Quando non c’erano le scuole di giornalismo, la scuola era fatta direttamente dalle testate e dai loro direttori. C’è stata la palestra de Il Mondo di Mario Pannunzio, una fucina di talenti in cui hanno spiccato le figure di Ennio Flaiano (redattore capo), Ernesto Rossi, Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Leonardo Sciascia, Giorgio Bocca, Corrado Augias. 

Poi è arrivata la scuola del Giorno di Gaetano Baldacci, quella dell’Espresso e più in là di Repubblica, Scalfari sempre all’apice, e poi la nave-scuola Panorama di Lamberto Sechi, a metà anni Sessanta. Il Manifesto, fondato e diretto dal 28 aprile 1972 da Luigi Pintor, molta linfa e personale qualificato ha contribuito a immettere e distribuire tra le testate di carta e televisive. 

i “foglianti” di ferrara

Tra i maestri, anche Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli al Corriere, Giuliano Ferrara, che tanti “foglianti” ha tirato su al Foglio, oggi diretto da un suo talentuoso allievo, Claudio Cerasa. E poi Feltri e Belpietro sul fronte del centrodestra.

Tra queste scuole, va annoverata pure la piccola ma significativa esperienza della scuola politica del Riformista, ideato e fondato il 23 ottobre 2002 da Claudio Velardi, già portavoce di D’Alema a Palazzo Chigi (oggi lo dirige), all’epoca guidato da Antonio Polito che, dopo la parentesi di Paolo Franchi dal 2006 al 2008, vi fa ritorno al vertice per lasciarlo definitivamente il 30 dicembre 2010. Dopo un periodo in cooperativa, l’editore dell’epoca diventò la Tosinvest di Antonio Angelucci, oggi deputato della Lega e proprietario di Giornale, Libero, Tempo. 

ruoli chiave

Dopo l’esperienza de l’Unità dal 1975, Polito entra dapprima a la Repubblica nel 1988, di cui diviene vicedirettore sia di Scalfari sia di Ezio Mauro, quindi corrispondente da Londra. Al Corriere dal 2011, di cui è stato vicedirettore, è ora editorialista.

Oggi i cosiddetti “Riformisti” sono sparsi in molti giornali e in ruoli chiave. A cominciare da Stefano Cappellini, già vice di Polito, uno dei suoi prodotti più diretti, che prende le redini del Riformista il 1° gennaio 2011, in seguito un’esperienza al Messaggero: dallo scorso 14 luglio dirige, ad interim, la Repubblica di cui era uno dei vicedirettori.

giornalismo culturale

Fra i Riformisti di Polito, ritroviamo al Corriere Luca Mastrantonio, oggi caposervizio cultura al supplemento domenicale La Lettura, che pratica un modello di giornalismo culturale contaminato con società, politica, pop e media. 

Alessandro De Angelis va all’Huffington Post con Lucia Annunziata, della quale diventa vice per poi passare a La Stampa, di cui dal 1° luglio scorso è vicedirettore sotto la direzione di Antonio Di Rosa. Tonia Mastrobuoni passa alla Stampa per poi entrare a la Repubblica e diventarne corrispondente da Berlino.

reti mediaset

La carrellata è lunga: Jacopo Tondelli nel 2008 va al Corriere della Sera e nel 2010 fonda il sito Linkiesta per diventarne il primo direttore fino al 2013 quando passa la mano a Marco Alfieri, che dal Riformista nel frattempo è transitato al Sole 24 Ore e La Stampa. Due esempi, con De Angelis, di giornalisti della “generazione Riformista” passati al digitale.

Al Corriere ritroviamo anche Tommaso Labate, al Riformista come stagista nel 2004, a 23 anni: fa il praticantato, diventa professionista e nel 2012 viene assunto in via Solferino 28. Firma brillante e riconoscibile, ora anche in tv, sulle reti Mediaset. 

cundari e d’esposito

Sempre al Corriere è di casa dal 2011 Costanza Rizzacasa D’Orsogna che s’occupa di politica/costume e grande cultura nella redazione di La Lettura, dopo un periodo a La Stampa post Riformista. Nelle stanze di via Solferino troviamo anche Anna Momigliano, che sviluppa una carriera internazionale con collaborazioni e incarichi per testate e organizzazioni giornalistiche straniere.

Da segnalare Fabrizio D’Esposito, che dal Riformista passa al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, e Francesco Cundari che, dopo aver peregrinato tra varie testate e attività editoriale, approda a Linkiesta. 

quattro pagine

Quattro pagine, testata arancione, un numero di redattori ridotto all’osso (sei, più Polito al comando), molti brillanti collaboratori, il Riformista è quotidiano d’analisi e commenti, principalmente di politica ed economia, che si fa subito notare per la sua spigliatezza, per le scelte controcorrente, specie nell’area del centrosinistra. Garantista, libertario e di rottura rispetto al giornalismo tradizionale e generalista, impostazione “corsara” che un po’ sembra seguire Il Foglio di Ferrara.

A quale segreto si deve il successo della scuola di giornalismo del Riformista? “Il segreto- scherza al telefono Polito-, a parte un notevole intuito professionale del suo direttore, che riconosceva quantomeno il valore e l’intelligenza delle persone, riguarda un po’ lo stesso fenomeno che si può applicare al Foglio: quello di giornali piccoli che si devono confrontare a un alto livello d’informazione con ragazzi giovani. Come nel calcio quando si dice che i giovani non li si fa mai giocare in serie A. Lì invece i ragazzi appena arrivati giocano in Serie A. Li butti nell’acqua e imparano a nuotare. Il segreto è questo, diciamo così…”.

scelte differenti

Come furono scelti quei ragazzi? Polito incontrò Labate per caso una sera e fu colpito dall’intelligenza. Non voleva neanche fare il giornalista. D’Esposito, saputo che usciva il nuovo giornale, gli telefonò dalla Campania per far parte della squadra. Cappellini gli fu segnalato da Repubblica, dove aveva fatto uno stage. De Angelis gli portò la sua tesi di laurea. Cundari chiese di essere preso, anche per le pulizie.

Polito stesso è allievo di un’altra scuola illustre, quella della redazione de l’Unità di Napoli, da cui sono usciti Federico Geremicca (La Stampa), Marco De Marco (Corriere del Mezzogiorno), Maddalena Tulanti (Corriere del Mezzogiorno Bari), Luigi Vicinanza (Il Mattino, Repubblica, L’Espresso), Rocco De Blasi (Il Salvagente), Franco di Mare (Rai).

niente agenzie

A parte il direttore, in cosa è consistita la scuola del Riformista? Quale ricetta? “Quando abbiamo cominciato, ma anche dopo a dir la verità, non avevamo alcun abbonamento alle agenzie di stampa, salvo forse la Reuters. Non avevamo l’Ansa, tanto per dirne una”, spiega l’editorialista del Corriere.

E questo cosa comporta? “Significa che programmaticamente eravamo un giornale che doveva agire su quello che sarebbe successo dopo, piuttosto che su quello che era già successo, perché su questo terreno non avevamo alcuna possibilità di competere col sistema strutturato dei media. Il Riformista era più che altro un quotidiano d’analisi, intuizioni, visione e pure di umorismo, presa in giro, d’invenzioni letterarie”.

intuizioni e fonti

Per esempio? “Ricordo bene lo humor di Fabrizio D’Esposito sul Consiglio di amministrazione Rai, proprio agli inizi dell’avventura editoriale. Ridottosi ai minimi termini per una serie progressiva di dimissioni venne da lui ribattezzato ‘Cda smart’. Un’immagine che è rimasta per sempre attaccata a quel Consiglio. Quel Riformista era un esercizio d’intuizione, intelligenza e ricerca di fonti diverse dall’usuale”.

Nelle difficoltà si cresce, per buttarla in psicologia. “Esatto, era tutto più difficile quindi s’imparava di più. A un giovane che arriva in una redazione in genere si danno le agenzie e gli si chiede di fare una notizia, un pezzo. I nostri giovani sapevano che dovevano prescindere dalle agenzie e dare qualcosa di più e di nuovo. Cercare notizie che altri non avessero, elaborare in maniera più raffinata ed elegante le notizie che già esistevano. Poi, vabbé, sono stato anche molto fortunato…”, chiosa Polito.

lettere e proposte

Nel senso…? “Che tutti quelli che hai elencato e citato sono persone colte, soprattutto, cosa fondamentale per fare i giornalisti. Quella squadra lì ha oggi un direttore di Repubblica, un vice direttore della Stampa, una delle migliori corrispondenti estere in Italia alla Repubblica. In quella redazione succedeva che arrivavano lettere, proposte, suggerimenti di articoli. Ricordo ancora che Edoardo Camurri mi mandava lettere e articoli fantastici. Decisi di chiamarlo e cominciò a pubblicare con noi”.

La necessità aguzza l’ingegno e si fa virtù? “La verità è che non hai stipendi per pagare professionisti già formati e quindi ti devi arrangiare. La storia del Foglio lo conferma. Fuori dalle redazioni dei giornali è pieno di giovani con queste qualità, non sono eccezioni. Giovani capaci, intelligenti, curiosi, vogliosi di fare il giornalista”. 

missione chiara

Come lo definiresti il Riformista delle origini? “Un giornale intelligente. Non tanto per noi, ma perché gli avvenimenti venivano compresi, spiegati, collocati in un contesto, proiettati nel futuro. E poi un giornale con una missione, molto chiara a partire dal nome della testata. Quella di svecchiare la sinistra e trasformarla in una cosa nuova e più adatta ai tempi. E per un periodo ci siamo anche un po’ riusciti… poi è diventato tutto più complicato…”, conclude Polito. 

Dal 2008 al 2010 per il Riformista è transitata anche la prestigiosa firma di Giampaolo Pansa, che lascia in quel frangente L’Espresso per dissensi sulla linea editoriale del settimanale diretto allora da Daniela Hamaui, a causa di quella che lui considerava la “deriva” girotondina e giustizialista. Passaggio che ha contribuito a impreziosire la testata “arancione” e i suoi contenuti.  

(nella foto, Antonio Polito)

1 commento

  1. Come al solito prolissi, come al solito ingenerosi, come al solito sinistrorsi fuori tempo massimo. Avete dimenticato un sacco di colleghi (e NON parlo del sottoscritto) solo perché non fanno parte del vostro piccooo, modesto, asfittico e terribilmente vecchio “circoletto” di chi se la canta e se la suona. Solo per voi stessi, non certo per i lettori. Auguri !

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