di VITTORIO ROIDI
E’ necessario fare chiarezza in Italia sui doveri dei giornalisti. Lo dimostra la questione del Tg1 e la dichiarazione del direttore Gian Marco Chiocci di stare esaminando la proposta di assumere l’incarico di portavoce della premier Meloni. Come se le cose non cambiassero, come se guidare il tg più importante o lavorare per il capo del Governo fossero la stessa cosa. Atteggiamento singolare.
Vanno spiegate due questioni; la prima riguarda le testate della Rai, la seconda i doveri del giornalista. In Rai esistevano testate uniche, una alla radio, una alla televisione. Il sottoscritto, dopo aver vinto un concorso nel 1968 (in testa arrivò Bruno Vespa) venne assegnato al Giornale radio (unico) diretto da quel grande giornalista che si chiamava Vittorio Chesi. Nessuno gli chiese se aveva una tessera di partito in tasca. Il termine lottizzazione fu usato per la prima volta da Alberto Ronchey in una lettera a Ugo La Malfa. Siamo nel 1975 e le testate si moltiplicano, assegnate ad aree e giornalisti di diversa impronta tecnica o politica (io fui nominato caporedattore del Gr1, che aveva come direttore lo stimatissimo Sergio Zavoli, indicato dai socialisti).
in modo esclusivo
Pochi ricordano che la diversità delle testate naturalmente non poteva influire sui doveri, che erano uguali per tutti. La legge del ’63, che istituì l’Ordine, aveva stabilito: “Sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni o impieghi”. E proseguiva affermando che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”.
Doveri importanti, in una norma antica che comunque è ancora lì, anche se le interpretazioni non sono proprio identiche. La “verità sostanziale dei fatti” è la formuletta creata nella speranza (vana) di stabilire chi sarebbe stato punito, dall’Ordine o dal giudice penale o civile per non aver diffuso la reale verità. La legge non aveva parlato di ufficio stampa, né tantomeno di portavoce. Anche l’aggettivo “esclusivo” utilizzato per il professionista, negli anni ha creato equivoci, visto che costui non può lavorare contemporaneamente per varie aziende, come può invece il pubblicista. Nessun accenno al rapporto fra i media e il potere.
attività di parte
Oggi, a parecchi anni di distanza, la domanda che ci si pone è se un professionista può fare allo stesso modo il Direttore del Tg1 ma anche il portavoce del capo del governo o di un ministro. Perché è chiaro che nel secondo caso fa gli interessi della Meloni. Non si può pensare che sia al di sopra delle parti, come deve lavorare il Direttore del tg, mentre dovrebbe rendersi conto che illustrare l’attività della Meloni è attività “di parte”. I colleghi della sua redazione sono molto imbarazzati.
“E’ la prova che esiste TeleMeloni” dice la Segretaria Pd Elly Schlein ed è difficile darle torto, poiché si sente dire che al posto di Chiocci, se va a palazzo Chigi, arriverebbe un altro esterno, forse Mario Sechi, che è già stato anche lui portavoce della premier. Difficile sostenere l’autonomia e la credibilità del principale Tg della Rai. Evidentemente Chiocci non ama molto la sua professione, nei confronti del potere e nell’interesse unicamente dei cittadini. Vedremo. Le sue scelte sono personali, non è il caso neppure di discuterle.
restituire la tessera
Una riflessione però, su questa situazione mai vista prima, la dovrebbe fare anche l’Ordine, che ha il compito di controllare come i suoi iscritti assolvono i propri doveri. Un direttore che va a fare il portavoce del capo del governo dovrebbe dimettersi dall’Ordine, restituire la tessera. Magari vuole intraprendere la carriera politica e se lo decide nessuno glielo può impedire, ma il giornalismo per lui sarà finito, Chiocci lo dovrà considerare terminato. Logico. Aspettiamo la sua decisione. In una democrazia ciascuno è libero di fare le proprie scelte, però chi ha deciso di fare il giornalista deve controllore il potere, non può servirlo.
Qualche discussione è giusto farla. In un momento in cui tra l’altro la Meloni ha detto di voler stare lontana dai giornalisti (ha anche lei la tessera!). Non vuole né interviste né conferenze stampa. Non spiega come e da chi pensa che i cittadini debbano essere informati, i giornalisti a che servono? Professione Reporter e la Fondazione Murialdi aprono qui il dibattito: riferiremo i vostri interventi e più in là organizzeremo un convegno su una questione così delicata. Di quale giornalismo hanno bisogno gli italiani?




Caro Vittorio, interessante la tua idea, che portata alle sue logiche conseguenze, si sposa perfettamente con la mia posizione di sempre: “giornalista è chi giornalista fa”, non chi ha “la patente di…”.
Tu parli giustamente della contraddizione tra il ruolo di giornalista e quello di portavoce politico, ma accenni solo en passant a un fenomeno anche più esteso. Tu dici ragionevolmente che chi fa il giornalista deve controllare il potere, non servirlo, ma come la mettiamo con i giornalisti che non si limitano a “servire” il potere, ma L letteralmente lo “esercitano” in prima persona come parlamentari, ministri, sindaci, assessori ecc.?
Tutti restano “giornalisti”, nel senso di parte di quella che chiamiamo (bleah…) la “categoria”, nella quale si intrecciano il sistema ordinistico, sindacale-contrattuale e pensionistico. Se non tagliamo questo nodo, non se ne esce.
È proprio una questione strutturale, la questione della opportunità etica delle cosiddette porte girevoli, benché importantissima, è per così dire di secondo livello.