di VITTORIO ROIDI

Manager, dirigente d’azienda o garante dell’autonomia dei redattori? Sempre più spesso il direttore partecipa alle decisioni dell’impresa editoriale, vi è immerso fino al collo, invece di limitarsi a gestire il contenuto giornalistico. “Durante le vertenze ce li troviamo seduti dalla parte opposta del tavolo, quella degli editori” si lamenta Raffaele Lorusso, Segretario nazionale della Federazione della Stampa.
Sarà colpa della crisi economica, del marasma in cui si trova gran parte del giornalismo, certo. Ma le conseguenze appaiono gravi.. “Se un’azienda che compra pubblicità è coinvolta in una vicenda giudiziaria – spiega Lorusso – capita che l’editore intervenga sul direttore affinché la vicenda non venga pubblicata o sia minimizzata”. E’ pericoloso mescolare i ruoli, il sindacato l’ha sempre detto.
La funzione di un direttore si basa anche sull’articolo 6 del contratto di lavoro, secondo il quale il direttore deve “garantire l’autonomia della testata” nei confronti di chicchessia, ovviamente anche dell’editore. Come fa a difendere realmente i giornalisti se si deve occupare delle trattative sindacali, delle copie che calano, della pubblicità che scompare? In cosa consiste l’indipendenza della redazione se chi la dirige si occupa del bilancio più che della verità delle notizie diffuse?

“Uno scudo, non un monarca”

Ferruccio De Bortoli – che ha diretto il Sole 24 ore e per dodici anni (in due diversi periodi) il Corriere della Sera, l’articolo 6 lo conosce bene. E spiega: “Tutto dipende dalla personalità e dalla preparazione professionale dei colleghi. L’autonomia del direttore è nel contratto, non nella prassi”. Come dire che occorre distinguere fra teoria e pratica, non dimenticando mai che il direttore è l’uomo di fiducia della proprietà. Bisogna vedere come si comporta. Autonomia esterna ed interna, naturalmente. “Il direttore non è un monarca assoluto, è una guida, uno scudo. Imporsi qualche volta è necessario, prevaricare è sbagliato”.
In un’azienda come quella di via Solferino – il Corriere aveva una dozzina di azionisti dei quali tenere conto – è tutto complicato. Il direttore deve mediare. “Ma non si può dimenticare il senso collettivo della missione” che si sta svolgendo, dice De Bortoli. “C’è da difendere non solo l’indipendenza e l’autorevolezza, che hanno nella credibilità il loro significato civile e di mercato, ma il valore di ciò che si fa. L’informazione non è una commodity gratuita, ma il nutrimento necessario, sempre più prezioso, in democrazie spente”.
La prassi, più che la teoria, soprattutto nei momenti difficili. Vittorio Emiliani, che alla guida del Messaggero attraversò crisi sindacali terribili (anche uno sciopero di 17 giorni) tiene a precisare che lui, dall’altra parte del tavolo, non si è mai seduto. “Anzi, io ai confronti sindacali non ho mai preso parte”. Una posizione di terzietà che in molti casi si può rivelare decisiva, anche se faticosa e delicata per chi, il direttore, si sente spesso chiedere dall’editore di tagliare posti di lavoro e giornalisti.
L’attuale formulazione dell’articolo 6 risale al 1979 e rappresentò una vittoria non da poco per la Fnsi nei confronti della Federazione degli editori, che ha sempre tentato di portare i direttori dalla propria parte, li ha sempre strattonati e spesso costretti a fare i manager.

Una stagione fortunata

Emiliani considera la sua stagione (1980-87) “tutto sommato fortunata”, perché in quella azienda c’erano amministratori, come Guccione, De Luca, Fontana, che rispettavano i ruoli di ciascuno. Finanche Mario Schimberni (il presidente della Montedison) sapeva apprezzare la divisione dei compiti. “Un epoca in cui in fin dei conti c’erano degli abbastanza solidi. Un editore sapeva che nominando un tipo di direttore aveva garanzie di una gestione corretta, ma doveva concedere una certa autonomia”. Senza dimenticare che Emiliani era uno che aveva un buon rapporto con i sindacati e dunque poteva aiutare a risolvere le gravissime vertenze che erano in atto.
Ovviamente, mai il direttore ha potuto prescindere dal successo o dall’insuccesso del giornale. Ecco perché anche Barbara Stefanelli, vice di Luciano Fontana al Corriere della Sera, appena nominata direttore del settimanale ‘7’, ha dovuto ammettere (con Carlo Riva di Prima Comunicazione) che i giornalisti d’oggi devono anch’essi considerare le questioni economiche e “capire come far correre il giornale sulle sue gambe”.
Secondo alcuni la crisi è oggi così profonda che tutto dovrebbe tornare in discussione, per evitare che il sistema delle imprese precipiti nel baratro. Ma non è così. La terzietà e l’autonomia del direttore è un patrimonio irrinunciabile per i giornalisti. “Nelle aziende piccole e medie l’argine è spesso caduto, mentre in quelle più strutturate ha tenuto – spiega Raffaele Lorusso – ma l’articolo 6 ha un aspetto etico e deontologico che per la Fnsi è inaccettabile modificare”. L’autonomia dei giornalisti nasce da lì, da quelle poche parole, anche se poi dipende dalla forza dei Comitati di redazione e dalla schiena dritta delle persone.
E’ curioso vedere che Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano (cooperativa) dica ai propri redattori “Con voi non parlo più!” perché in assemblea lo avevano accusato di essere stato troppo tenero con il Movimento 5 Stelle. Il direttore-monarca viveva nei secoli scorsi. Oggi tutti ammettono che i redattori non sono impiegati, ma partecipano ad un’opera intellettuale collettiva. Ovvio che non bastano le regole scritte nel contratto per difendere l’autonomia e la professionalità dei componenti di una redazione.

(Nella foto, Ferruccio De Bortoli)

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