di CHIARA VENUTO

“Siamo felici di annunciare che da oggi l’insulina sarà gratuita”. Questo l’annuncio della multinazionale farmaceutica Eli Lilly and Company su Twitter: ma è tutta una bugia. In realtà questo annuncio è il risultato dell’ennesima scelta di Elon Musk, che per salvare la neoacquisita Twitter dal suo declino ha messo in vendita, per otto dollari, le spunte di verifica, ovvero quelle icone blu che compaiono accanto ai nomi dei profili e segnalano che un account è ufficiale. Account premium diventati acquistabili da qualsiasi persona, cosa che ha scatenato il caos, considerando che fino a poco prima erano dati soltanto ai profili ufficiali di persone e imprese. Nel caso dell’account falso della Eli Lilly il risultato è stato un crollo in borsa di 5 punti percentuale, il giornalismo della nostra era potrebbe essere esposto a un rischio ancora più grande.

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Post del profilo falso della Eli Lilly and Company. (Fonte: Twitter)

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Crollo in borsa tra il 10 e l’11 novembre 2022. (Fonte: Yahoo! Finance)

Viste le polemiche, Musk ha fatto marcia indietro sugli acquisti di profili falsi e ora non sono più possibili. Ma Twitter non è solo un social network e il giornalismo della nostra era potrebbe essere esposto a un rischio ancora più grande. Il portale in cui regnano i 140 caratteri, infatti, ormai da anni è una fonte fondamentale per il giornalismo internazionale, che si tratti di quello politico o – come in questo caso – quello economico. Ma non solo: proprio su Twitter sono presenti tante fonti primarie non-standard, quelle che hanno in qualche modo “inventato” il cosiddetto “citizens journalism” per come lo concepiamo ora. In sostanza, i cittadini hanno contribuito alla creazione di un nuovo giornalismo partecipativo tramite il racconto delle proprie esperienze.

L’emergere non solo di notizie false, ma anche di veri e propri profili fasulli (eppure “verificati”) diventa perciò una minaccia per il giornalismo. Twitter è il social network più usato dai giornalisti americani, con il 69% di loro che lo utilizzano per il proprio lavoro secondo gli ultimi dati del Pew Research Centre, ed anche in Italia è parecchio navigato dai professionisti del settore. D’altronde, i politici italiani usano ampiamente Twitter e ogni giornalista politico ha il dovere di essere al corrente delle loro ultime affermazioni sui social.

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Uso dei social media da parte dei giornalisti americani per il proprio lavoro con variazioni demografiche. (Fonte: Pew Research Center)

Ma cosa succede quando una persona qualsiasi decide di creare un profilo fake a nome Matteo Salvini – per fare un esempio di un politico particolarmente attivo su Twitter – e comincia a pubblicare messaggi dubbi? Magari dopo aver acquistato un badge da 8 dollari per avere verificato l’account? Se da un lato la verifica delle notizie è un dovere del giornalista, è vero che anche il miglior cronista almeno una volta ha creduto a una notizia falsa. E un account con lo stesso nome, la stessa foto, un nickname simile e la spunta blu di un account verificato possono creare parecchia confusione.

Lo stesso vale dall’altro punto di vista della produzione giornalistica, quello dei lettori interessati alle notizie. Se un malintenzionato decidesse di creare una pagina falsa della Rai o dell’Ansa e cominciasse a pubblicare notizie completamente false ma scritte in modo credibile, le persone ci “cascherebbero”. E non è colpa loro. In un campione di 12 Stati (tra cui l’Italia) analizzato nel Reuters Digital News Report 2022 l’11% dei rispondenti affermano di leggere o vedere almeno una parte delle proprie notizie su Twitter.

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“Percentuale di persone che hanno usato ciascun social network per informarsi nell’ultima settimana (Variazione 2014-22) – Media di 12 Stati”. (Fonte: Reuters Digital News Report)

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“Tenete in considerazione che Twitter farà tante cose stupide nei prossimi mesi. Terremo quello che funziona e cambieremo quello che non va bene”: così aveva scritto Elon Musk prima ancora che avvenisse la crisi di Eli Lilly. Mettere in vendita le spunte blu forse è stato qualcosa di stupido, tant’è che l’opzione è stata rimossa. Ma fino a che punto quello di Musk sarà solo rischio imprenditoriale prima di diventare una minaccia per l’informazione pubblica? E ancora per quanto tempo i giornalisti del mondo resteranno su Twitter prima di farsi ulteriormente attirare da altri portali d’informazione? 

(nella foto, Elon Musk)

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