(A.G.) Qualche maestro di giornalismo diceva giustamente che in ogni pezzo ci vuole un tema, un’idea, non di più. Ma questo “Siamo ciò che ci raccontiamo” (Luigi Pellegrini Editore) è un libro e quindi l’autore, Antonio De Florio Palopoli, ha deciso di farci star dentro più di una storia, tante storie, tutti i pezzi della sua vita, giunta alla soglia dei Settanta. Tutto cucinato in capitoli brevi, sintesi da cronista.
nonno del nonno
Il primo dei grandi capitoli è la famiglia, calabrese di Rossano (Cosenza), con un nonno del nonno condannato dai Borboni nel 1853 a 30 anni “di ferri”, per “turbolenze” e “criminose riunioni”, poi fuggito a cavallo e piroscafo verso Marsiglia e Parigi. L’altro nonno del nonno, di parte paterna, invece, fedele ai Borboni.
In questa famiglia De Florio avrebbe potuto accomodarsi, succedendo al padre nell’azienda Fratelli De Florio, produttrice, fra l’altro del “confetto riccio”. Ma il giovane Antonio, già a 16 anni, era proiettato interamente sul giornalismo. Tanto da scrivere una missiva a Oriana Fallaci e poi iscriversi a una improbabile scuola di giornalismo per corrispondenza.
borsa di studio
Questo è il secondo grande capitolo. De Florio -uno dei pochi- entra “democraticamente” nella professione, attraverso una borsa di studio della Federazione Editori e del sindacato dei giornalisti, unica edizione (troppo democratica?). Approda al Messaggero e non lo lascia per 37 anni. Qui ci sono le avventure che ogni giornalista degno di questo nome porta nella bisaccia. Fra tante, l’intervista esclusiva a Susanna Torretta, teste chiave della scomparsa della contessa Vacca Agusta nel mare di Portofino, copiata senza troppo ritegno dal Corriere della Sera, il giorno dopo. C’era stato prima il ritrovamento del mammut a Strangolagalli, in provincia di Frosinone e, dopo, un cappuccino che fa perdere l’attimo della liberazione del giudice D’Urso, e il posto in cronaca che era di Michele Concina, cronista in fuga perché ricercato dai terroristi neri. Credendolo Concina, i killer uccisero un tipografo del Messaggero (1980) e De Florio scrive, puntiglioso, che il nuovo editore Caltagirone nel 2024 fece rimuovere la targa che lo ricordava all’ingresso del giornale. Perché? E c’è l’altra vicenda, quella dei Quartieri, inserto lanciato dalla Cronaca di Roma di Vittorio Roidi, giornalismo di prossimità con i giovanissimi cronisti in giro per le zone reiette della città a bordo di camper. Esperienza unica, cancellata in breve tempo. Perché?
frequentare clerici
Terzo capitolo, il tennis, che De Florio scopre nella maturità e che diventa una passione divorante. De Florio nasce mancino, ma ai suoi tempi alle elementari si imponeva di usare la destra. De Florio si piegò, ma per fortuna solo sulla scrittura, perché a tennis i mancini partono con una vantaggio. Per dieci anni, con l’accredito del giornale, si è trasferito a Wimbledon nei 15 giorni del torneo più prestigioso del mondo dove ha avuto il destino di frequentare il più grande giornalista italiano della materia, Gianni Clerici e perfino di giocare sui mitici campi d’erba dell’All England Club: torneo fra giornalisti.
“così e’ se vi pare”
Il quarto capitolo è la Calabria, perché il calabrese naturalizzato a Roma sempre in Calabria torna, fisicamente o col pensiero. Ci sono i ricordi d’infanzia, come quel profetico giornale del liceo che non vide mai la luce e doveva chiamarsi “Così è se vi pare”, c’è la pallavolo di Rossano, che nasce su un campo di cemento e arriva in serie A, c’è la storia della baronessa Cordopatri, che assiste all’uccisione del fratello e combatte la ‘ndrangheta tutta la vita, senza autorità a difenderla.
calipari e milei
Il quinto e ultimo capitolo sono i tanti personaggi che Antonio, con soavità, direttamente o indirettamente, incontra. Di Fallaci e Clerici abbiamo detto, ma nel libro ci sono Moro e Matilde Serao, il Presidente dell’Argentina Milei, lo scrittore Raffaele La Capria e Brunori Sas, il cantante, calabrese e parente. E Nicola Calipari, agente dei servizi ucciso in Iraq a un posto di blocco americano.
i bambini di gaza
Diventato grande, De Florio ha affrontato la burocrazia e ha aggiunto al suo cognome quello della mamma, Palopoli, che sarebbe andato ad estinguersi. De Florio Palopoli scrive che i proventi del libro saranno destinati ai bambini di Sightsavers, associazione che aiuta i piccoli a riavere la vista nei paesi più poveri, e scrive che il titolo del libro è dovuto a un verso di Renato Minore: “Viviamo in un momento segnato dalla morte sotto le bombe dei bambini di Gaza e degli scolari del sud dell’Iran. Uccidere dei bambini a scuola è la negazione del nostro essere, un atto di atrocità che non trova aggettivi i. I versi di un poeta, forse, possono restituirci un briciolo di umanità”.




