Prendiamo in prestito il titolo di Repubblica: “Chi scava la fossa ci cade dentro” Russia minaccia giornalista italiano. E’ la vicenda di un cronista de La Stampa, Jacopo Iacoboni, e della frase minacciosa che contro di lui ha pronunciato il portavoce del ministero della Difesa di Vladimir Putin. Un insulto, una prova inquietante di quanto poco sia rispettata la libertà di stampa in Paesi con i quali pure manteniamo rapporti cordiali e, sembra, di collaborazione.

La collaborazione in questo caso è quella espressa da Mosca nei confronti dell’Italia, che ha inviato con aerei militari aiuti e personale per combattere il Coronavirus. Sul quotidiano di Torino, Iacoboni ha scritto tre articoli. Per capire meglio, si è posto alcune domande, ad esempio sul perché gli aiuti siano stati accompagnati da un reparto militare e come mai l’80 per cento dei materiali arrivati siano stati giudicati, da alcuni esperti, praticamente inutili.

La reazione del governo russo è stata violenta. Prima si è indignato l’ambasciatore russo in Italia, Razob, in una lettera al direttore del giornale, Maurizio Molinari. Poi Igor Konashenkov, portavoce del ministro degli Esteri, ha emesso un lungo comunicato in cui ha parlato di “strumenti da guerra fredda”, di nemici della Russia, di fake news e ha scritto questa frase latina: “Qui fodit faveam, incidet in eam”. Che vuol dire “chi scava la fossa in essa finisce”. Una minaccia, palese, ben poco diplomatica, che è stata giudicata intollerabile dalla Federazione della stampa italiana e da molti esponenti della categoria e della politica.

Scuse necessarie

Il Comitato di redazione de La Stampa ha sottolineato che le parole del portavoce “sono la prova se mai ce ne fosse stato bisogno, di quali siano gli strumenti con i quali la Russia controlla l’informazione”. E ha sollecitato l’intervento del governo, invitandolo a chiedere chiarimenti e “necessarie scuse”.

Scuse che in realtà non sono state chieste. Il governo, ufficialmente, non ha risposto. Lo hanno fatto i ministri Di Maio e Guerini, Esteri e Difesa, che in una nota congiunta hanno biasimato “il tono inopportuno” delle dichiarazioni del ministero degli esteri russo. Poi si sono preoccupati di spiegare le modalità dell’intervento dei sanitari di Mosca. Il team, è stato spiegato, lavora in sinergia con il personale della Difesa italiana e del Ministero della Salute. Il contingente russo è composto di 104 unità, nello specifico 32 operatori sanitari (tra medici e infermieri), 51 bonificatori e altro personale di assistenza e interpretariato a supporto. Sono state costituite squadre miste con personale militare Italiano del 7° Reggimento NBC dell’Esercito Italiano, che ha capacità similari, ed è stata avviata l’attività di sanificazione in alcune strutture e aree di Bergamo definite dalla Protezione Civile, in coordinamento anche con la Regione e ASL Lombardia. Le attività di disinfezione e bonifica si stanno rivolgendo principalmente in favore delle Residenze Sanitarie Assistenziali, che come noto si trovano particolarmente esposte, in quanto ospitano pazienti anziani e più fragili.

La nota ha spiegato altri dettagli concreti dell’attività svolta. “Il personale sanitario russo in questi giorni ha effettuato un’attività di training con i medici italiani presso l’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo e a breve inizierà ad operare presso l’ospedale da campo dell’Associazione Nazionale degli Alpini. Sotto il punto di vista dei materiali, i velivoli russi hanno fino ad ora consegnato all’aeroporto di Pratica di Mare i seguenti aiuti umanitari: 150 ventilatori polmonari (già in parte donati all’ospedale Giovanni XXIII e all’ospedale presso la Fiera di Milano), 330.000 mascherine, 1.000 tute protettive, 2 macchine per le analisi di 100 tamponi rapide, 10.000 tamponi veloci, 100.000 tamponi normali, un laboratorio di analisi, 3 complessi per la sanificazione di mezzi e ambienti e 3 stazioni di sanitizzazione per ampie superfici”.

tono inopportuno

Infine, espressa gratitudine ai russi (il ministro Di Maio lo aveva già fatto al telefono con Putin), i due ministri hanno scritto: “Non si può, allo stesso tempo, non biasimare il tono inopportuno di certe espressioni utilizzate dal portavoce del Ministero della Difesa russo nei confronti di alcuni articoli della stampa italiana. La libertà di espressione e il diritto di critica sono valori fondamentali del nostro Paese, così come il diritto di replica, mantenendosi entrambi dentro canoni di correttezza formali e sostanziali. In questo momento di emergenza globale il compito di controllo e di analisi della libera stampa rimane più che mai essenziale”.

Tono inopportuno, dunque, a proposito delle minacce del portavoce. Tentativo palese – chiariti alcuni fatti oggettivi – di spegnere la polemica. La risposta dei nostri ministri, pur in un momento di difficoltà di fronte all’epidemia, non ha soddisfatto chi in Italia per fortuna non accetterà mai gli attacchi alla libertà di stampa. La diplomazia usa il proprio linguaggio, pensiamo all’omicidio di Giulio Regeni e ai nostri rapporti con l’Egitto. Ma anche davanti al virus e alle migliaia di morti non si può dimenticare che l’Italia tiene rapporti con numerosi paesi (Ungheria, Turchia, Russia, Cina…) che sono abituati a minacciare ed arrestare i giornalisti scomodi. Se gli aiuti umanitari possono aiutare a salvare vite umane e a migliorare i rapporti fra i popoli, nessuno può pensare di scambiare un po’ di mascherine e di respiratori con un pezzo della nostra libertà d’informazione.

Professione reporter

 (nella foto, Jacopo Iacoboni)

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