E’ una questione che nasce quando una rappresentativa dell’Italia, in uno sport per di più molto popolare, deve incontrare la squadra di un Paese che ha un regime dittatoriale, che uccide, che tortura come se niente fosse e accettare il confronto, come se non contasse che in quel Paese vengono violati i diritti e i valori fondamentali. E’ successo nel 1976, quando la squadra italiana di tennis è stata chiamata a Santiago, per giocare con il Cile la finale di Coppa Davis. Quasi che fossimo amici del tiranno Pinochet.
A cinquanta anni di distanza ha ricordato quei giorni Eliana Di Caro (L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia, Il Mulino editore). La giornalista del Sole 24 ore, super appassionata di tennis, ha ripreso dai giornali di quei mesi le discussioni che si erano svolte all’interno dei partiti e delle istituzioni, prima di quell’incontro che la squadra di Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli vinse poi a Santiago, quando mancavano cinque giorni a Natale. La squadra dell’Italia era guidata dal maestro della racchetta Nicola Pietrangeli.
anno terribile
Ma quell’anno -1976- era per tante ragioni un anno terribile, ma importante. Con Pietro Ingrao alla presidenza della Camera dei deputati e Amintore Fanfani a quella del Senato. Mentre nel Partito Socialista, sceso sotto il 10 per cento, Francesco De Martino si dimetteva e spalancava la porta della Segreteria a Bettino Craxi. L’anno in cui il Partito Comunista di Berlinguer si avvicinò (col 34 per cento dei voti) alla Democrazia Cristiana (38,7); in cui Prima Linea guidata da Sergio Segio uccideva a Milano il consigliere provinciale del Movimento sociale Enrico Pedenovi (29 aprile ’76); l’anno in cui moriva il Presidente cinese Mao (9 settembre); e anche l’anno in cui le Brigate rosse sparavano a Genova al giudice Francesco Coco e agli agenti della scorta; e in cui veniva ammazzato a Roma, a colpi di mitra, il magistrato Vittorio Occorsio, da Ordine Nuovo che non gli perdonava l’inchiesta che aveva portato allo scioglimento del movimento politico.
cronisti rai
Un anno, un’atmosfera terribile, una tensione in cui gran parte del Paese e naturalmente i giornali, discutevano dell’opportunità di issare il tricolore a Santiago per seguire quell’avvenimento sportivo. Dovevamo andare a contendere agli uomini di Pinochet la Coppa Davis. E se sulla terra rossa il Cile avesse vinto? Sarebbe stato il trionfo di Pinochet, forse era meglio rinunciare. Tutto vero, però noi cronisti del Gr1 ricordammo al Direttore Sergio Zavoli, che i giornalisti partono sempre, che scendono in campo sempre. Lo convincemmo che la radio della Rai dai nostri microfoni -sugli spalti dello stadio il sottoscritto ne impugnò uno per il Gr1, accanto a Mario Giobbe del Gr2- avrebbe cercato di guardare lo spettacolo inquadrandolo in uno scenario e con un obbiettivo più complessi e più significativi.
sport e realtà sociali
Nel libro, Eliana De Caro racconta le tante manifestazioni, gli avvenimenti, i resoconti, i dibattiti politici, nei quali si discusse se giocare o non giocare, in discussioni che si rivelerebbero preziose anche oggi, e forse in futuro, per chi vorrà dedicarsi a capire la funzione dello sport dentro le diverse realtà sociali. Fra i tanti favorevoli o contrari Di Caro cita ad esempio Tina Anselmi, che stava scrivendo proprio in quell’epoca la legge che avrebbe sancito la parità uomo-donna nei luoghi di lavoro. Con chi fare sport da una parte o l’altra del campo? O invece con chi rifiutarsi?
Qui ci limitiamo a citare due opinioni, entrambe riferite al tennis, che potete leggere nel testo scritto dalla collega.
rivolta di soweto
La prima si riferisce al fatto che nel 1974 l’India si era rifiutata di giocare contro il SudAfrica, a casa della segregazione razziale. Questo perché la finale interzone (proprio di tennis) secondo Kumar Khama, Segretario della Federazione indiana, violava “il principio che opporsi all’apartheid è più importante di un campionato di tennis”. E il dirigente indiano aveva invitato a non dimenticare la rivolta di Soweto, soffocata nel sangue.
La seconda è l’articolo di Lorenzo Pilogallo, che sul Corriere della Sera aveva scritto: “Noi pensiamo che la squadra italiana debba andare a giocare in Cile, ma non per la convinzione che si potesse utilizzare lo sport come arma clamorosa ma innocua”. Tutt’altro, non era così. Pilogallo spiegava “che ci sono in ballo interessi economici e politici che portano a fare grandi affari con Paesi nei quali quotidianamente si reprime la libertà”. Quei Paesi con i quali non si erano interrotti i rapporti, dopo il golpe dell’11 settembre 1973 quando, con bombe sganciate sul palazzo della Moneda, era stato ucciso Salvador Allende.
Insomma, chi ama non solo il tennis ma anche la democrazia, legga il lavoro scritto da Eliana De Caro (edito dal Mulino), perché ci troverà problemi e dubbi che cinquanta anni dopo sono identici e sui quali sarebbe importante discutere e dire la propria opinione.




