di ANDREA GARIBALDI

Il crocifisso al collo per leggere il Tg 2 della Rai? Sarebbe meglio di no.
Il dibattito sulla giornalista Rai Marina Nalesso, che va in video con un vistoso simbolo della cristianità al collo, ha preso -come spesso capita in Italia- toni apocalittici. Si è parlato di “cristianofobia” e di christian guilt, la colpa di essere cristiani.
Il problema non riguarda la fede religiosa, di ogni religione, garantita a tutti dalla Costituzione all’articolo 19. Accetteremmo un Tg letto da una giornalista con il velo o da un giornalista con il turbante?
Il problema non riguarda la Rai, in quanto servizio pubblico. Riguarderebbe qualsiasi tg anche privato e anche i giornalisti in giro col taccuino in mano, che scrivono per la carta stampata o per i siti.
Il problema riguarda i giornalisti in generale, che secondo le loro regole professionali si devono preoccupare del “rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Per fare questo dovrebbero offrire un’immagine esterna priva di connotazioni religiose, politiche, sportive o associative. Dovrebbero andare al lavoro con un abbigliamento sobrio e privo di elementi che attirino l’attenzione. Quindi, nessun crocifisso, nessun simbolo di partito all’occhiello, nessun portachiavi da tifoso, nessuna maglietta con messaggi di amore o di odio. E nessun voto alle primarie di un partito, nessuna iscrizione a logge o ad associazioni segrete o di parte.
Esagerazione? Limitazione della libertà personale?
Semplicemente, tutela della dignità di una professione che svolge un ruolo delicato per la protezione della democrazia e non va mai coinvolta nelle questioni sensibili, mai identificata come una parte verso un’altra.

Con grande rispetto per un simbolo grande e potente come il crocifisso.

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