I 2300 dell’ex fissa sperano ancora. Fanno proposte. Bussano alle porte dell’Inpgi e della Fnsi. 

Reclamano in media un credito di circa 58mila euro a testa, in totale 135 milioni. Il diritto era uguale a quello di migliaia e migliaia di giornalisti che hanno incassato la ex fissa per 25 anni circa. Poi i soldi sono finiti. 

Riuniti in un Comitato, ora chiedono che l’Inpgi 2 (con i conti in ordine, a differenza dell’Inpgi 1) faccia un prestito alla Federazione editori (che si è dichiarata disponibile) a un tasso fuori mercato molto vantaggioso (4,6 per cento) per liquidare una parte dei creditori. Ma il presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, l’11 novembre nella riunione del Consiglio, ha risposto che non ritiene questo un buon investimento per l’Inpgi 2. La proposta era stata avanzata da Marina Sbardella, neo consigliera e una delle fondatrici del Comitato ex fissa. Il Comitato è tornato il 23 novembre a fare pubblicamente la richiesta.

La “indennità ex fissa” è una sorta di premio di fine rapporto, una seconda liquidazione che -secondo il contratto collettivo di lavoro dei giornalisti, firmato da Fnsi e Fieg- dal 1985 spetta a chi lavora per 15 anni nella stessa azienda. Da una parte viene finanziata con un versamento degli editori dell’1,5 per cento mensile sulle retribuzioni dei giornalisti. Dall’altra si è stabilito che ammontasse a una mensilità per ogni anno di lavoro. Le due cifre non coincidono: cioè l’1,5 per cento non basta a coprire le mensilità (calcolate sullo stipendio più alto). La gestione del Fondo ex fissa è stato affidato all’Inpgi.

Già nel 1995 il Fondo è andato in deficit, che da allora è sempre aumentato. Ma si è continuato a pagare le ex fisse a tutti coloro che le chiedevano. Fino circa al 2010. Anche grazie all’inizio della stagione dei prepensionamenti, si è creata una fila di circa 1200 persone, che ricevevano la ex fissa con anni di ritardo. 

Ancor prima di arrivare a questo punto era evidente che l’1,5 per cento non fosse sufficiente a garantire le fisse a tutti. Fnsi e Fieg avrebbero dovuto concordare un aumento del contributo. O cambiare le modalità. Invece, il Fondo ex Fissa ha continuato a versare a tutti. Anche cifre stratosferiche. Direttori, vicedirettori, capiredattori sono stati liquidati con mezzo milione, un milione, più milioni. Fisse che non rappresentavano le cifre pagate per ciascuno di loro, ma molto di più. Un’altra possibilità sarebbe stata, appunto, accantonare per ciascun giornalista la cifra versata proveniente dal suo stipendio. 

In ogni caso, nel 2014 si è deciso che, anziché far aumentare la fila, le “ex fisse” sarebbero state pagate in rate di almeno 12 anni. 

Nel 2017 Fieg e Fnsi comunicano che il Fondo è insufficiente anche per pagare le rate. Viene quindi proposto, con lettera personale a ciascuno degli aventi diritto, di ridurre del 50 per cento le “fisse” già maturate. Autoriduzione, per evitare l’azzeramento. Chiamata “incasso abbreviato”. Circa mille su 2300 hanno accettato la decurtazione. Quasi tre anni dopo, meno di 200 sono stati liquidati .

Per gli altri, l’Inpgi ha deliberato un prestito di 14 milioni alla Fieg, al tasso del 4,6 per cento, che la Fieg avrebbe versato nel Fondo ex fissa. Il Ministero del lavoro e la Corte dei Conti però hanno bloccato questo prestito: “Non è congruo con la situazione finanziaria dell’Inpgi”.

In tribunale la maggior parte delle cause sono state perse. Sostanzialmente il credito per la “ex fissa” è senza debitore: l’Inpgi sostiene di essere solo un tenutario del Fondo, Fnsi e Fieg non si ritengono responsabili. La Fnsi si costituisce parte civile contro i giornalisti che fanno causa.

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