(A.G.) Tredici-quattordicimila copie di media, con punte intorno ai 20mila nel weekend, intorno ai 9000 abbonati alla versione digitale, sommando varie tipologie di abbonamento. Sono le prime cifre di vendita -ancora non certificate- su cui viaggia Domani, il nuovo quotidiano promosso da Carlo De Benedetti, su piazza dal 15 settembre. Sono le cifre che escono dalla società editrice e dalla redazione.

Con questi numeri, se reggono per un anno, il break even, il punto di pareggio, sarebbe raggiunto. Un sollievo per chi è a bordo della nuova e coraggiosa iniziativa, soprattutto di fronte alle riserve avanzate sul prodotto dagli addetti ai lavori. “Il nostro obiettivo principale non è fare profitti, ma il giornale deve essere sostenibile, comunque questo è solo il punto di partenza, non di arrivo”, dice il direttore Stefano Feltri, 36 anni, un passato al Riformista, al Fatto e al Centro di ricerca di Luigi Zingales presso la University of Chicago. Feltri non è un impulsivo, mentre fa tutti i giorni il giornale riflette, ascolta. Corregge in parte le vele secondo il vento.

poche interviste

Che pensa Carlo De Benedetti, che ha varato Domani d’istinto, quando i figli hanno venduto la Repubblica a John Elkann e soprattutto quando Elkann ha affidato il giornale di Scalfari a Maurizio Molinari? Racconta Feltri che il fondatore di Domani è contento quando il giornale si fa notare e fa parlare di sé. Scontento se passa inosservato.

I dati di vendita rivelano che Domani ha più riscontri nelle medie città, come Palermo, Napoli e Bari piuttosto che nelle grandi, Roma e Milano: “Un po’ il contrario del Fatto, dove sono stato dieci anni. Da una parte questo significa che non siamo il giornale del Palazzo. Dall’altra, forse ancora il Palazzo non ci ha messo nel radar, forse perché facciamo poche interviste”.

Feltri sostiene che da questo punto di vista un esempio positivo è come Domani ha affrontato -di petto- le questioni che riguardano la magistratura, caso Palamara, correnti, Csm, o i conti svizzeri del presidente della Lombardia, Fontana, e gli scandali vaticani. In quel caso si è distinto nella fascia alta, i lettori che seguono le vicende istituzionali.

lunghezza eccessiva

Mettere a punto, questa è la fatica quotidiana. Ci sono state critiche sulla grafica, poco vivace, molto basata sui testi, poco sulle immagini o sugli altri elementi di alleggerimento. Ci sono state critiche sulla lunghezza -eccessiva- dei pezzi. “Siamo un giornale basato sugli articoli, ma stiamo lavorando sul rendere lo sfoglio più grintoso e leggibile”, dice Feltri. E la prima pagina? Due pezzi soltanto, mentre tutti gli altri la riempiono di titoli, fanno una vera e propria vetrina: “Abbiamo messo in prima pagina più di una volta il Covid. Magari quel giorno non era la notizia principale, ma noi volevamo sottolineare qualcosa, i ritardi della Lombardia o gli errori del governo”.

Quello che c’è da fare, dice Feltri, è “dare al lettore l’idea di una struttura più compatta del prodotto. Il passaggio fra le tre sezioni, Fatti, Analisi e Idee deve essere reso più chiaro. Dobbiamo creare un bacino di lettori ben identificato, composto da un ceto intellettuale progressista, ma il più largo possibile”.

Certi giorni su Domani mancano notizie che tutti gli altri considerano da prima pagina. Scelte? “Chiudiamo prima di tutti, intorno alle 19,30. E siamo anche pochi, quindici a tempo pieno più i collaboratori. Stiamo potenziando molto l’edizione on line rispetto all’inizio. I siti all news faticano a essere sostenibili in un mercato piccolo come quello italiano, ma stiamo rendendo il nostro più ricco, con gli scoop e molti articoli in anteprima per gli abbonati e le notizie più rilevanti, altre cose arriveranno presto”.

(nella foto, Stefano Feltri)

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