di MASSIMILIANO DI GIORGIO
Il caso dei giornalisti dell’Alto Adige che hanno presentato una denuncia alla Polizia Postale contro la diffusione illegale delle copie digitali del loro quotidiano attraverso alcuni canali Whatsapp e Telegram ispira certamente simpatia, come accade sempre quando le persone difendono il proprio posto di lavoro levandosi contro quella che percepiscono come un’ingiustizia.
Sappiamo tutti, però, che il problema del crollo verticale di copie vendute, nella stampa, non si risolve con una stretta, per quanto necessaria, sulla pirateria.
bluff per la tiratura
Una domanda che mi pongo da anni è: ha senso continuare a produrre la versione digitale (in pdf o altro) di giornali e riviste, quasi sempre con lo stesso formato della copia cartacea, 30 anni dopo il debutto dei giornali sul web? Secondo me, no. A meno che sia un bluff per aumentare la “tiratura”.
Non mi pare che i numeri dicano che quella delle copie digitali sia una soluzione premiante per gli editori (secondo l’Agcom, nel 2024 si sono perse in un anno il 7,6% delle copie cartacee vendute, mentre l’aumento delle copie digitali è stato dello 0.8%; se guardiamo i numeri assoluti, è molto peggio). Anche perché, sinceramente, leggere un giornale concepito per il formato cartaceo sullo smartphone, ma anche sul tablet o sul computer, è di una discreta scomodità.
sottobosco politico
In realtà, è proprio quel sistema, l’idea di digitalizzare i vecchi giornali cartacei, che alimenta i “traffici di testate” via app. Dei quali usufruisce un vastissimo mondo di lettori a sbafo, a cominciare – temo – dal sottobosco politico, sindacale e associativo che poi esprime regolarmente solidarietà alla stampa, ai giornalisti.
Ricordate i compact disc e l’inutile lotta ingaggiata dalle case discografiche contro gli mp3 illegali? È finita come sappiamo. La musica viaggia sullo streaming (e gli artisti si lamentano degli importi troppo bassi che gli vengono riconosciuti sugli ascolti); i biglietti per i concerti sono spesso molto costosi – anche per via del dynamic pricing – e gestiti da poche multinazionali; sopravvive però un’interessante nicchia legata al vinile.
camera ardente
Qualcuno a questo punto potrebbe dirmi che la musica è intrattenimento, mentre qui parliamo di informazione. Ma, anche pensando a un noto quotidiano che sulla sua pagina online ha trasmesso in diretta per ore le immagini della camera ardente di Giorgio Armani, non credo che che sia più vero, da tempo.
Forse per i giornali bisognerebbe in qualche modo pensare a una soluzione “musicale”, creativa.
Prima di tutto, eliminare i pdf e similia, che alimentano ormai solo la pirateria, e puntare all’abbonamento digitale soltanto per i siti web delle testate. Del resto, è sui siti (sui social) e in tv, o alla radio, che si trovano o si vanno a cercare le notizie. Poi, proporre cartacei “diversi”: cioè non i giornali di 30 anni fa, con le notizie di ieri e dell’altro ieri – trovo ormai lo stesso problema anche con il peraltro apprezzabile “Good Morning Italia”, un briefing giornaliero che arriva la mattina presto per email – ma l’equivalente di un “album in vinile”: approfondimenti, dossier, cose originali, volendo pure le parole crociate, etc (magari meno commenti ed editoriali, ché ne è pieno il web). Ma anche, perché no, pensare a vendere singoli pezzi, storie, approfondimenti etc (una specie di iTunes giornalistico, insomma).
brutta e ingombrante
In tutti questi anni di web, non mi pare che sia trovata una soluzione alla crisi (economica) della stampa, e soprattutto dei giornalisti, che sia diversa dal ricorso massiccio alla pubblicità. La pubblicità acchiappa-click è brutta, ingombrante, ha “dirottato” le linee editoriali dei giornali, ma comunque porta soldi (anche se meno di quello che pensiamo: secondo il Digital News Report 2024 del Reuters Institute, agli editori tradizionali arriva soltanto il 15% dei ricavi pubblicitari digitali, mentre il restante 85% va a piattaforme come Google e Facebook).
Difficile insomma che si faccia meno ricorso alla pubblicità: casomai sarà il contrario, cercando disperatamente al contempo di abbattere i costi (in primis, quello del lavoro).
senso di appartenenza
Poi però ci sono le community: cioè la capacità delle testate – grazie alla propria autorevolezza, riconoscibilità, qualità, etc – di fare rete, di far affezionare i lettori-utenti, di sviluppare un senso di appartenenza, in cui rientra ovviamente anche l’idea della sottoscrizione, di partecipare anche pagando. Rientrano in questa categoria, secondo me, anche le micro imprese editoriali (come la newsletter di Stefano Feltri, per fare un esempio), pur se basate sulla visibilità e autorevolezza del singolo giornalista che spesso le anima.
terreno di gioco
Ma sono in qualche modo community anche quelle testate di battaglia politico-imprenditoriale, faziose, scorrette, etc – che pur vendendo poche centinaia di copie cartacee, forse anche meno – godono di un’impensabile visibilità in tv grazie alla grancassa delle rassegne stampa e arrivano lontano grazie ai social, facendo anche concorrenza agli ex giornaloni, proprio perché è cambiato il terreno di gioco. Hanno pochi giornalisti, molti commentatori, possono permettersi di campare soprattutto grazie a finanziatori (quando non a finanziamenti pubblici di varia natura). E costano poco.
Le imprese giornalistiche non possono più limitarsi a replicare la carta in pdf né a vivere di click. Devono abbandonare i surrogati, puntare su contenuti pensati per il digitale, su comunità di lettori e modelli di ricavo nuovi. Come la musica con lo streaming e il vinile, chi saprà innovare ora diventerà il punto di riferimento di domani. Serve coraggio, non nostalgia.





Io apprezzo moltissimo la possibilità di leggere i quotidiani in Pdf perché mi fa leggere anche il modo di trattare le notizie e le proporzioni date allo spazio per ciascuna notizia.
E poi mi evita una fastidiosa verticalizzazione: vedere solo le tematiche che penso che mi interessino.
Invece mi interessa molto poter dare uno sguardo alle cose del mondo e dell’animo umano che incontro per caso sui quotidiani di carta, e che quindi incontro anche nel pdf che li riproduce.