di PAOLO BROGI

Delitti di serie a, b, c e di nessuna serie.
A quale categoria appartiene l’omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne di Arce ritrovata morta il 3 giugno 2001 in un boschetto della valle del Liri, in Ciociaria, in contrada Anitrella, diciotto anni fa?
La recente richiesta (30 luglio 2019) della Procura di Cassino di rinviare a giudizio, per questo omicidio e per l’occultamento del cadavere, Francesco Mottola, comandante della caserma dei carabinieri di Arce al tempo del crimine, sua moglie Anna Maria, suo figlio Marco e altri due carabinieri per altri reati, dopo anni di false piste, capri espiatori e depistaggi veri e propri, è stata trattata dal sistema dei media con scarso approfondimento. La notizia e poco più.

Eppure le nuove acquisizioni giudiziarie sono degne di qualche attenzione: l’accusa è di aver ucciso, ponendole un sacchetto sulla testa, la ragazza, che durante un alterco, negli alloggi della caserma dei carabinieri, era crollata a terra con del sangue che le usciva da un orecchio. La ragazza, che aveva un legame col figlio del comandante, era stata portata su un terrazzino e soffocata col sacchetto, per poi essere trasportata nel bosco a valle.
Carabinieri, dunque, di un piccolo paese della Ciociaria, dove ora il padre della vittima, Guglielmo Mollicone, lancia accuse gravissime sul possibile coinvolgimento anche della camorra (lo ha detto in una recente intervista a Radio Cusano Libera).

IL carrozziere arrestato

Ricordo che per la morte della ragazza fu arrestato un carrozziere del posto, Carmine Belli, che scontò in carcere diciotto mesi per poi essere scagionato.
E dunque qual è il problema?
Non fa notizia l’uccisione di una ragazza di diciotto anni dentro una caserma dei carabinieri.
Non la fa per gli stessi cronisti che in passato si sono occupati del caso, depistaggi compresi.
Arce è un posto un po’ lontano, un paio di ore da Roma, raggiungerlo deve evidentemente essere faticoso.
Ricordo l’arresto di Carmine Belli. Mi ritrovai quella sera unico cronista (per il Corriere della Sera) che si aggirava per Arce. Già allora il delitto era dunque diventato di serie B? Bastava forse accontentarsi delle agenzie? Evidentemente era così.
Eppure occuparsi di quell’arresto ad Arce, parlando con i parenti e i congiunti del Belli ad esempio, era un esercizio utile, almeno per aprire interrogativi e chiedersi se non altro come mai un giovane carrozziere, legato a una giovane donna polacca (si chiamava Eva) con una figlioletta avuta da una precedente relazione, si fosse trasformato in un killer spietato…

una cucina economica

Avviliti i genitori del Belli, Antonio e Germina, che trovai raccolti, in quella brutta serata di autunno inoltrato, accanto alla loro povera cucina economica, in una casa ai limiti del paese. Non mi sembrava il quadro di un killer spietato, che si era accanito sulla povera ragazza. Nei miei resoconti emergeva la mia incredulità. Ma intanto il carrozziere era stato schiaffato dentro e in carcere sarebbe restato a lungo.
Quando poi il Belli fu scagionato, la notizia creò scarso interesse.
E ora?
Ora Guglielmo il padre di Serena non si è accontentato di questo nuovo quadro di indagini che ha portato al rinvio a giudizio. Dice che ad Arce era sbarcata allora la camorra e che i carabinieri erano invitati alle feste del boss locale. Dice Guglielmo che nella morte di sua figlia Serena e nell’occultamento e nei depistaggi c’è stata anche la mano della criminalità organizzata.
Guglielmo dice anche che reperti assai intimi di sua figlia sono scomparsi dai resti dell’autopsia. Dice infine che sul corpo sono state rilevate fratture multiple ed ematomi vari. Insomma un pestaggio vero e proprio.
Non è un quadro degno di qualche interesse per la cronaca?
Perché nessun cronista torna ad Arce?