di CESARE GIUZZI

La cambiale di Marco sono quaranta righe di intervista al sindaco del paese, che di mestiere fa il macellaio, ma anche il sindaco. Quella di Giulia è invece il racconto di una giornata in coda per prenotare una mammografia in un ospedale delle Brianza. Settanta righe, “scritte bene, mi raccomando”. La cambiale di Lorenzo, invece, è la stessa di ieri: questura, carabinieri, un salto in procura. Quindici, venti, quaranta, trentacinque e quattordici righe.
La loro cambiale è firmata su un pezzo di carta che il giorno dopo è buono per avvolgerci il pesce. Anzi, Marco non ha neppure quello, che la carta costa e oggi si scrive solo online.
Oggi Marco, Giulia e Lorenzo hanno lavorato, come ieri e come faranno domani. E magari domani faranno la spesa. Perché oggi non si può, e magari è meglio aspettare dopodomani che è il quindici e forse il bonifico arriva. O magari no, forse arriva al venti e meno male che ci sono quei 50 euro nel cassetto, che speravi di mettere via ma anche questo mese amen.

Elenchi, borderò e foto

Oggi chi firma un articolo sa che sta sottoscrivendo una cambiale in bianco, che il lavoro si fa adesso e i soldi però arrivano quando arrivano. Tre mesi, sei mesi. E pure un anno. Che poi mandi fatture, elenchi pezzi, borderò con articoli e fotografie, video, ma sai che poi mica te li pagano tutti. Che quando arrivano i soldi non c’è una distinta ma una cifra con le virgole che anche se dividi per la radice quadrata del sangue che ci hai buttato, non puoi capire cosa ti hanno pagato e cosa no. Ma alla fine sono pochi e maledetti. Non sono subito, perché quando arrivano sono già passate due stagioni. E tu scrivevi d’estate e ti pagano che quasi è primavera.
Siamo stati tutti collaboratori, siamo stati tutti sfruttati, umiliati, truffati da editori da rapina che promettevano e dopo due numeri in edicola non pagavano. Ma non siamo passati tutti da qui. Da questo girone d’inferno dove sai che non hai prospettive, che essere collaboratore significa farlo per cinque, dieci o quindici anni prima di avere un contratto. Una volta questo era il modo per entrare in redazione dalla finestra. Oggi le finestre sono chiuse, in molti casi sbarrate. Ma i giornali escono lo stesso, e li riempiono Marco, Giulia e Lorenzo. E mille altri ragazzi che non sono ragazzi ma hanno due lauree, trentacinque anni e magari vorrebbero pure un figlio. Anche se Giulia un figlio non può permetterselo, perché nel girone d’inferno ci si può stare da soli per ostinazione e testardaggine, ma mica ci puoi stare in due.
I collaboratori a pezzo, quelli senza un contratto, senza un fisso, senza un foglio di carta, sono i sikh che mungono le vacche nelle cascine, gli africani che raccolgono le arance, le donne romene che coltivano i pomodori nelle serre di Ragusa. Sono la carne da macello indispensabile nel mondo editoriale di oggi. Adesso ci sono, domani anche. Dopodomani chissà. Sono indispensabili perché senza di loro i giornali non escono. Quelli locali, dove devi seguire i consigli comunali dei paesini, ma anche quelli grandi grandi. Perché le aziende editoriali che non pagano sono anche quelle grandi. In Italia funziona così, e non c’è niente da fare. E vorresti ribellarti ma non puoi, perché altrimenti domani neppure scrivi più.
Lo dico a titolo personale, ma lo scrivo amaramente anche come presidente dei Cronisti lombardi ormai prossimo alla fine del mandato, dietro tutto questo c’è un meccanismo che ha poco di diverso da kapò e caporali. Perché c’è qualcuno che ieri ha chiesto a Marco l’intervista al sindaco, a Giulia l’inchiesta sugli ospedali e a Lorenzo le notizie di cronaca nera. Quel qualcuno non è alieno. Non indossa una maschera invisibile, non è il padrùn che sfrutta e getta via. Il caporale è il nostro vicino di scrivania, a volte siamo noi che chiamiamo il collaboratore per chiedere pezzi che sappiamo benissimo che forse non verranno mai pagati. Che chiediamo il favore personale, che diciamo “dai, vedrai che esce un bel lavoro”, che “ci sarebbe da andare in fretta in quel posto” anche se sai che è a venti chilometri da casa e fanno quaranta tra andata e ritorno.

Non ti chiedono mai come va

I caporali sono capiredattori che fingono di non sapere che anche oggi scriverai per tre euro, o fosse anche per quindici non farebbe la differenza. Sono quelli che non ti chiedono come va, perché sanno che gli rispondi che non va, che non ti hanno ancora pagato dopo tre mesi. Sono quelli che se te lo chiedono, se per caso hanno l’ardire, stanno zitti mentre non rispondi.
Non è tutto così il nostro mondo. Ma lo è per molti.
Le storie di Marco, Giulia e Lorenzo sono vite che ci stanno accanto. Che a volte non vediamo. Che sfuggono al sindacato perché non sono iscritti, perché non hanno un contratto, perché “se uno accetta di lavorare per tre euro, allora in fondo sono cazzi suoi”.
No, queste storie sono quelle che mandano avanti i giornali, queste vite sono l’amara fotografia di un mondo che fingiamo non esista. La battaglia per ottenere pagamenti regolari non è (solo) una questione sindacale. Ma di civiltà, di etica, di umanità. Non sono freelance, non sono lavoratori autonomi, non sono fantasmi. Non sono ragazzi che sognano di fare i giornalisti, ma che lo fanno ogni giorno.

Sono Marco, Giulia e Lorenzo. Sono colleghi, sono i miei colleghi. Sono borse della spesa vuote. Sono vite pagate con cambiali da 40 righe.