di RICCARDO DE BENEDETTI

Il 17 settembre i sindacati del settore quotidiani hanno reso pubblica una breve nota con la quale informavano che la trattativa per il rinnovo contrattuale della categoria – fermo da quasi 15 anni – si era sostanzialmente bloccata: gli editori chiedevano di applicare l’accordo del 2 dicembre dello scorso anno.

Cosa prevedeva quell’accordo? L’autoliquidazione dell’ente pensionistico obbligatorio integrativo (non complementare!) Fiorenzo Casella e la conseguente interruzione delle erogazioni pensionistiche in essere. In concreto: non più del 12% – qualche calcolo ottimista arrivava al 19% – di quanto versato in anni di lavoro sarebbe stato liquidato ai lavoratori pensionati. Per gli attivi era previsto il passaggio al fondo complementare volontario Byblos.

finale di partita

Dopo quasi 5 anni di commissariamento del Fondo Casella, gestito dal dottor Eugenio Ruggiero, si prospetta dunque un finale di partita con ulteriore strappo: se il Casella non si liquida non si può procedere ad alcun rinnovo contrattuale. È lecito chiamarlo ricatto? I nuovi assetti produttivi; le innovazioni tecnologiche digitali con l’introduzione dell’Intelligenza artificiale direttamente nella fattura dei quotidiani, preparano un nuovo sconvolgimento del settore e rendono il rinnovo del contratto più che necessario. Ma la prospettiva di trasferire obbligatoriamente i lavoratori attivi al fondo Byblos si scontra con la natura complementare e volontaria dello stesso.

Su tutto questo aleggia l’ombra del conflitto di interessi: nel consiglio di amministrazione del fondo Byblos, rinnovato a maggio di quest’anno, non è più presente Roberta Muso, una delle sindacaliste firmatarie dell’accordo del 2 dicembre. Il beneficiario unico di quell’intesa era, ed è, proprio Byblos, che amplia la platea dei suoi iscritti e aumenta considerevolmente i soldi che vi affluiscono. Conflitto che già si era manifestato nel settembre del 2021 quando la stessa Muso, insieme a Giulia Guida e Paolo Gallo, rifiutava la richiesta dei giornalisti di far entrare i poligrafici nell’Inpgi, a quel tempo in cattivissime acque. Tre mesi dopo avveniva il trasferimento dell’Inpgi in Inps.

copia e incolla

Nella nota del 17 settembre segreterie nazionali e Federazione editori “auspicano che la questione possa essere risolta entro la scadenza del mandato dell’attuale commissario, fissata per il 17 novembre 2025”. Un auspicio che rivela il persistere di non poche e serie difficoltà. Eppure al Casella basterebbe il copia e incolla di quei tredici articoli della legge di bilancio del 2021 – dal 103 al 112 – con i quali il governo Draghi disponeva il passaggio dell’ente pensionistico obbligatorio, primo pilastro, dei giornalisti all’Inps. Unico modo per salvare capra e cavoli, diritti acquisiti e garantiti dall’articolo 38 comma 4 della Costituzione e sblocco della contrattazione di settore.

Leggi anche:

Fondo Casella, svanita così la previdenza integrativa di 14 mila poligrafici

Fallimento Fondo Casella, i poligrafici potevano essere salvati e l’ipotesi saltò

Editori, sindacalisti, ministri: chi ha demolito la previdenza dei poligrafici

 

3 Commenti

  1. L’obbligatorietà di aderire al Fondo Casella quando sono stato assunto nel lontano 1983 non lasciava scelta e per quanto a ogni contratto specialmente gli ultimi sono stati decurtati per dare punti al fondo che già barcollava, in più dopo questi sacrifici di decenni di lavoro, io che ho lavorato e contribuito a pagare il Fondo Secondo alcune persone devo rimanere a bocca asciutta dopo che il mio capitale ammonta a circa 27.000 €. Questo non è assolutamente possibile! Si Lotterà fino alla fine! Per ottenere quello che è giusto.

  2. Chi si è “pappato” la mia quota capitale di oltre 90 mila euro versati in 35 anni da poligrafico? E chi mi restituisce tutti i mancati rinnovi della parte economica del contratto per salvare il fondo? Ci vuole l’apertura di un fascicolo penale per identificare i responsabili…

    • Sono pienamente d’accordo sull’apertura di un fascicolo penale, d’altronde lo statuto del “Fondo” mi pare preveda che chi ha mal gestito ne debba rispondere con il suo patrimonio personale, (semprechè ci siano beni intestati) Una cosa è certa, nel corso degli anni sono state fatte diverse operazioni non proprio chiare, bisognerebbe soltanto dimostrarle.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here