Caso di Ferragosto.

Fabrizio Roncone, inviato del Corriere della Sera, va a raccontare il Twiga (giraffa in swahili), lo stabilimento balneare di Forte dei Marmi di Flavio Briatore e della ministra Santanchè (che per evitare conflitti di interessi ha da poco ceduto la titolarità al compagno). Data di pubblicazione, 15 agosto.

Roncone racconta, prezzi, curiosità, persone, manutenzione, incontri (anche con Santanchè in persona). Briatore s’indigna e scrive al Corriere. Pubblicazione, 17 agosto. Parla di tante cose, ma tace sulle righe più brucianti di Roncone, quelle sul ridicolo prezzo di concessione che Twiga versa allo Stato italiano per usufruire della spiaggia (che è di tutti i cittadini) e ricavare introiti dorati. Inoltre, Briatore parla di contenuti “volutamente falsi” su servizi e struttura, ma non spiega quali.

giraffe e tonni

Il pezzo di Roncone si intitola “Un Ferragosto al Twiga, tra Ferrari, giraffe e tende reali. ‘Ma er tonno a 42 euro?’”. “Gentile Direttore -scrive in replica Briatore- a Ferragosto è uscito un articolo sulla sua testata, riguardo il Twiga Forte dei Marmi. Sorvolo sul tono sarcastico e sui contenuti volutamente ‘montati’ e in certi casi assolutamente falsi, relativi alla qualità dei nostri servizi e della nostra struttura, perché francamente non ho nulla di cui scusarmi.

La migliore risposta la danno il successo e i risultati che ogni stagione otteniamo e la nostra clientela, che ci segue e ci apprezza. Vorrei invece fare una considerazione: trovo incivile e fuori luogo che il Corriere abbia fatto del puro ‘body shaming’ verso i clienti del nostro stabilimento, al fine di ‘colorire’ il proprio articolo: ‘La madre ha un viso da quarantenne montato su un corpo da settantenne’; ’Sergio detto Sergione per la pinguedine incipiente’; ‘La signora anziana della tenda accanto si stende chiedendo che non le venga però sfiorato il viso tirato da una ragnatela di fili sottocutanei’; ‘Un tipo con la pancia gelatinosa legge la Guida Michelin’. In America un ‘body shaming’ del genere, soprattutto da parte di una testata mediatica di rispetto, avrebbe causato una denuncia, con conseguenze gravi su giornalista e testata. Infierire sui clienti di una spiaggia per il loro aspetto fisico non è giornalismo”.

nomi e cognomi

Roncone risponde: “Gentile Briatore, lasci stare il body shaming, è un tema importante che introduce senza alcun motivo: perché le eventuali vittime — che qui non ci sono — devono essere identificabili con nome e cognome. Piuttosto, parlando seriamente: ci è costato un botto di soldi, però al Twiga ho trascorso ore assolutamente strepitose tra giraffe, Ferrari e parvenu. Peccato solo per qualche disservizio, come ad esempio i bagni, sporchi e con le serrature sfondate. Se è ancora a Montecarlo, e non ha avuto modo di verificare, le invio volentieri tutte le foto”.

Nulla ha avuto Briatore da rettificare a questo passaggio del pezzo: “Ci sono solo tende. Cinque file da nove. Ogni tenda: 600 euro al giorno (nota per l’amministrazione di via Solferino: ho la ricevuta). Entro facendo calcoli meschini. Con l’incasso relativo a un solo cliente, che per l’intero mese di agosto ammonta a 18.600 euro, il Twiga paga il canone d’affitto che deve allo Stato per la concessione annuale della spiaggia: 17.619 euro. Il resto è un fatturato che oscilla tra gli 8 e i 9 milioni. Più che uno stabilimento balneare, uno stabilimento per fare soldi, soldi e ancora soldi”. A spese degli italiani. Come per gran parte degli altri stabilimenti italiani. Il tema, ancor prima della messa a gara delle concessioni che l’Europa chiede -invano- da anni, è quello dei canoni irrisori. Ma nessun governo ha mai preso di petto la questione. Per i gestori, meglio buttarla sul body shaming. Per i giornalisti, giusto ricordarlo in ogni occasione utile.

Professione Reporter

(nella foto, Flavio Briatore in doccia al Twiga)

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