Ciò che non doveva succedere sta accadendo. Anche il governo Conte 2, come altri governi che l’hanno preceduto, dal 2009 a oggi, sta per dare il via libera ad nuovi prepensionamenti di giornalisti. Centoventi, oltre ai 1.100 già avvenuti. Con grande gaudio degli editori, che continuano a ristrutturare le aziende a spese della collettività, e con il gelo dell’Inpgi, istituto di previdenza della categoria già in grave crisi economica, che perderà contributi e dovrà pagare nuove pensioni anticipate.

Ma non basta. Nel provvedimento, che sarà compreso nella finanziaria, si fa un altro grande favore agli editori. Si permette di assumere, al posto dei giornalisti prepensionati, persone che non sono giornalisti per svolgere -si presume- compiti da giornalisti. Che pagheranno i contributi all’Inps. Si apre un varco e si procede verso la fine della professione, auspicata dal Movimento 5 stelle. “Di questo passo -ha detto Marina Macelloni, presidente Inpgi- l’Inpgi morirà, ma tutto il sistema dovrà prendermene la responsabilità”.

Competenze professionali

Macelloni ha inviato ieri una lettera ai Ministeri vigilanti, Nunzia Catalfo e Roberto Gualtieri, al presidente della Commissione parlamentare di controllo sugli Enti, Sergio Puglia, e alla Corte dei Conti per segnalare le gravi conseguenze sui conti dell’Istituto delle misure inserite nel disegno di legge di Bilancio per il 2020 all’esame del Senato: “La norma proposta stanzia nuovi fondi, a carico del bilancio dello Stato, per finanziare un nuovo ciclo di uscite anticipate per i giornalisti. Le cifre stanziate comporteranno l’uscita dal lavoro di circa 120 giornalisti nel solo 2020, con una perdita di contributi per l’Inpgi di almeno 4,5 milioni all’anno. La norma inserita nella legge di stabilità prevede inoltre che a fronte delle uscite, le aziende possano assumere anche soggetti privi di status giornalistico, quindi non assicurabili all’Inpgi, che siano ‘in possesso di competenze professionali coerenti con la realizzazione dei programmi di rilancio, riconversione digitale e sviluppo aziendale’. In pratica dalle redazioni usciranno giornalisti che saranno sostituiti in parte da non giornalisti: di fatto un attacco alla professione”.

E questo -ricorda Macelloni- mentre il Consiglio di amministrazione dell’Ente è impegnato, come prevede la legge 58/2019 del 30 giugno scorso, a mettere in atto ulteriori misure volte al contenimento della spesa e all’incremento delle entrate, in attesa dell’allargamento della platea previsto dalla stessa legge nel 2023.

“Ai nostri interlocutori istituzionali chiedo – dice Macelloni – come sia possibile per l’Istituto rispettare una legge che chiede di ridurre le spese e aumentare le entrate mentre con un altro provvedimento il Governo impone allo stesso Istituto una ulteriore riduzione di iscritti e di entrate contributive senza neppure il conforto di nuove assunzioni giornalistiche. Siamo i primi testimoni della crisi dell’editoria, i cui effetti sono evidenti nei nostri conti da oltre un decennio – ha aggiunto la Presidente – e quindi certo non possiamo negare l’esigenza di una nuova fase di ristrutturazione del settore. Riteniamo però indispensabile che tali misure vengano necessariamente coordinate con il processo di allargamento della platea degli iscritti all’Inpgi in modo da poter rafforzare il flusso finanziario della gestione previdenziale e rendere sostenibili anche gli effetti delle nuove uscite”.

Ventimila professionisti

Per risanare i conti (quest’anno la gestione previdenziale e assistenziale chiude con 169 milioni di rosso) l’Inpgi punta sull’assorbimento in istituto dei “comunicatori”, circa 20 mila professionisti di uffici stampa e relazioni pubbliche. Un assorbimento previsto dalla legge per il 2023, che la dirigenza Inpgi chiede di anticipare al 2021, prima che sia troppo tardi. Le associazioni che rappresentano i comunicatori, in particolare quelli privati, però si oppongono con durezza all’ipotesi che definiscono una “deportazione” dei contributi della loro categoria dall’Inps all’Inpgi: “E’ una operazione insostenibile” -affermano Ascai, Cida, Comec, Confassociazioni, Ferpi, Iaa e Una con un comunicato in cui lamentano di non esser stati ascoltati dalle istituzioni su questa ipotesi.

“Si tratta di un’operazione che suscita molte perplessità, non solo per l’approccio, ma soprattutto per la sostenibilità, come ha ribadito anche il presidente dell’Inps Pasquale Tridico, intervenuto all’assemblea Cida che si è svolta il 4 dicembre a Roma: “Lascia molti dubbi e perplessità questa idea -ha detto Tridico- L’operazione di portare fuori dall’Inps questa categoria porrebbe due difficoltà: la definizione della categoria dei comunicatori e la sostenibilità. Sarebbe certamente più sostenibile lasciarli all’interno dell’Inps, che è il welfare degli italiani. I comunicatori hanno tutto il diritto di avere una pensione sicura domani”.

Professione Reporter

(nella foto, Marina Macelloni)