di FABRIZIO PALADINI
C’è un libro di Piero Melati che non è ancora stato pubblicato (e spero lo sia presto perché è bellissimo), scritto a quattro mani con Marco Steiner che si chiama “Dove vanno a finire le parole”. Il titolo mi sembra evocare il sentimento che in questi giorni, in maniera direi diffusa e uniforme, si è propagato dopo la terribile notizia della sua improvvisa, inattesa e totalmente assurda scomparsa. Dove vanno a finire tutte le parole che sono state scritte per Piero e da Piero? Immagino esista un contenitore, una specie di archivio a cassetti come quelli che c’erano una volta nelle redazioni dei giornali, un luogo fisico dove le parole costituiscano una montagna di lettere, di punti interrogativi, di virgolette, di immagini ed anche di lacrime. Un cassetto che spero chiunque possa aprire in ogni momento per ricordare un padre, un amico, un collega o molto più semplicemente una persona giusta che se n’è andata senza avvisare nessuno.
villa siringa
Piero è stato tante cose. Di lui si conosce la carriera giornalistica, i suoi tanti incarichi: prima il cronista di mafia all’Ora, poi Paese Sera, poi Repubblica in varie declinazioni sia di scrittura che di gestione delle redazioni, Il Venerdì, L’Espresso.
Prima di tutto, in senso cronologico, Piero era un ragazzo palermitano degli anni ’70 che ha vissuto il sogno della rivoluzione dietro l’angolo impegnandosi con Lotta Continua (ne è stato anche un dirigente locale), che ha vissuto la passione per gli anni ruggenti del rock inglese e americano ma anche gli studi di Filosofia. Poi ha visto con sconcerto l’eroina entrare prepotentemente in quel mondo e cominciando a contare gli amici chi si perdevano per strada. Le piazze d’incontro diventavano piazze di spaccio e uno dei suoi luoghi – Villa Sperlinga – era stata ribattezzata “Villa Siringa”. Così ha iniziato ad avvicinarsi al mondo della comunicazione – intesa come lotta al potere e alla mafia – con le prime radio libere che non avevano ancora padrini o padroni.
testimone prezioso
Poi c’è lo scrittore. Scrittore di cose palermitane, di mafia (“Giorni di mafia” è il titolo di un volume che pubblicò con Laterza nel 2017, una sorta di calendario civile che ricostruisce i 100 giorni “che hanno cambiato il volto della Sicilia e dell’Italia intera”), di Borsellino, di come le cosche usassero l’eroina per il controllo sociale, del maxiprocesso di cui fu testimone prezioso. Scrittore militante, dunque ma non solo, e qui viene il Piero Melati che ho conosciuto io ed è quello che mi piace raccontare.
Una sera di quattro anni fa, in terrazza a casa di Marco Steiner – il mio amico scrittore con cui condivido la passione per Hugo Pratt – me lo trovai seduto a fianco. Non è normale che ci si piaccia al primo incontro ma fui come rapito dalle parole e soprattutto dal modo di dire le parole che Piero aveva. Lo ascoltavi ed era un cantastorie che ti riportava ai briganti del ‘700, ai nobili normanni, alle lotte sindacali per la terra dei primi del ‘900, alle parole (ancora) della musica dei suoi amati Simon & Garfunkel, Greatful Dead o Neil Young o Dylan. Quasi ti veniva voglia di farti addormentare dalle sue favole. Ne ho conosciuti tanti di affabulatori ma lui era diverso da tutti perché non faceva pesare la sua erudizione, non si crogiolava nel suo saperne di più, non ti considerava mai un ascoltatore adulante. No, lui ti coinvolgeva, ti faceva domande, era curioso. E soprattutto sapeva ascoltare. E – al momento opportuno – anche stare in silenzio.
merce di scambio
Iniziammo a vederci più spesso e sempre più a parlare di cose di parole: di libri letti (totalmente malato, come me, per Don Winslow), di libri da leggere, di libri da scrivere, di libri scritti ma da pubblicare. Di libri da presentare.
Le parole erano tutto. Per esempio quelle che usò per “Il giorno del Camaleonte”, un libretto di cento preziose pagine, su una storia vera ai più sconosciuta, ovvero del viaggio in Sicilia di Truman Capote per incontrare Andrè Gide scritto per l’editore Le Storie nella collana Zefiro di cui Marco Steiner è l’inventore nonché direttore editoriale. Nel libro Melati racconta che mentre era a Taormina Capote rimase stupefatto da una folla che si radunò davanti al giornalaio per comprare il quotidiano con le ultime notizie. Era il 6 luglio del 1950 ed era appena stato ammazzato il bandito Salvatore Giuliano. Capote capì che il sangue era una merce di scambio importante per il business della letteratura. Se lo sarebbe ricordato bene nove anni dopo quando lesse della strage in Kansas che lo portò a scrivere il proprio capolavoro “A sangue freddo”.
adolescenti vampiri
Oppure le parole tronche dei messaggi delle chat di “Lola & Vlad”, escursione doppiamente ardita perché entrare nel mondo degli adolescenti e per giunta vampiri non è cosa ovvia per un uomo che sfiora i settant’anni. Ma anche lì il risultato fu stupefacente.
Ecco, ora che Piero se n’è andato così improvvisamente, senza alcun motivo plausibile se non la sorte infame che ti seleziona al buio, vorrei sostituire la rabbia e il dolore con un senso di speranza. Vorrei che le parole dette e scritte da Piero finissero in quel cassetto di cui parlavo all’inizio. Quel cassetto che fa parte della immensa Biblioteca delle Parole. Un cassetto vicino a quelli di altri scrittori, musicisti, artisti, pensatori, filosofi, sognatori, amici, rivoluzionari. Un cassetto che noi e i nostri figli dobbiamo e possiamo continuare ad aprire e a consultare così da sentirci più ricchi. O forse migliori.
(nella foto, Piero Melati)






Che “belle parole” Fabrizio hai tirato fuori da quel cassetto per raccontare la tua testimonianza di Piero Melati. Oltre che belle, giuste le parole che hai scelto, perché Piero Melati adesso anche per me e molti altri di noi è un amico da leggere, da ascoltare, di cui innamorarsi.