di MARIO MORCELLINI*

Informazione e Coronavirus.

Fermo restando che una risposta più adeguata verrà da ricerche probabilmente già avviate, è già possibile esprimere un punto di vista a partire da una consuetudine ad osservare i trend dei comportamenti giornalistici.

E qui è meglio essere precisi e netti in partenza: in Italia il virus di fatto già c’era, e molto consistente, nella curvatura drammatizzante e comunque troppo emotiva delle narrazioni della cronaca nera, dei migranti e, aggiungo, anche sul tema del terrorismo.

Poiché le prove sono sempre essenziali per stabilire approssimazioni alla verità, i nostri studi su quelli che abbiamo chiamato Mediaterrorismi dimostrano che la paura del terrorismo nel nostro paese è identica e talora superiore a quella dei paesi che hanno davvero sperimentato attacchi terroristici. Da noi è stato un gigantesco fumetto, non fondato su un solo incidente o su una vita strappata. Mai che venga in mente che forse abbiamo avuto una buona capacità di intelligence, perché sarebbe troppo rassicurante.

studi sul contagio

Non dimentichiamo che gli studi sul contagio hanno ispirato storicamente, esattamente a partire da un secolo fa (soprattutto in America), le ricerche sulla comunicazione e sull’influenza. Non si dimentichi mai che quest’ultima parola è al centro dei media studies come nelle vicende di questi giorni, in cui la sanità pubblica è messa alla prova, ma tutt’altro che sconfitta.

Eppure, la parola influenza e le sue varianti prevalgono sulle narrazioni di esiti positivi, di politiche pubbliche prontamente adottate e di casi di successo: incomparabilmente più di qualunque costo in termini di vite umane possa essere contabilizzato. Ma è noto che l’informazione italiana non ami i numeri, i trend, e tanto meno quella roba che si chiama Data Journalism e Giornalismo di precisione. 

Considerazioni positive

Detto questo, che può apparire un’inclinazione al pessimismo, dico invece che la tempesta mediatica sul virus lascia spazio anche a considerazioni positive, soprattutto dopo le prime puntate. Non ravviso una campagna di disinformazione e di fake news che davvero lasci in secondo piano una funzione di “compagnia ai pubblici”, di narrazioni non solo drammatizzanti, di induzione alla paura.

Ce n’era di più quando i media italiani hanno stoltamente messo al centro i migranti, forse perché completamente privi di capacità di autodifesa.

Vedo anzi un’incipiente e non banale riflessione sul ruolo da assumere in situazioni di emergenza, che non ho visto in modo equivalente in tante crisi “straordinarie” in cui i media sembravano sempre ricominciare daccapo, ignorando la memoria dei precedenti. Penso a terremoti, episodi di terrorismo, crisi sanitarie, disastri ambientali etc. 

Mi colpisce, invece, la capacità di alcune emittenti (a partire dal servizio pubblico), testate e centri di ricerca di riflettere in diretta sul ruolo che l’informazione deve sapientemente occupare, sempre a metà strada tra potere e società, ma con l’occhio e il cuore rivolto ai pubblici. In altre parole, non trascurando mai che la narrazione non può tacere fatti veramente nuovi (e già qui il giornalismo fatica) e una ovvia rassicurazione, come ci insegnano gli studi di disastrologia e quelli sul “panico morale”. Da tutto questo si può ripartire anche per una narrazione che può essere più convincente o, almeno, per adeguate contronarrazioni.

*(Commissario Agcom -Consigliere alla comunicazione, Sapienza Università di Roma)