di VITTORIO ROIDI

“Garlasco, mettiamolo dappertutto”. Non c’è canale televisivo che non sfrutti l’inchiesta giudiziaria sull’omicidio di Chiara Poggi per soddisfare la fame di cronaca nera degli italiani. Tutti i giorni, pomeriggio e sera. Servizi giornalistici o programmi di intrattenimento? Non si fa distinzione. E non ci sono notizie nuove. Si impianta una trasmissione perché si pensa che attiri i curiosi. Magari c’è un particolare di giornata, una dichiarazione, si utilizza qualcosa che hanno detto imputati, avvocati, periti, testimoni, parenti e si ricomincia. Sia la Rai, sia i canali privati piazzano un conduttore in video che consente di discutere di valutare, comunque di parlare un’oretta del delittaccio di Garlasco, questo paese nei pressi di Pavia dove 18 anni fa (non ieri) qualcuno ha spaccato la tempia di Chiara, con un martello o un grosso corpo contundente (13 agosto 2007).

camera da letto

Ad ogni istante ricompare l’avvocato Lovati e  “dell’ormai ex legale di Andrea Sempio – ha scritto sul Fatto quotidiano Roberto Natale, componente del Consiglio di amministrazione della Rai – abbiamo potuto conoscere persino la camera da letto in un racconto gonfiato dove si spaccia per notizia anche il dettaglio più insignificante”.

Che giornalismo è? Quasi sempre non c’è un fatto nuovo, reale, una notizia, ma solo la convinzione che quella storia interessa molti cittadini. Fare ascolto, niente altro, la ragione è questa e i dirigenti delle stazioni tv non se ne vergognano.

additato e perseguitato

Si riparte, spesso neppure si ricorda che un responsabile dell’omicidio i giudici lo hanno già trovato, si chiama Alberto Stasi e ha già scontato tutti i 16 anni di carcere che gli sono stati inflitti. E’ uscito perfino in permesso riabilitativo. Non si parla di lui, ma di Andrea Sempio, un nuovo indiziato che tutti guardano come altro possibile colpevole, mentre non è mai stato neppure arrestato e ha diritto ad esser considerato innocente a 360 gradi. Lo dice la Costituzione e invece Sempio sta passando l’inferno, additato, perseguitato, ma si può fare tutto questo?

E’ buon giornalismo? Ah già, c’è la libertà di stampa. E giù a parlare: di quella  macchia sul muro della scala che va in cantina, del Dna sulle unghie della ragazza, degli scontrini dei parcheggi, delle due biciclette, dell’accusa di cui deve rispondere il Sostituto procuratore accusato di aver addolcito l’inchiesta. Si va in onda e si discute, senza preoccuparsi molto, come se fosse un gioco televisivo, tipo “L’Eredità” di Marco Liorni o “La Ruota della fortuna” di Gerry Scotti. Magari un giorno i magistrati apriranno un nuovo processo. Intanto noi raccontiamo, facciamo il nostro lavoro, noi di Sempio parliamo quanto ci pare, poi si vedrà, alla gente interessa. Su tutti i canali.

non e’ un gioco

E invece non si può, perché il volto, la reputazione, la vita di questo cittadino si ha l’obbligo di rispettarli e perché la televisione non è un gioco che si può fare sulla pelle di Tizio o di Caio. Non possiamo costruire un processo speciale, nostro, sullo schermo televisivo, che milioni di persone curiose seguono e guardano a tutte le ore. Siamo di fronte a quella che lo storico della tv Giandomenico Crapis definì una “serialità malata che si sta impossessando come un demone della tv italiana”. Un modo di fare televisione che si è ripetuto in questi anni, ad ogni delitto; ad esempio dopo Avetrana, ricorda Natale. Così basta sostituire al nome di Chiara Poggi quello di Sara Scazzi o quello di Meredith Kercher, ed ecco consolidarsi ogni volta un giornalismo ridondante, esasperato, che produce un interesse progressivo, ma anche molta tensione e ansia, come l’Agcom aveva segnalato già dal 2008. A quell’epoca un apposito Comitato aveva lavorato sul tema, l’Agcom aveva avvertito il pericolo di un continuo debordare dei processi in tv, della rischiosa sovrapposizione al lavoro di inquirenti, magistrati e tanti avvocati. E perciò aveva chiesto che le tv arrivassero a un codice di autoregolamentazione, ma dopo tre anni il Comitato stesso si era spento, per mancanza di risultati e forse di idee.

codice deontologico

La televisione, nei fatti, è sembrata voler trasformare i drammi veramente accaduti in canovacci e spettacoli. Così non ha bisogno di autori e di sceneggiatori. E’ quello che sta accadendo con Garlasco e i suoi protagonisti, di cui le testate e le aziende si appropriano a tutte le ore. Come se non ci fossero regole né differenze, come se tutto si potesse fare.

E invece non è così, per le stazioni tv e neppure per i giornalisti, i quali hanno un codice deontologico, entrato in vigore da pochi mesi, ma che non appare molto applicato. Di etica sono in tanti a parlare: spiegano che il giornalismo si deve fare con orgoglio, al servizio della collettività, ma al tempo stesso nel rispetto dei diritti di base di ogni persona. Poi nella pratica pochi principi sono applicati, mentre sarebbe diverso se ciascuno svolgesse con rigore il proprio ruolo, i Dirigenti, i Direttori delle testate, gli Ordini professionali nazionali e regionali, i singoli giornalisti. E gli organi disciplinari, che almeno dopo potrebbero intervenire. E non lo fanno.

confusione di ruoli

“Andrea Sempio  – ha scritto Roberto Natale – non può essere processato in tv, gli Ordini regionali e quello nazionale dovrebbero spiegarlo ai propri iscritti”. Non si possono prendere le notizie di Garlasco, per farne uno show, usando e raccontando i comportamenti noti e quelli poco chiari che spetterà ai magistrati accertare e semmai punire. Sullo schermo tv non ci sono giudici, ma solo cronisti, i quali hanno delle responsabilità – visto che usano un mezzo che può fare del male agli uomini e alle donne di Garlasco. Essi possono soltanto raccontare i fatti che sono emersi, in attesa che i magistrati si esprimano, nelle aule di giustizia. La televisione non può essere usata confondendo quei ruoli, al solo scopo di catturare ascolti. Una cosa che sanno bene anche i consiglieri di amministrazione della Rai, naturalmente.

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