Il giornalismo non è più sostenibile.

Non permette una vita dignitosa.

Neanche nella gamma alta del settore.

Lunedì 9 dicembre c’è stato il primo caso eclatante di abbandono pubblico. “Da oggi interrompo la collaborazione con il Corriere della Sera e in particolare con la sezione per cui scrivo da anni, La Nuvola del Lavoro. Voglio spiegarvi bene le ragioni di questo stop”. Barbara D’Amico, collaboratrice del blog del Corriere della Sera che parla di occasioni di lavoro, spiega tutto su Twitter: “La prima è di natura pragmatica. Per la seconda volta da quando collaboro con la testata i compensi lordi per gli articoli online sono stati arbitrariamente abbassati, stavolta del 25% (la prima volta fu del 50%: da 40 euro lordi a 20 euro lordi ora siamo a 15 euro lordi). Dico arbitrariamente nel senso che non ho mai ricevuto una comunicazione tempestiva, prima che i tagli fossero effettivi. E’ chiaro, lo decide il management, ma saperlo in tempo aiuta a capire se continuare a collaborare sia sostenibile oppure no”.

Neanche una telefonata

Quindi, 15 euro lordi a pezzo, senza neanche una telefonata.

“I nuovi tagli -continua D’Amico- sono stati decisi a ottobre ma ne sono venuta a conoscenza solo venerdì 6 dicembre, direttamente in “busta paga”, per così dire e per articoli già scritti. La comunicazione interna, dalla redazione, è poi arrivata stamattina, ma a mio avviso comunque tardiva. E qui veniamo alla seconda e vera ragione: il silenzio. Non deve essere un tabù comunicare in modo chiaro ai collaboratori che non c’è budget sufficiente. Può capitare, non esiste un diritto alla collaborazione né tantomeno esiste una formula magica per far decollare un prodotto editoriale e garantire poi contratti e tutele. Ma il lavoro giornalistico, a qualunque livello, è lavoro. Non un hobby”.

Continua Barbara D’Amico: “E penso esista una sorta di dovere di sostenibilità: se cioè affido un lavoro all’esterno, anche con poche risorse, devo almeno sincerarmi che quelle risorse e quelle condizioni si possano mantenere. Non si tratta dei 5 euro in più o in meno, ma della fiducia di chi collabora. Poi ognuno, sapendo come stanno le cose, può decidere se lavorare quasi gratis oppure no”.

Quindi la ex collaboratrice del Corriere esamina l’organizzazione interna del giornale: “Non voglio nemmeno che la vicenda passi come prova che il passo indietro dipende dai tagli, dalla crisi dell’editoria, dal fatto che “la gente non legge e non compra più il giornale. C’è un livello più interno, di rispetto minimo, che passa anche per il modo in cui si organizza il lavoro e riguarda il trattamento delle persone.  Parlando più in generale, ho sempre pensato che puntare il dito contro il lettore ignorante o scroccone o non meglio identificati difetti di sistema fosse il miglior modo di non assumersi mai responsabilità.

Esistono ragioni strutturali per cui i compensi sono bassi, è chiaro, ma non c’è una legge che obblighi le redazioni ad avvalersi del lavoro esterno se le risorse scarseggiano”.

prediche e sciatteria

E D’Amico affronta un altro problema: può il giornalismo predicare bene e praticare diversamente? “Al di là dei soldi trovo incongruente continuare a infondere energie e competenze nel dare voce al mondo del lavoro quando nel mio ambiente di lavoro mancano quelle condizioni minime predicate in editoriali e articoli. Lavorare gratis o sottopagati, lo sappiamo, è un errore e parte del problema. Ma c’è anche una sciatteria pericolosa da parte di chi sa bene che potrebbe e dovrebbe fare a meno dell’esternalizzazione delle collaborazioni e invece persevera senza produrre un piano di sostenibilità di medio o lungo termine”.

Conclusione: “Credo, insomma, sia arrivato il momento di congedarmi, per tutte le ragioni che ho descritto, sperando di stimolare un minimo di riflessione sull’opportunità di continuare a tenere in vita sistemi non pianificati.

Senza scomodare per ora diritti e tutele che pure sono essenziali per fare informazione. Servirebbe un’ecologia del giornalismo. Servono un piano, umiltà, coesione tra chi fa lo stesso mestiere a prescindere dal contratto con cui lo svolge e bravi manager dell’informazione in grado di chiarire a monte cosa ci si può permettere e cosa no”.

Gli organi di informazione sono arrivati a pagare le collaborazioni anche tre euro lordi. Fa effetto che questa deriva abbia contagiato anche il primo quotidiano italiano. Da anni i comitati di redazione del Corriere chiedono una riduzione del monte compensi per le collaborazioni che ammontano a qualche milione di euro l’anno: ma chiedono riduzioni progressive, a partire dai collaboratori prestigiosi e super pagati. La strada più semplice, invece, è sempre stata tagliare a tanti piccoli piuttosto che a pochi grandi.

Urbano Cairo, da nuovo proprietario, è stato molto energico nel chiudere costi flessibili, toccando poco i costi legati ai dipendenti fissi. Di qui il caso D’Amico. Che denuncia anche i modi con cui i collaboratori vengono trattati.

L’attuale cdr ha annunciato una verifica su tutta la questione collaboratori.           

Professione Reporter

(nella foto, Barbara d’Amico)

link:

Un pezzo per tre euro, ma fra tre mesi. Vita disperata dei nuovi collaboratori