(V.R.) Il senatore pentastellato Gianluigi Paragone ha annunciato che si dimetterà da Palazzo Madama nel caso che Giuseppe Conte riesca a mettere d’accordo Di Maio e Zingaretti e a formare il suo secondo governo. Avrà problemi? Quando un giornalista lascia il Parlamento può tornare facilmente a fare il proprio mestiere? Qualche questione si pone.
Che un professionista possa riprendere l’attività è logico, anzi auspicabile per evitare che resti politico a vita. Tornano indietro medici, avvocati, o altri professionisti. Il loro problema è magari il servizio pubblico che hanno svolto come membri della Camera o del Senato, servizio ben retribuito proprio per questo, per ripagare coloro che hanno abbandonato lavori, posti e incarichi.
Per un giornalista è la stessa cosa? No, è diverso. Può darsi che il giornale dove lavorava gli abbia garantito lasciato la seggiola e lo riaccolga senza fiatare. Non sempre accade. Ma si pone una differente questione. L’essersi legato ad un partito o a un movimento politico, l’essersi “schierato”, gli ha affibbiato una etichetta, che non può staccarsi dalla fronte come fa chi si depila o chi, per esempio, cambia casacca e si trasferisce da una squadra ad un’altra. C’è un problema di credibilità.
Parola desueta, ma indispensabile per un giornalista. Se non è credibile chi lo ascolta? Chi lo legge? Chi spende soldi per acquistare le sue notizie? Un medico o un avvocato che si siano candidati con Berlusconi, con il Partito democratico o con Fratelli d’Italia, se sono bravi tornano in una clinica o nell’aula di un tribunale. Per noi, non dimentichiamolo, la legge prescrive (articolo 40) che se il professionista perde l’esclusività deve essere cancellato e può passare all’elenco dei pubblicisti.
Il giornalista ha l’obbligo di cercare la verità, deve essere equidistante. Per questo in passato editori e direttori hanno magari ripreso l’ex parlamentare, ma lo hanno destinato ad un incarico organizzativo (soprattutto se prima era impegnato nella redazione politica). Naturalmente esistono organi di parte, o addirittura di partito, che rinunciano alla propria indipendenza e fanno anch’essi politica. Una faccenda che l’Ordine non ha affrontato ma che ha un posto rilevante nel panorama etico di questa attività. Ci sono giornalisti e giornalisti. C’è chi non rinuncia alla propria autonomia e chi la sacrifica spesso e volentieri.
Se poi si vuole concludere, può aiutare proprio il caso di Gianluigi Paragone, perché il suo “giornalismo” è stato molto basato, più che sulla ricerca delle notizie, sulla realizzazione di rubriche e trasmissioni, impegni nei quali un iscritto all’Ordine fa il conduttore e magari l’opinionista. Impegni nei quali il distacco e la neutralità contano poco. Servono bella presenza, facilità di parola e magari di far polemica, un po’ come Pippo Baudo, Frizzi, o Liorni. E dunque per un collega (passato oltretutto tranquillamente dalla Lega ai Cinque stelle!) la questione non si porrà, perché si parlerà della sua capacità di tornare a “quel” mestiere. Basterà aggiungere un paio di parole alla sua biografia. Se si prende da Wikipedia quella di Paragone e la si stringe all’osso, i passaggi principali sono: quotidiano la Prealpina, Rete55, la Padania, Libero, Rai 1, Rai 2, La Sette. Se verrà via dal suo scranno, occorrerà semplicemente aggiungere all’elenco: senatore della Repubblica. E, vedrete, nessuno si preoccuperà.