Assodato che esiste un legame tra la libertà della stampa e la tenuta di ogni democrazia liberale, sarà forse il caso di riflettere anche su un altro punto, finora meno esplorato. E cioè sull’importanza – ai fini della formazione di una classe dirigente di qualità – della sua dimestichezza con i giornali. E quindi, su questa ulteriore e fondamentale funzione civile della stampa.
Giuliano Amato, assiduo e appassionato collaboratore di Panorama nella seconda metà degli anni Settanta e poi tra il ‘93 e il ‘94, prefando il volume della Fondazione Mondadori sulla storia del settimanale, dichiarò con franchezza di “avere guadagnato molto da quell’esperienza“. Precisando poi anche in cosa consistette il guadagno. Anzitutto – grazie ai confronti con i vari direttori e poi alla lettura della rivista – nella scoperta di tematiche che si affacciavano con forza nella società italiana, ma che fino a quel momento erano rimaste fuori dal suo personale orizzonte. E in secondo luogo nell’aver mutuato, non solo negli scritti ma anche nella sua comunicazione da leader politico, lo stile che Lamberto Sechi aveva imposto alla testata: asciutto ed essenziale, senza enfasi demagogiche e sempre fondato su dati certi e ben documenti. Cioè esattamente il contrario di quanto si sente e si legge oggi nel dibattito nostrano.
Ma a ben guardar è tutta la storia della più felice stagione della politica italiana a dimostrare quello che l’ex premier ed ex presidente della Consulta dichiara in quella prefazione. Ad accomunare i nostri migliori dirigenti di ogni schieramento, è stata, appunto, la loro familiarità con il mondo dei giornali.
da ingrao a d’alema
Fa una certa impressione scorrere la lista dei direttori de l’Unità: dentro ci sono Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta, Aldo Tortorella, Alfredo Reichlin, Claudio Petruccioli, Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte, Massimo D’Alema, Walter Veltroni. Se poi si prende Rinascita, il periodico culturale del partito, ecco tra i direttori Palmiro Togliatti (che la fondò), Alessandro Natta, e di nuovo Chiaromonte, Pajetta, Reichlin.
Non meno diffusa l’osmosi tra attività politica e redazioni in casa socialista. A guidare l’Avanti! troviamo Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Sandro Pertini (che diresse l’edizione romana tra il 46 e il 47) , Riccardo Lombardi, Francesco De Martino e Bettino Craxi (con Ugo Intini alla guida della macchina). E fa una certa impressione vedere che anche nella Dc tra politica e giornalismo funzionava la legge dei vasi comunicanti. Giulio Andreotti era giornalista professionista, e fondò nel 1955 la rivista Concretezza. Anche Arnaldo Forlani era iscritto all’Ordine. Tra i direttori de Il Popolo, quotidiano ufficiale del partito, spiccano Aldo Moro, Mariano Rumor, Giovanni Galloni, Paolo Cabras, Sandro Fontana, Sergio Matttarella (dal novembre 92 al luglio 94), Rocco Buttiglione, Gerardo Bianco, Guido Bodrato.
da fini a meloni
La rassegna non sarebbe completa senza ricordare Giovanni Spadolini, giornalista prestato alla politica (diresse Il Resto del Carlino e Il Corriere della Sera) e la folta schiera di dirigenti ex missini che come professionisti si formarono nella redazione de Il Secolo: Pino Romualdi, Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Adolfo Urso, la stessa Giorgia Meloni. Che però oggi sembra provare una certa idiosincrasia nei confronti dei suoi colleghi, come riconfermato dall’annuale incontro con la stampa di venerdì 9 gennaio.
A tutti costoro la frequentazione del mondo nel quale si confeziona un quotidiano o un periodico, cioè una fucina dove convivono visioni e sensibilità diverse; dove l’attenzione è rivolta a fenomeni non solo politici ma anche sociali, culturali, di costume; dove chi comanda deve usare lo strumento della persuasione più che quello del comando, ha lasciato – io credo – una traccia indelebile. Per esempio una forte curiosità intellettuale, una visione più ampia delle cose, la pratica di controllare sempre l’affidabilità delle informazioni, l’abitudine a confrontarsi civilmente con chi la pensa diversamente, l’uso di un linguaggio comprensibile ma non banale. Insomma, tutto ciò che poi consente a un dirigente politico di capire meglio il mondo nel quale agisce, di rifuggire le semplificazioni, di vivere le diversità di punti di vista come un valore, e di esprimersi in modo non sloganistico.
televisione e social
Certo, oggi le testate di partito non ci sono più, o almeno non hanno l’importanza che avevano in passato, e dunque per i leader le occasioni di familiarizzare con il mondo dei giornali sono venute meno. Ai loro occhi, inoltre, la stampa non è più attrattiva perché è considerata scarsamente influente. Il loro interesse è puntato sulla televisione e sui social. Con le conseguenze che purtroppo si vedono.
In attesa che comprendano l’importanza di disporre nuovamente di strumenti dove dibattere in modo più pacato e approfondito di quanto consenta la rozzezza dei social, sarebbe bello, almeno, che i dirigenti politici i giornali tornassero a leggerli, non limitandosi alle rassegne stampa. E che magari tornassero pure a scriverci.



Dipanare tanta complessità con lucidità e senza infingimenti e’ motivo di gran vanto, e per chi legge di sollievo.
Le edicole chiudono ma io, gran camminatore, aggiungo al mio rientro il tratto fino alla mia, da sempre. Il piacere è di natura quasi segreta rispetto alla macchinetta che introduce sempre più spesso a comizi ma….resistere e’ tutto! Grazie