di VITTORIO ROIDI

Migliaia di giornalisti attendono col fiato sospeso: potrà l’Inpgi restare autonomo o dovrà confluire nella larga pancia dell’Inps?
L’interrogativo riguarda i colleghi giovani (quali pensioni percepiranno?) ma anche gli anziani (c’è il rischio di tagli a ciò che oggi percepiscono?). Gli animi non sono sereni. Ma alle due domande se ne deve aggiungere una terza: per sanare il bilancio dell’ente è inevitabile la rinuncia all’autonomia? L’istituto di previdenza è una delle gambe sulle quali si regge l’indipendenza del giornalismo, ma molti sembrano dimenticarlo. L’abbiamo sempre gestito da soli (insieme con gli editori) pagando di tasca propria non solo le pensioni, ma la disoccupazione, la cassa integrazione, un pezzo di assistenza sanitaria, oneri che altri cittadini caricano sulle spalle dello Stato, cioè sulla finanza pubblica.
Un Inpgi autonomo significa non dover chiedere aiuto a questo o a quel ministro, a questo o a quel governo. Finire nell’Inps significa diventare meno liberi.

La “Fissa” e la trasparenza

L’istituto fu creato nel 1926, come ente morale, sul modello previdenziale corporativo. Ne fu primo presidente Arnaldo Mussolini. Dal 1951 fu intitolato a Giovanni Amendola. Dal 1994 si è trasformato in una “fondazione”. Fino al 2014 l’ente ha garantito pensioni fra le più alte d’Italia. Con i suoi introiti ha acquistato immobili (alcuni affittati agli iscritti, peraltro a prezzi di mercato). Ha fatto investimenti finanziari intelligenti, uno dei quali tuttavia è costato una denuncia al presidente Andrea Camporese, uscito del tutto pulito dalla campagna di accuse orchestrata da avversari i quali, poi, non hanno avuto l’onestà civile di scusarsi. Piccole lotte a sfondo o politico o del tutto personali, che sovente hanno caratterizzato la vita democratica dei nostri organismi rappresentativi. E li hanno indeboliti. Peraltro, la gestione dell’ente, un tempo prosperosa, è stata caratterizzata da scarsa trasparenza. Non il massimo, visto che siamo o dovremmo essere professionisti della comunicazione!
Poi c’è stata la mazzata della “fissa”. L’indennità di fine rapporto divenuta non più sopportabile, dal 1981 è stata sostituita con una indennità di mancato preavviso e con la costituzione di un fondo, totalmente “incapiente”, praticamente fin dall’inizio. Calcoli e previsioni sbagliati, ai quali hanno fatto seguito accordi insufficienti e pressoché inutili. Moltissimi colleghi hanno perso bei soldi, sui quali facevano conto al termine della carriera. Molti hanno accettato di incassare il 50% di quanto loro spettava, altri sono andati dal giudice. Polemiche furibonde e comprensibili che non si placano ma che non aiutano l’analisi di cosa fare per il futuro.

Sottosegretario all’opera

Infine, negli ultimi 8/10 anni la crisi del settore ha reso più grave la situazione: pensionamenti (alcuni per porre riparo a pessime gestioni delle imprese) a fronte di pochissime assunzioni. Difficile rimediare. I bilanci in rosso comportano la nomina di un commissario da parte dell’autorità vigilante. L’amministrazione guidata da Marina Macelloni, giornalista del Sole 24 Ore, ha sottoposto al Ministero del Lavoro una soluzione, allargare la platea contributiva inserendo nell’istituto i circa 20.000 “comunicatori”. Chi sono? Per legge il comunicatore ”è colui che, per conto terzi e nell’ambito di un rapporto lavorativo di natura subordinata o autonoma, pianifica, elabora, confeziona, cura o realizza in qualunque forma messaggi a carattere informativo o comunicativo al fine di conseguire l’obiettivo assegnato dal committente”.
Problema dunque risolvibile? Il sottosegretario al Lavoro Durigon ha preso a cuore la questione e alla fine, dopo una dura battaglia, nel cosiddetto Decreto crescita approvato dal Parlamento è stato previsto appunto l’allargamento dell’Istituto e sono stati stanziati i fondi necessari. Un anno di tempo. Contemporaneamente però il legislatore ha chiesto all’Inpgi di fare (entro tre mesi) un’ulteriore analisi dei propri bilanci attuariali per valutare se esistano nuove misure che, in alternativa, possano essere efficaci nel medio-lungo termine a garantire la sostenibilità dei conti. Il consiglio di amministrazione è al lavoro. Molti ammettono che l’allargamento è l’unica soluzione. Ma nel frattempo, se venisse nominato il commissario, potrebbe invece optare per il trasferimento all’Inps.
Tutti gli interlocutori (anche il sottosegretaro Crimi, che voleva chiudere Radio Radicale e che più volte ha ipotizzato l’abolizione dell’Ordine) hanno negato di volere la liquidazione dell’Istituto con un aggravio di costi per lo stato. Tutti fanno calcoli attuariali, tutti polemizzano, alcuni accusano i dirigenti passati di non aver saputo prevedere e frenare il disastro. Nessuno si ricorda che l’Inpgi serve all’autonomia di chi fa informazione. Nessuno, neppure i direttori dei giornali, pronunciano la parola.
Triste constatazione di quanto poco interessi l’indipendenza del giornalismo, di quanto poco si capisca che senza un’informazione libera non ci può essere vera democrazia.

(Nella foto, Mimma Iorio, direttore generale Inpgi e Marina Macelloni, presidente Inpgi)