Il New York Times fa causa a OpenAI, la società a cui fa capo ChatGPT, e Microsoft per violazione del diritto di autore. Si apre così un nuovo, decisivo, fronte della battaglia legale sull’uso non autorizzato di opere pubblicate per l’addestramento e i risultati dell’Intelligenza artificiale. Una grande sfida fra giganti del pensiero automatico e giganti dell’informazione: i primi hanno bisogno die contenuti dei secondi, che si sentono minacciati.

Lo riporta lo stesso New York Times, spiegando che milioni di suoi articoli sono stati usati per “nutrire” chatbot (i software che simulano ed elaborano le conversazioni umane scritte o parlate). Dopo Google e Wikipedia, New York Times è la terza fonte “saccheggiata”. Le risposte dell’Intelligenza artificiale possono anche costituire una concorrenza con il quotidiano come forma affidabile di informazione. 

notevole impatto

La questione avrà un impatto notevole su tutta l’industria dell’AI generativa e su quella dei produttori di contenuti.

Come si legge nel documento che contiene la denuncia, ChatGpt avrebbe utilizzato “milioni” di articoli del New York Times che avrebbero reso il chatbot “in grado di competere direttamente” con il suo contenuto. 

I sistemi di Intelligenza artificiale -a differenza, ad esempio, di ciò che fa Google rispondendo alle ricerche degli utenti- non dichiarano su quali contenuti hanno allenato i propri algoritmi e da dove provengano le informazioni che forniscono. In questo modo non si riescono a ricostruire le violazioni del copyright. 

accordo tentato

OpenAI e i grandi modelli linguistici (LLM) di Microsoft, che alimentano ChatGPT e Copilot sono accusati anche di essere in grado di riassumere fedelmente e imitare lo stile espressivo degli articoli pubblicati dal New York Times. In termini pratici, vuole dire “perdita di abbonamenti, licenze, pubblicità ed entrate”. Inoltre, i grandi modelli linguistici sono accusati di “minacciare il giornalismo di qualità”. 

Il New York Times scrive di avere provato a trovare un accordo con Microsoft e OpenAI, ma di non esserci riuscito.

Per ora non c’è una replica ufficiale. Ma c’è un precedente. Nelle settimane scorse l’editore tedesco Axel Springel ha annunciato di aver unito le forze con OpenAI per fornire contenuti del gruppo mediatico in risposta alle domande degli utenti. Secondo i termini di questa partnership, che le due parti hanno descritto come “un evento senza precedenti”, gli utenti che faranno una domanda a ChatGPT riceveranno riassunti di articoli pubblicati dai marchi di Axel Springer, tra cui Politico, Business Insider e i quotidiani Bild e Welt. Queste sintesi si baseranno in particolare su articoli che altrimenti richiederebbero un accesso a pagamento. 

web crawler

Al di là di questo caso, finora i giganti dell’AI generativa si sono difesi sostenendo che i contenuti utlizzati erano parte della dottrina Usa del “Fair Use”, che sancisce la possibilità di riutilizzare, in determinate circostanze, del materiale protetto da copyright. Il New York Times -come riporta Aldo Fontanarosa su la Repubblica- cita questo esempio: nel 2019 il giornale pubblica un’inchiesta sui prestiti che decine di tassisti devono chiedere per comprare una licenza. Diciotto mesi di lavoro, che fruttano un Premio Pulitzer. I lettori devono abbonarsi a pagamento al sito del Nyt per leggere le 5 puntate. Ma ChatGPT4 ne ripropone ampi stralci a chiunque lo chieda.

Il New York Times è uno dei tanti organi di stampa che hanno bloccato il web crawler di OpenAI negli ultimi mesi, impedendo alla società di intelligenza artificiale di continuare a estrarre contenuti dal suo sito web e di utilizzare i dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale. Anche Bbc, Cnn e Reuters si sono attivati per bloccare il web crawler di OpenAI.

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