di SOFIA GADICI

Emma Farnè era in Ucraina ancora prima dell’inizio dell’invasione russa. Ha sentito aumentare la frequenza dei colpi di mortaio al confine, nel Donbass, e ha capito molto prima del 24 febbraio che qualcosa stava cambiando. È stata lei, insieme a pochi altri colleghi, a raccontarci l’avanzare dei blindati e l’inizio della guerra. Una delle prime giornaliste italiane a comparire in tv con il microfono, l’elemento e il giubbotto antiproiettile, mentre i russi bombardavano il paese. 

È arrivata in Donbass il 29 gennaio 2022, quando le truppe russe si stavano ammassando al confine “per delle esercitazioni”. “La guerra in Donbass – spiega – c’è dal 2014, ma stando lì in quei giorni, e raccogliendo le testimonianze delle persone del posto, abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di diverso. Sparavano tanto, tanto, tanto. Siamo andati via poco dopo ma dissi alla redazione che saremmo dovuti tornare subito. Lo abbiamo fatto il 15 febbraio ed eravamo lì quando tutto è iniziato”.  È stata in Donbass, ma anche a Kharkiv, più a nord, a Dnipro e poi nell’area di Kiev. 

africa e berlino

Farnè ha 40 anni, è di Roma, è fidanzata e lavora per Rainews 24. Ne ha viste tante prima di arrivare in Ucraina. “Ho iniziato lavorando per il Sole 24 ore, poi per l’Ansa da Berlino e dal 2014 sono inviata per Rainews. Grazie alla Rai ho girato il mondo. Mi sono occupata di politica europea, soprattutto dalla Germania, dall’Austria e dai paesi del nord Europa. Ho raccontato gli attentati a Berlino e sono stata in Africa più volte, dove mi sono occupata di rapimenti e altri orrori”.

La carriera di inviata estera è stata una scelta o il frutto del caso? “Una scelta, sognavo di farlo già all’età di 14 anni. Dire che si tratta di una vocazione forse è troppo, ma ho sempre voluto occuparmi di esteri. Non avevo programmato di farlo in tv, ma poi mi sono innamorata anche delle immagini”.

elmetto e giubbotto

Racconta che, da giornalista Rai, il suo lavoro nelle zone ad alto rischio è preceduto da una “preparazione enorme”. Ha seguito corsi specifici per la sicurezza, per il primo soccorso (“perché in guerra, se sei ferita, il 118 sei tu”), per la valutazione del rischio e per i collegamenti. “Alla base del nostro lavoro c’è una preparazione che spesso è ignorata dal grande pubblico. Veniamo formati allo scopo di sopravvivere e lavorare in situazioni estreme, ci insegnano a reagire, a muoverci e a proteggerci. Ci spiegano quali vestiti indossare e quale cibo portarci dietro, come usare gli strumenti tecnici. L’azienda ci fornisce elmetto e giubbotto, gli indirizzi delle ambasciate, prenota i viaggi e gli alberghi. Rimborsa le nostre spese. Ogni due ore dobbiamo comunicare a loro, per garantire il nostro tracciamento e quindi la nostra sicurezza, la nostra posizione. Se tardiamo, scatta l’allerta. Fortunatamente siamo molto tutelati, diversamente da molti colleghi freelance”.

piani di evacuazione

Spiega che, una volta arrivati sul posto, è necessario predisporre alcuni aspetti per lavorare in sicurezza: “Capire se in quel luogo si possono fare le dirette, fare scorta di benzina per gli spostamenti, nel caso l’evolversi della situazione poi lo impedisca, avere scorte alimentari, predisporre piani di evacuazione, acquisire contatti utili”. Tra questi contatti ci sono i “fixer”, persone del posto, giornalisti o esperti della comunicazione, che hanno un ruolo fondamentale: conoscono la lingua e il territorio, si occupano di organizzare gli spostamenti e la sicurezza, non di rado sono loro a suggerire storie e notizie: “Sono angeli custodi”. Poi, naturalmente, ogni inviato ha una squadra: “Ci tengo a citare nello specifico Marco Nicois, operatore di una società esterna che si occupa delle immagini ed è fondamentale”. 

Come si svolge la giornata di una cronista di guerra? “È una corsa continua“. Mi sveglio alle 5.30, che sono le 4.30 italiane, e a volte anche prima. Comincio a leggere, anzi a ‘pettinare’ tutti i quotidiani locali ed esteri. Contemporaneamente seguo la Cnn e poi le principali agenzie, Associate Press, Reuters, France Press e Ansa. Poi naturalmente c’è Telegram, lì vengono comunicate molte notizie. Alle 6.30 comincio con i collegamenti che poi vanno avanti per tutta la giornata, fino alle 21. Tra un collegamento e un altro ci spostiamo, parliamo con le persone, filmiamo e poi realizziamo i servizi”.

un caffè al bar

Spiega che in questi mesi ha raccontato tante storie, tanti orrori, tante “schifezze” fatte dai russi nei paesini più remoti dell’Ucraina. Ha raccontato dell’agricoltura in difficoltà, dei campi minati, delle torture, dei morti, delle mamme e delle vecchiette in fuga: “Se dovessi individuare un filo rosso nelle mie storie, direi che è la forza delle donne. Ma adesso non è facile parlarne, se ci penso mi viene da piangere, cerco di rimuovere tutto.”

Ora Emma Farnè è in Italia, in una delle sue brevi pause dal lavoro, e spiega che “tornando qui si prova un grande senso di colpa. Noi siamo dei privilegiati. Quando vado al bar per prendere un caffè, mi chiedo come sia possibile che io possa farlo in tranquillità, senza la paura di finire sotto una bomba. Senza finire uccisa come le tante persone che sono morte in questi mesi. È assurdo che qui la vita prosegua normalmente, mentre a poche ore di volo persone come noi muoiono ogni giorno. Una delle cose che mi ha colpito di più è il cadavere di una ragazza, più o meno della mia età, che indossava le mie stesse scarpe. È un’ingiustizia”.

dolori e lutti

Come si racconta una guerra? “Ascoltando le persone. Credo che l’unico modo per trasmettere l’atrocità di ciò che sta accadendo sia raccontare come la vita di queste persone, dei civili, sia cambiata. Il dolore che provano, i loro lutti, le testimonianze che confermano i fatti oltre la propaganda. Poi sarebbe necessario avere più tempo per approfondire. Il lato negativo del modo in cui lavoro è che non c’è mai molto tempo per approfondire, per fare inchieste. Andiamo continuamente in onda, perché il pubblico è connesso h24 e cerca sempre fatti nuovi. Così una notizia che diamo adesso è vecchia tra tre o quattro ore e dobbiamo subito ricominciare. Questo naturalmente è un problema del giornalismo in generale, non solo della tv. Ma sicuramente per un collega della carta stampata la situazione è un po’ diversa”. 

Un esempio di quando questo ha condizionato il lavoro? “Una volta ho incontrato un uomo che si è salvato dalle torture dei russi dopo essere stato chiuso in una buca vicino a Kiev, la stessa buca in cui poi sono stati trovati i cadaveri di altri ucraini e di cui si è parlato tanto. Mi ha raccontato la sua storia infernale e mi ha mostrato le sue ferite. Io guardavo continuamente l’orologio perché avevo scadenze precise. Dopo due ore ho dovuto salutarlo, anche se ero consapevole che rimanendo ancora con lui avrei saputo di più, avrei potuto avere altre notizie, altri dettagli, avrei onorato di più la sua storia. Ma dovevo correre e questo mi dispiace”.

(nella foto, Emma Farné)

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