La prima cosa che si impara in una redazione è che una notizia non verificata non è una notizia. Nei giorni successivi agli scontri di sabato 17 e domenica 18 ottobre a Milano e in altre città italiane, questa regola l’hanno applicata dirigenti scolastici e collettivi universitari. Vale la pena ricostruire cosa è successo, perché mostra dove il giornalismo non arriva più, e chi occupa lo spazio che lascia libero.
Finito il fine settimana di scontri, nelle chat di classe e nei gruppi dei genitori ha cominciato a circolare di tutto, soprattutto su WhatsApp e Instagram, molto meno su TikTok. Un audio su un ragazzo “comunista” pronto a dare una mano se fosse bruciata la Iulm. Annunci di gruppi fascisti a caccia di stranieri nei luoghi simbolo della città come CityLife. Immagini e video decontestualizzati, avvisi falsi creati con l’Intelligenza artificiale, la notizia inventata di un cadavere nel Naviglio, la minaccia di “stupri di massa”. E ancora: una presunta chiusura delle scuole decisa dal sindaco, decine di istituti occupati.
figli a casa
Niente di tutto questo era vero. Eppure ha funzionato. Molte famiglie hanno tenuto i figli a casa, soprattutto le ragazze. Altre li hanno accompagnati: davanti al liceo Manzoni, in pieno centro a Milano, una madre aspetta la figlia in doppia fila, l’ha portata lei contro la volontà della ragazza e dice di non pentirsene. A Cremona, aule con molte assenze e un centro deserto, le vetrine coperte da pannelli di compensato.
Chi abbia costruito questa ondata di allarme, per ora, non è chiaro. È il fenomeno che in inglese si chiama fearmongering: la paura prodotta apposta per orientare i comportamenti. E per ottenere il risultato non ha avuto bisogno di un solo fatto.
segreterie scolastiche
Guardiamo chi, in quelle ore, ha detto come stavano le cose. Le scuole, con circolari per spiegare che non c’era alcuna serrata decisa dal sindaco né decine di istituti occupati. Le liste studentesche universitarie, le stesse che promuovono i cortei, che sui loro profili invitavano a non cascarci e a venire a lezione perché era tutto tranquillo.
Una segreteria scolastica e l’account social di un collettivo hanno svolto la funzione che dovrebbe essere il cuore del giornalismo: verificare, e dirlo in fretta alle persone che ne hanno bisogno, nel canale in cui quelle persone si informano. È comunicazione istituzionale nel senso più utile del termine, quella che un buon ufficio stampa conosce bene: in una crisi vince chi parla per primo, con chiarezza, alle persone giuste.
canali degli adulti
Viene da chiedersi dove fosse, in quel momento, l’informazione professionale. Il debunking, nella pratica di molte redazioni, è ancora un pezzo di servizio da pubblicare dopo, quando la paura ha già fatto il suo lavoro. Ma per un genitore che alle sette di sera riceve un audio allarmante, la smentita del giorno dopo non serve a niente.
C’è un dettaglio che dovrebbe preoccupare chi fa questo mestiere più di tutti gli altri: il panico ha viaggiato sui canali degli adulti, non su quelli dei ragazzi. I genitori che per anni hanno sentito parlare dei pericoli della rete per i figli si sono scoperti il pubblico più vulnerabile.
chat private
E li abbiamo persi in un luogo preciso: le chat private. Il giornalismo non le vede, non le può monitorare, non le abita. Quando le testate entrano nelle app di messaggistica lo fanno di solito per distribuire i propri contenuti, non per ascoltare. Manca un servizio semplice, a cui un lettore possa inoltrare un audio sospetto e ricevere una risposta in tempo utile. Finché la verifica sarà pensata come un genere giornalistico e non come un servizio, nelle chat vincerà chi arriva prima.
Tra i falsi di questi giorni ci sono avvisi creati con l’Intelligenza artificiale. Non serve più saper usare un programma di grafica per imitare una comunicazione ufficiale: bastano pochi secondi. E il falso più efficace non è quello che inventa una notizia, ma quello che ne imita il formato, il logo, l’intestazione, il tono burocratico. La credibilità sta nella forma.
riconoscibilità e fiducia
Per il giornalismo questo significa due cose. La prima è che gli strumenti di verifica, dalla ricerca inversa delle immagini all’analisi dei file, non possono restare competenza di pochi specialisti: devono diventare pratica quotidiana di ogni redazione. La seconda è più scomoda: anche la forma della notizia è ormai imitabile. A distinguere l’informazione professionale non sarà più l’aspetto, ma la riconoscibilità della fonte e la fiducia che si è costruita nel tempo.
Un audio che annuncia incendi all’università o ronde per le strade attecchisce solo se trova un terreno pronto. E quel terreno lo prepara anche il modo in cui si raccontano i fatti veri. Quando si coprono scontri di piazza, il lessico della guerra è una tentazione ricorrente: “guerriglia”, “campo di battaglia”, “città in fiamme”. Ogni parola, presa da sola, può essere difendibile. Messe in fila dentro titoli e notifiche, costruiscono l’idea di un’emergenza permanente, in cui qualunque voce sembra il seguito naturale.
rumore indistinto
La proporzione, la misura, il contesto non sono un lusso stilistico. Sono la prima forma di difesa contro chi vuole spaventare.
Il nodo, alla fine, è uno solo. Quelle famiglie hanno creduto all’audio arrivato nella chat della classe più che a qualunque giornale. Non per ignoranza, ma per un calcolo di fiducia: la chat è fatta di persone che si conoscono, mentre l’informazione appare sempre più come un rumore indistinto di “choc”, “paura”, “allarme”.
Qui il problema smette di essere solo deontologico e diventa economico. Un modello che vive di clic premia la stessa grammatica emotiva che usano i manipolatori. Il fearmongering non è l’opposto di un certo modo di fare informazione: troppo spesso ne è la versione senza scrupoli. Finché le homepage vivranno di ansia, sarà difficile convincere i lettori a crederci proprio quando diciamo che non c’è nulla da temere.
incontro per famiglie
Da anni si porta l’educazione ai media nelle scuole, e i giornalisti sono spesso chiamati a farla. È giusto. Ma questa storia dice che il pubblico da raggiungere è anche un altro: gli adulti, i genitori, chi ha imparato a usare i social come piattaforme di condivisione tra amici e non ne ha mai visto il lato manipolativo. Un incontro sulle fake news per le famiglie vale quanto un laboratorio in classe. E nessuno è più adatto a tenerlo di chi la verifica la fa per mestiere.
Resta una frase che dovrebbe suonare come un impegno: chi ci sta dietro non è chiaro. Ecco il lavoro da fare. Non un box sulle fake news, ma un’inchiesta: risalire all’origine dei falsi avvisi, capire quali account li hanno spinti per primi, stabilire se dietro c’è una regia o soltanto un contagio. È un lavoro lungo, costoso, poco premiato dai clic. Ma se nessuno lo fa, la prossima volta l’operazione riuscirà meglio, perché chi l’ha organizzata avrà imparato e noi no.
Quella madre in doppia fila dice di non pentirsi e di non vergognarsi. Ha ragione: la vergogna non è sua. È di un sistema dell’informazione che, nel momento in cui serviva, ha lasciato il campo a un audio anonimo. E che, se non cambia, continuerà a perderlo.



