Professione Reporter ha partecipato al compleanno del Corriere della Sera, il 6 marzo, nel Teatro alla Scala. Nella luce insolita di una mattinata milanese, si percepiva una sensazione curiosa: non quella di una celebrazione nostalgica, ma di una riflessione collettiva su cosa significhi oggi un giornale.
La celebrazione dei 150 anni del Corriere della Sera -con la presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del sindaco di Milano Giuseppe Sala e delle principali figure dell’editoria del gruppo- è stato formalmente una cerimonia. Ma, osservata da dentro il teatro, è sembrata piuttosto un momento di autocoscienza pubblica.
Il punto di partenza, inevitabilmente, resta lo stesso di centocinquant’anni fa. Le parole con cui Eugenio Torelli Viollier aprì il primo numero del giornale, il 5 marzo 1876: “Pubblico, vogliamo parlarti chiaro”.
Una frase che contiene già l’idea di giornalismo che il Corriere avrebbe cercato di incarnare: chiarezza sui fatti, equilibrio, moderazione.
TEATRO E GIORNALE. La relazione tra il Corriere e la Scala è sempre stata una relazione di racconto. Per più di un secolo il giornale ha narrato ciò che accadeva in questo teatro: le prime, i direttori, le voci che hanno fatto la storia della musica.
Per una mattina, invece, il rapporto si è rovesciato. Il giornale non raccontava la Scala: era la Scala a raccontare il giornale.
Il dettaglio non è secondario. Le istituzioni culturali diventano davvero tali quando smettono di essere solo cronaca e iniziano a essere memoria.
Nel corso della cerimonia si sono alternati interventi, letture e musica: l’orchestra del teatro ha eseguito l’Inno d’Italia e brani da “Norma” di Vincenzo Bellini e dal “Götterdämmerung” di Richard Wagner, mentre attrici e interpreti hanno dato voce a testi di alcune delle firme che hanno attraversato la storia del quotidiano.
Non soltanto un omaggio culturale, una forma di archivio vivente.
UNA VASTA COMUNITA’. Un giornale non è soltanto una redazione. È una comunità.
Il Corriere della Sera è certamente un gruppo di giornalisti, ma è anche un sistema più ampio fatto di grafici, tecnici, amministrativi, manager e collaboratori. Senza questa rete il giornale non esisterebbe.
Questo rende possibile quello una routine industriale che, però, resta anche un processo culturale.
IL SOGNO DI ALBERTINI. Se la Scala rappresenta la scena simbolica della celebrazione, la vera casa del giornale resta in via Solferino 28.
Il palazzo fu voluto all’inizio del Novecento da Luigi Albertini, il Direttore che trasformò il Corriere in una grande istituzione editoriale europea.
E’ dentro quella sede che si svolge il percorso narrativo della nuova serie video “Il Racconto del Corriere”, guidata dal vicedirettore Venanzio Postiglione.
La serie ripercorre le tappe principali della storia del quotidiano: dalla nascita avventurosa nel 1876 agli anni di consolidamento, dal periodo del fascismo -quando Albertini fu costretto a lasciare la direzione- fino alla rinascita del dopoguerra.
È una storia dell’Italia raccontata attraverso la storia di un giornale.
INTELLETTUALI E INVIATI. In un secolo e mezzo le pagine del Corriere hanno ospitato alcune delle voci più importanti della cultura italiana.
Scrittori e intellettuali come Edmondo De Amicis, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Dino Buzzati, Pier Paolo Pasolini e Eugenio Montale hanno scritto sulle sue pagine.
Accanto a loro si sono affermati gli inviati di guerra e di cronaca: da Luigi Barzini a Indro Montanelli, fino alle generazioni più recenti.
Il giornalismo è anche rischio della propria vita. Due nomi restano nella memoria civile del giornale: quello di Walter Tobagi e quello di Maria Grazia Cutuli.
Ricordarli significa ricordare che l’informazione è anche responsabilità pubblica.
IL TEMPO DIGITALE. Oggi il Corriere non è più soltanto un quotidiano cartaceo. È un ecosistema informativo distribuito su molte piattaforme: edizione digitale, podcast, newsletter, video, social.
Tra i nuovi progetti editoriali ci sono “Le Serie del Corriere” -produzioni video dedicate alla storia, alla scienza e alla cultura- e “Le Lezioni del Corriere”, brevi contenuti didattici pensati anche per gli studenti.
Segnali di una trasformazione più ampia: quella di un giornale che deve reinventare continuamente il proprio linguaggio per restare rilevante.
IL NODO DI OGGI. Nel 1876 il Corriere usciva una volta al giorno. Le notizie viaggiavano lentamente, la carta imponeva una gerarchia chiara e il lettore aveva il tempo di leggere, riflettere, discutere.
Oggi l’informazione scorre senza interruzione. I giornali competono con social network, piattaforme digitali e flussi continui di notizie.
La promessa di “parlare chiaro” diventa quindi più difficile da mantenere. Non perché i giornalisti abbiano meno strumenti, ma perché il contesto premia velocità, semplificazione e polarizzazione.
Il rischio è che la distinzione evocata da Torelli Viollier -tra fatti e parole- si dissolva nel rumore informativo.
DOMANDA CHE RESTA. Alla fine, la domanda che resta è la stessa posta implicitamente nel primo editoriale del 1876: che cosa chiede davvero il pubblico ai giornali?
Torelli Viollier pensava che i lettori volessero meno retorica e più chiarezza.
È possibile che la richiesta non sia cambiata.
È cambiato, piuttosto, il contesto in cui questa promessa deve essere mantenuta.
Se il Corriere della Sera -come altri grandi giornali europei- riuscirà a restare rilevante nei prossimi decenni dipenderà probabilmente proprio da questo: dalla capacità di difendere quell’idea semplice e radicale con cui era nato.
“Dire pane al pane”.
E ricordare, come scriveva il suo fondatore, che “un fatto è un fatto e una parola non è che una parola”.
(nella foto, Luciano Fontana, il Direttore, Urbano Cairo, l’Editore, Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica)





