie, non perché abbia di mira un obiettivo specifico circa qualche fatto, ma sostanzialmente per delegittimare il soggetto, presentando dati riservati, anche non penalmente rilevanti o disdicevoli”.
Mentre nel primo caso, la conoscenza di questo evento negativo “arriva al giornalista o perché è già divenuto noto, o perché lo ha scoperto avendo avuto sentore della sua esistenza”, quindi “il fulcro in questo caso è nell’ulteriore attività investigativa con cui il giornalista segue piste, contatta testimoni, scandaglia ambienti”, annota ancora Pombeni.
bar e portinerie
Oggi, secondo il professore, il metodo con cui il giornalista ottiene le informazioni “non è più il pettegolezzo del portinaio o degli avventori di un bar, come si usava una volta”, bensì “l’individuazione di un confidente che abbia accesso all’enorme disponibilità di banche dati e che gli passi tutto quel che può ricavare per questa via”. Il metodo Report, definito della “pesca a strascico”, in polemica con il modo di indagare “di alcuni magistrati che raccoglievano dati di ogni genere per poter poi selezionare quelli che, a loro giudizio, potevano mettere nei guai giudiziari qualcuno dei soggetti catturati compulsando banche dati e intercettazioni varie” (il riferimento sembra proprio all’inchiesta Mani Pulite nell’anno di Tangentopoli, il 1992, e altre ancora che sono via via seguite), dove “il personaggio diventa più importante del fatto”.
aree d’appartenenza
Tenendo conto della “tentazione che esiste di trasformare tutto in una macchina per la delegittimazione, per non dire per la distruzione di immagine di quei personaggi che non piacciono o a chi produce l’informazione o a quella parte di opinione pubblica che è incline al settarismo più o meno radicale, oppure più o meno dolce”.
Il punto, però, è anche che il nostro giornalismo, specie dopo l’introduzione del sistema elettorale maggioritario, s’è diviso in tifoserie e i media, specie i giornali, si sono divisi in aree di appartenenza e d’influenza politica, veri e propri “organi” di schieramenti, che fanno riferimento ora al centrodestra ora al centrosinistra, con quasi inesistenti espressioni di centro che abbiano tratti d’imparzialità. Giornalismo polarizzato, tifoserie che ogni giorno sposano, sostengono, caldeggiano senza remore le tesi degli uni o degli altri contro i diretti avversari.
meno copie
Da questo punto di vista la stampa sta perdendo repentinamente credibilità, ciò che si riverbera anche nei riscontri in edicola, dove le copie vendute ristagnano e s’assottigliano vieppiù di mese in mese come risulta dai dati Ads, Accertamento diffusione stampa. A parte il Corriere della Sera, che vanta il primato delle oltre centomila copie al giorno, i più diretti concorrenti (la Repubblica e La Stampa) stanno abbondantemente al di sotto, mentre i tre quotidiani che fanno riferimento all’area governativa (Il Giornale, Libero, La Verità) raggiungono complessivamente le 65 mila copie circa in tre. Meno credibilità, meno copie.




