Il messaggio di un medium è nel mutamento di proporzione di ritmi e schemi che introduce nei rapporti umani, spiegava già nel 1964 Marshall Mc Luhan.
Fiorello, la sera di domenica 18 ottobre, ha mutato improvvisamente la percezione del ritmo e degli schemi che l’informazione del Tg1 ha fino ad ora introdotto nei rapporti degli spettatori italiani.
Il format dell’effervescente show man per lanciare i suoi nuovi appuntamenti in radio ha incontrato un grande successo ma pone forse qualche problema.
codici e linguaggi
Travolgere ogni intercapedine che separa lo spazio giornalistico dai programmi di intrattenimento inevitabilmente comporta una confusione di codici e linguaggi che hanno caratterizzato i due mondi.
Non è certo la prima volta che si mischiano i generi.
E’ la prima volta che l’iniziativa parte dall’informazione.
Fino ad ora avevamo visto programmi come Striscia la Notizia, su Canale 5, o le Jene su Italia1, in cui erano format di intrattenimento che si avventuravano nei meandri dell’informazione.
intento satirico
Il linguaggio delle inchieste o delle denunce rimaneva sul bordo di una comunicazione appunto spettacolarizzata, con movimenti di scena e forme narrative che mostravano chiaramente un intento satirico o almeno di costume più che una circostanziata forma di documentazione giornalistica.
In altri Paesi, come in Inghilterra, o in Francia o in Germania ci sono stati programmi dove invece era cresciuta una reputazione professionale nel circostanziare fenomeni o singoli episodi che venivano indagati con grande rigore e schemi professionali. Penso ad esempio a Zdf Magazine Royale, oppure all’inglese The Last leg su Chanel 4.
sistema riconosciuto
Eravamo nella stagione dei grandi talk, con cui la tv cercava di tamponare le prime perdite di ascolto, catturando proprio le fasce di ascolto che venivano insidiate dalle offerte streaming.
Il giornalismo era ancora un sistema riconosciuto, di forte identità culturale e reputazione professionale.
Oggi lo scenario è completamente diverso.
prodotti personalizzati
L’immersione in rete delle redazioni sta scomponendo l’identità delle singole componenti giornalistiche che si frantumano. News letter, blog o podcasting mettono in prima fila i redattori più prestigiosi o quelli più specializzati, trasformando il giornale -come spiega Jill Abramson nel suo saggio fondamentale sulle trasformazioni dell’editoria americana, “Mercanti di verità”- in “menu di prodotti e servizi altamente personalizzati”.
Fiorello arriva in questo scenario e mette in onda per la prima volta, direttamente dagli studi del Tg1, con la collaborazione acrobatica di alcune colleghe della redazione, una proposta che sembra partire appunto dalla testata che si propone come forma di intrattenimento. E’ lo stesso Fiorello che si ferma nella sua frenetica esibizione, concentrata in 10 minuti, con un ritmo proprio da edizione speciale, e nobilita lo spazio di infoteinement con la notizia che nel Sud del paese ci sono forme di protesta contro il carovita dove “non si spacca niente”, aggiunge con fare serio.
ibridazione di ruoli
Senza essere considerati troppo pedanti e seriosi, possiamo chiedere quali effetti si immaginano per la reputazione della principale testata del servizio pubblico? Siamo troppo pignoli e inutilmente antichi se pensiamo che questa forma di ibridazione di ruoli e linguaggi rischia di alleggerire ulteriormente il prestigio dell’informazione pubblica, omologando giornalisti e notizie alla semplice caccia all’audience?
In una prospettiva futura, con un ripetersi, seriale, di questo gioco degli specchi, in cui lo spazio dell’informazione diventa palcoscenico è davvero così retorico immaginare un effetto di confusione, di sovrapposizione fra il finto e il vero Tg1?
luce rossa
Stiamo paventando un rischio di prospettiva, l’effetto di un fenomeno ancora tutto da misurare. Ma certo, mentre si parla di fake news, o di realtà aumentata e artefatta, aprire quella porta blindata, con la sua luce rossa e la scritta “on air”, che nell’immaginario popolare distingueva appunto lo spettacolo dalla cronaca, senza avere una chiara idea di come rendere ancora più centrale e forte l’identità della testimonianza dei giornalisti della principale testata Rai, ci sembra quanto meno avventuroso.
Come scriveva Hannah Arendt, “il suddito ideale di una dittatura è colui per il quale non c’è più differenza fra realtà e finzione”.
Soprattutto alla vigilia del rinnovo della convenzione fra Stato e azienda pubblica, dove tutti noi ci dovremmo chiedere quale servizio pubblico per i prossimi 10 anni.



