di VITO FAENZA

La verità è stata sepolta per sempre da un colpo di pistola al cuore. Vincenzo Auricchio, 53 anni, docente di matematica accusato di aver avuto un relazione con due sue studentesse sedicenni, e per questo arrestato, si è tolto la vita nello scantinato della propria abitazione nel pomeriggio dell’ultima domenica prima dell’estate. Ha usato la pistola del padre per porre fine ai suoi giorni, dopo aver lasciato una lettera alla compagna e ai figli. Una lettera in cui non lancia accuse, ma detta solo alcune parole di conforto ai propri cari.
Il suo suicidio, come era avvenuto per il suo arresto, ha messo sotto attacco tutti i media, giornali e Tv. Nessuna perifrasi sui social: “Gogna mediatica”, sostengono colleghi, amici, allievi di un liceo di Napoli, dove, a scuola chiusa e in una giornata caldissima, 300 studenti si sono radunati e hanno illuminato la notte coi propri telefonini usandoli come fiaccole. Molti di questi ragazzi, neanche diciottenni, hanno portato il lutto al braccio.

Condanna definitiva e preventiva

L’accusa che rivolgono alla stampa è di aver sbattuto il mostro in prima pagina, non aver approfondito, aver liquidato con una condanna definitiva la vicenda, basandosi solo su quell’arresto.
Forse quei ragazzi, quella ventina di docenti che coinvolgono i giornali non hanno tutti i torti. A cominciare dall’inchiesta. Il pool “fasce deboli”, come si chiama l’insieme dei Pm che segue i casi che coinvolgono minorenni, ha cominciato a indagare ad aprile. Tre mesi prima dell’arresto. Base di prova: i messaggi lasciati sul tablet e trasmessi dal tablet del professore. Nessun hackeraggio, stabiliscono i periti dei carabinieri. Una delle due ragazze accusa e ritratta, poi accusa di nuovo. Il professore si trasferisce, ma una venti suoi colleghi mandano una missiva in Procura in cui difendono il docente e si dichiarano increduli.
Di questo, sui giornali nessuna menzione al momento dell’arresto. Invece di indagare sulla lettera e sulle dichiarazioni di tanti suoi allievi, si pubblicano interviste in cui si afferma che “occorre tutelare le ragazze”. Eppure, ci sono madri di allieve che giurano che quel docente è un professore tra i più bravi, e tra i più corretti. La rabbia dei trecento allievi che hanno fatto la veglia notturna invece porta a dichiarazioni più drastiche: “Quelle due sono due stronze”. Poi qualcuno più moderato, sedicenne anche lui, sostiene: “Si sono inventate tutto”.
Restano tante domande. Non c’era pericolo di fuga, tantomeno reiterazione del reato, men che meno il possibile inquinamento delle prove. Non c’è alcun crimine associativo. Dunque, perché l’arresto? Domande che non avranno nessuna risposta perché, come preannunciato ai giornalisti di cronaca giudiziaria, il caso è chiuso con la morte del reo.

una ragazza aveva ritrattato

I giornali però avrebbero potuto chiedersi: e se fosse vero che le ragazze hanno mentito e montato un tragico scherzo? E così il giorno dopo il suicidio, la madre di un allievo, Fiammetta Fusco, con tanto di foto, nome e cognome, in una intervista al Mattino: “Non ci credo, quelle accuse non posso essere vere, si sono inventate tutto”. E in altri fugaci spunti su altri giornali emerge che tutti sapevano tutto e tutti non credevano alle accuse. Poi, quel tablet del professore veniva lasciato spesso incustodito e mandare messaggi all’insaputa del proprietario non era impossibile.
Una cosa è certa: non sapremo mai la verità. Dopo l’autopsia, i funerali, fine della storia, nella quale, non solo i giornalisti non hanno fatto fino in fondo il proprio dovere. I giornalisti però hanno dimenticato di non essere né giudici, né poliziotti e di dover vivere sempre nel dubbio. “In realtà non conosciamo nulla – affermava Democrito- perché la verità sta nel profondo”.

(nella foto: Vincenzo Auricchio)