Trecento bambini e adolescenti uccisi in 300 giorni. Uno al giorno dall’ottobre 2025, in un tempo che avrebbe dovuto essere di sospensione dei combattimenti, ma l’esercito israeliano ha violato la tregua. Quelli che sopravvivono tra malnutrizione, malattia, acqua sporca e cure inesistenti “stanno ancora aspettando la fine della violenza che era stata loro promessa”. In nome di questa promessa Avvenire l’8 agosto ha rilanciato la proposta di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace.
La proposta è già arrivata a 17mila adesioni. Si può firmare scrivendo a petizione.gaza@avvenire.it. Fra i nomi, finora, Massimo Cacciari, Francesca Izzo, Luigi Manconi, Stefano Zamagni, Elly Schlein, segretaria del Pd.
sfollati e mutilati
Scrive Avvenire, quotidiano della Conferenza dei vescovi italiani: “Tra le vittime innocenti delle guerre ci sono anche i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. I bambini ucraini e quelli russi, i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Perché quello che è vero a Gaza -la sofferenza innocente, il diritto di ogni bambino di essere amato e protetto e di non diventare bersaglio inerme dell’odio e della violenza degli adulti- vale ovunque nel mondo e in qualunque epoca storica. Ma a Gaza ci sono i 300 bambini e adolescenti palestinesi morti in 300 giorni di tregua, uno al giorno, a cui si possono aggiungere i 21mila che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti e delle azioni militari israeliani successive al 7 ottobre 2023. E le decine di migliaia di bambini feriti, mutilati, sfollati, resi orfani”.
candidatura in senato
La prima ad avanzare la candidatura dei bambini di Gaza al Nobel per la pace fu, nell’estate 2025, l’associazione “L’isola che non c’è” di Latiano, Brindisi, che la presentò in Senato.
Igor Boni e Federica Valcauda, Presidente e Tesoriera di Europa Radicale, hanno scritto al Direttore di Avvenire, Marco Girardo: “Il valore della vita di un bambino non ha confini, né bandiere, né priorità geopolitiche. Se vogliamo parlare di infanzia negata, come possiamo dimenticare i bambini dell’Ucraina, strappati alle proprie famiglie, morti sotto le bombe o deportati in Russia? Come ignorare gli orfani e le vittime invisibili dei conflitti dimenticati nel Nord del Kivu in Congo, o quelli del massacro silenzioso che sta insanguinando il Sudan? O ancora, le vite spezzate dei piccoli ostaggi o delle giovani vittime israeliane dell’odio in Medio Oriente? Vi è poi una questione di merito e di realtà istituzionale: lo Statuto della Fondazione Nobel (all’Articolo 4) prevede che il Premio per la Pace possa essere assegnato esclusivamente a singole persone o a organizzazioni strutturate che abbiano operato concretamente per il disarmo e la fraternità tra i popoli. Attribuire un premio di tale natura a una categoria astratta di vittime risulta statutariamente impossibile: il rischio è quello di trasformare una tragedia immane in uno slogan mediatico che non porta un solo grammo di aiuto concreto sul campo. Bisogna avere il coraggio della verità, anche quando è sgradita al mainstream: denunciare che Hamas usa scientemente i civili e i bambini come scudi umani ̶ come ammesso senza vergogna dai suoi stessi leader in numerose interviste ̶ significa riconoscere la realtà. Così come è doveroso condannare con forza i coloni in Cisgiordania e le politiche estremiste e razziste del governo Netanyahu, che non ha alcuna intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. I fanciulli non hanno bisogno di premi d’Onore o di patenti morali che selezionino quale dolore meriti più visibilità. Hanno bisogno di diplomazia, di corridoi umanitari, della fine dei terrorismi e delle dittature”.
graduatoria morale
Marco Girardo ha risposto: “Nessun bambino vale più di un altro, nessuna sofferenza infantile può diventare materia di graduatoria morale. I bambini israeliani uccisi il 7 ottobre, quelli rapiti o morti nelle mani di Hamas, i bambini ucraini deportati o colpiti dai missili, i bambini russi orfani di padri uccisi in battaglia, i minori non accompagnati (ricordati anche ieri dal Papa nel suo messaggio) che approdano in Europa per fuggire da guerre, devastazioni climatiche e carestie, quelli morti nel Mediterraneo -a Lampedusa, Ceuta, altrove- e poi le bambine e i bambini del Sudan, del Kivu, di Haiti, del Myanmar, dell’Afghanistan, Siria, Iran. La proposta rilanciata da Avvenire non nasce certo al fine di selezionare alcuni bambini a scapito di altri, non è cioè un ‘aut … aut’, bensì un ‘et … et’, sia questi sia quelli. Nasce quindi, l’iniziativa, per scegliere un punto di osservazione da cui guardare tutte le guerre: è ad altezza bambini, in questo momento drammaticamente rappresentata dai bambini palestinesi”.
voci autentiche
Girardo racconta che Avvenire è stato subissato da adesioni. Tanto da dover aprire una casella di posta dedicata per raccoglierle le mail: “Voci autentiche di persone, famiglie, amministratori, insegnanti, consiglieri comunali, religiosi, operatori sanitari, cittadini comuni che chiedono, in questa precisa circostanza, di non lasciare cadere nell’ombra l’infanzia ferita a Gaza”.
E ricorda la campagna giornalistica in corso sulle pagine di Avvenire che si intitola “Guerre dimenticate” e, ogni due settimane, la domenica, porta i lettori nei luoghi dove a essere negata è anzitutto l’infanzia: fra i 14 milioni di profughi del Sudan, dentro la violenza jihadista che infiamma la regione del Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso), in Eritrea, Colombia, Siria, Nigeria e nei tanti altri teatri dei sessanta conflitti armati che raramente entrano nell’agenda dei grandi media. quelli finora pubblicati si trovano nell’apposita sezione su avvenire.it. Avvenire è uno dei pochissimi quotidiani italiani ad aver inviato più volte inviati in Cisgiordania.
tre anni di scuola
“Gaza -scrive Girardo- oggi è un nome tragicamente concreto. Non un’esclusiva del dolore, ma un simbolo. In meno di tre anni, secondo i dati Onu e delle principali Ong in passato operanti sul territorio, nella Striscia sono stati uccisi oltre 21mila bambini, più di 44mila minori feriti o mutilati, 245mila colpiti da malnutrizione e 625mila bambini e adolescenti hanno perso almeno tre anni di scuola. Davanti a questi numeri, la parola pace rischia di perdere peso e diventare un suono vuoto. Il Nobel ai bambini di Gaza vuole simbolicamente restituire materia e memoria alla parola pace, oltre che dignità a tutti noi. Questo non significa ignorare le responsabilità di Hamas, l’orrore del 7 ottobre, l’uso criminale dei civili come scudi umani. Né tacere sulle scelte del governo Netanyahu, sulla devastazione di Gaza, sui coloni in Cisgiordania, sulla negazione di fatto di un futuro palestinese. Significa però dire che i bambini non sono una parte in guerra: sono il giudizio sulla guerra”.
non divisiva
Poi, le regole del Nobel: “Sappiamo bene che il Nobel ha regole, procedure, limiti. Ma sappiamo anche che certi segni e segnali in tanto rumore servono prima di tutto a svegliare la coscienza pubblica. Ci ingegneremo per ancorare la sollecitazione di Mazzarella a una iniziativa concreta, individuando con l’aiuto della nostra comunità di lettori un’associazione o una realtà non divisiva capace di portare aiuto reale ai bambini di Gaza -e non solo a loro. Avendo sempre nel cuore e nello sguardo tutti gli altri bambini feriti dalle guerre. Perché non c’è una pace palestinese, israeliana, ucraina, sudanese o afghana. C’è la pace dei bambini, che poi è la pace di ogni donna e uomo. E se non impariamo a guardarla da lì, continueremo a perdere anche noi la nostra parte più umana”.
(nella foto, Marco Girardo)






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