di STEFANO AVANZI
Non è una provocazione. È un fatto. E i fatti, quando sono scomodi, non vanno ammorbiditi: vanno guardati in faccia.
A Crans-Montana, mentre il fumo toglieva aria e orientamento, mentre il panico faceva cadere a terra ragazzi ancora giovanissimi, una parte delle persone presenti non ha cercato un’uscita. Ha cercato un’inquadratura. Ha alzato il telefono e ha continuato a registrare anche quando la situazione era chiaramente fuori controllo.
Questo non rende quelle persone colpevoli della tragedia.
Ma dice qualcosa di preciso e inquietante sulla nostra cultura.
riflesso condizionato
Il gesto di filmare non è stato un atto di testimonianza. È stato un automatismo. Un riflesso condizionato così radicato da prevalere sull’istinto primario di fuga. È questo il punto che fa paura: l’immagine ha vinto sulla sopravvivenza. Non sempre, non per tutti, ma abbastanza da costringerci a prendere atto che qualcosa si è rotto.
Il dominio delle immagini ha prodotto una mutazione profonda: la realtà non viene più affrontata direttamente, ma mediata anche quando la mediazione mette a rischio la vita. Filmare non è più una scelta. È una postura. È il modo “normale” di stare nel mondo, anche quando il mondo brucia.
materiali dei cittadini
E qui entra in gioco una responsabilità che riguarda direttamente il giornalismo. Perché è vero: i giornalisti non possono essere ovunque. È legittimo, necessario, inevitabile usare materiali prodotti dai cittadini. Ma nel momento in cui quei video vengono pubblicati senza un lavoro severo di contesto, diventano complici di quella stessa logica.
Il cittadino riprende per impulso.
Il giornalista, se è tale, deve frenare quell’impulso, non amplificarlo.
filo conduttore
Senza contesto, le immagini non informano: assuefano. Senza un filo conduttore, non raccontano: saturano. E più immagini circolano senza essere comprese, più si rafforza l’idea che filmare sia non solo normale, ma necessario. Anche quando significa restare dentro il pericolo invece di uscirne.
Questo è il punto più duro da accettare: si può morire per un’immagine. Non per vanità, non per spettacolo, ma perché l’immagine è diventata una condizione di esistenza. Se non filmi, sei fuori. Se non filmi, non stai davvero vivendo. Se non filmi, non resti.
ritorno in italia
Il ritorno in Italia delle salme dei cinque ragazzi italiani impone rispetto, silenzio, misura. Ma il rispetto non è censura del pensiero. È, al contrario, l’obbligo morale di non mentire. E mentiremmo se dicessimo che quanto visto a Crans-Montana è solo una coincidenza, un eccesso, un dettaglio secondario.
Non lo è.
È il risultato di anni in cui abbiamo accettato che tutto fosse riprendibile, condivisibile, consumabile. Anche il dolore. Anche la paura. Anche la morte. E ora scopriamo che, in certi casi, la ripresa precede la fuga.
pratica civile
Il giornalismo, se vuole sopravvivere come pratica civile, deve rompere questo incantesimo. Deve smettere di inseguire le immagini e tornare a governarle. Deve avere il coraggio di dire che non tutto ciò che viene filmato merita di essere mostrato, e che non tutto ciò che è mostrabile è giusto.
Crans-Montana non chiede indignazione.
Chiede una presa di posizione netta.
Perché se continuiamo a raccontare il mondo solo attraverso ciò che viene ripreso, senza chiederci a quale prezzo, allora la prossima volta che qualcuno resterà indietro a filmare, non potremo più dire di non sapere perché.
(nella foto, Crans Montana, dopo la tragedia)




“…. La realtà non viene più affrontata direttamente , ma mediata…..”.
Forse è anche per questo che il giorno successivo alla tragedia i ristoranti e i bar di Crans erano affollati come al solito.
Trovo molto importanti le considerazioni che riguardano il ruolo svolto dal giornalismo.