di ANDREA GARIBALDI

Una parte degli abitanti del mondo crede ancora nell’importanza dell’informazione. Un’altra parte la ritiene assai meno essenziale. I primi sono più istruiti, più benestanti e fanno parte delle democrazie più solide, Nord Europa in particolare. 

Ma il fatto serio è un altro: i secondi sono i più giovani, vale a dire il futuro. Molti giovani, cresciuti con i social network, prestano più attenzione a ciò che dicono influencer e celebrità rispetto ai giornalisti, specie su TikTok, Instagram e Snapchat. Quindi ci sono, prima dell’orizzonte, “grossi problemi per gli editori”. 

A proposito, l’intero rapporto parla soltanto di informazione online, la carta è scomparsa dai radar. C’è invece dietro l’angolo, l’Intelligenza artificiale.

C’è qui l’estrema sintesi del Digital Report 2023 della Reuters, uno studio imponente che si ripete negli anni, con interviste in 6 continenti e in 46 mercati (Paesi). Per fotografare lo stato dei media nel mondo. Ne hanno già parlato tutti coloro che si occupano di informazione, editoria, giornali. Noi lo facciamo qui ora, a distanza di qualche tempo, per riflettere più a freddo. 

Quindi: l’informazione come l’abbiamo vissuta nei decenni passati è in via di estinzione? Il suo ruolo è minato alla base, e i giornalisti sono un po’ come i postini? In realtà no. Ci sono ancora soluzioni e possibilità, da perseguire però con coraggio, con rigore, con tenacia. 

Vediamo, dal Digital Report, dieci temi, dai più inquietanti ai più incoraggianti, dalle analisi più inquietanti alle vie d’uscita. 

UNO, GLI EVITATORI. Si è ormai affermata una nuova specie, quella dei “news avoiders”, gli evitatori di notizie. Non ne vogliono sapere di informarsi, né con tv e radio, né con la stampa,  né online, nè con i social. Sono, per fare qualche esempio, il 17 per cento in Giappone, il 12 per cento negli Stati Uniti, il 9 nel Regno Unito, appena il due per cento in Finlandia (come vedremo i paesi scandinavi costituiscono una specie di paradiso perduto per l’informazione, una sorta di sogno dei giornalisti). In tutti i Paesi esaminati il 36 per cento invece sono evitatori parziali di notizie (erano il 28 per cento nel 2017). Il 39 per cento delle donne e il 33 degli uomini. Evitano ciò che non gradiscono: il 39 per cento la guerra in Ukraina, il 38 la politica nazionale, il 31 la giustizia sociale, il 30 la nera, il 28 le notizie sulle celebrità. Negli Stati Uniti, chi è di sinistra tende a evitare le notizie sulla nera, l’economia e la finanza; chi è di destra evita giustizia sociale, genere e razza e, soprattutto, “climate change”. 

A fronte di tutto ciò, c’è un 48 per cento di popolazione “molto interessata alle notizie”, ma nel 2015, otto anni fa, era il 63 per cento. In Finlandia i “molto interessati” sono al 65 per cento, con una crescita dell’1 per cento, in Francia il 36 con un calo del 23 per cento, negli Stati Uniti il 49 per cento con un calo del 18 (sempre rispetto al 2015).

DUE, NON CI CREDO. Fiducia nelle notizie? In tutto il mondo ce l’ha il 40 per cento delle persone, meno due per cento rispetto al 2022. C’era stata una crescita negli anni del coronavirus, ma è stata annullata. In Finlandia i fiduciosi sono il 69 per cento, in Portogallo il 58, in Germania il 43, in Italia il 34 per cento. Più i Paesi sono “polarizzati”, hanno cioè radicali divisioni interne nell’opinione pubblica, meno credono alle notizie: negli Usa la fiducia è al 32 per cento, in Grecia al 19. C’è anche un calo nella partecipazione, che era un grande valore aggiunto del giornalismo digitale: il 22 per cento commenta e discute gli articoli in rete, negli Usa e nel Regno Unito il 10 per cento in meno rispetto al 2016.

TRE, NON CAPISCO. Il 56 per cento degli intervistati è preoccupato: teme di non saper distinguere cosa è reale e cosa è fake nelle news che legge su Internet, 2 per cento in più rispetto al 2022. I più preoccupati sono quelli che usano soprattutto i social come fonti per le news. Ma in Europa sono il 53 per cento, negli Usa il 65 per cento e in Africa il 77. 

QUATTRO, ALGORITMO CALANTE. Sulle piattaforme social, come è noto, ci vengono fornite le notizie in base agli algoritmi. Cioè: gli algoritmi, in base a ciò che andiamo cercando, ci propongono argomenti e punti di vista simili, ci offrono i piatti che ci piacciono e non ci fanno provare cose nuove e diverse. Questo sistema comincia a soddisfare meno di un tempo. Nel 2023 il 30 per cento del pubblico sostiene che è cosa buona avere da leggere storie selezionate e personalizzate sulla base delle scelte precedenti. Un 6 per cento in meno rispetto al 2016. La fiducia nell’algoritmo resta comunque più alta fra gli under 35 che fra gli over. Detto questo, teniamo conto che soltanto il 27 per cento afferma di preferire notizie selezionate da giornalisti, considerati, in generale, “gravati dalle loro agende precostituite e da pregiudizi”.

CINQUE, LO STATO DEI SOCIAL. Per informarsi Facebook resta il social più utilizzato, dal 28 per cento, ma in calo addirittura del 14 per cento sul 2016. Va considerato che gli stessi strateghi di Facebook hanno deciso da qualche tempo di ridurre il peso delle news. Poi c’è YouTube al 20 per cento, Whatsapp al 16, Instagram al 14, Twitter all’11 e TikTok al 6. Ma TikTok è al 20 per chi ha fra i 18 e i 24 anni,  è molto utilizzata in Asia, Africa, America Latina ed Europa dell’Est. In Perù è al 30 per cento, in Danimarca al 2. E metà dei principali editori si sono precipitati a creare contenuti delle loro testate su TikTok. Il 22 per cento degli intervistati comincia la propria giornata informativa aprendo un sito web di una testata o una app: il 10 per cento in meno rispetto al 2018. Gli altri vanno a informarsi attraverso Google e Facebook (poco meno di metà del traffico totale) o attraverso altri social. Per il 43 per cento dei  giovani fra 18 e 24 anni i social sono il luogo principale per informarsi. Nel 2018 erano il 25 per cento.

SEI, GUARDO E ASCOLTO. Ancora una maggioranza preferisce leggere le notizie (57 per cento) piuttosto che conoscerle tramite video (30 per cento) o ascoltarle (13 per cento). Ma, per esempio, sotto i 35 anni quelli che preferiscono ascoltare sono il 17 per cento. In Finlandia preferisce leggere l’81 per cento e guardare il 12, in Thailandia preferisce leggere il 38, vedere il 40, ascoltare il 22, in India 39, 40 e 21. In generale il 34 per cento ascolta almeno un podcast al mese, il 12 per cento un podcast con news.

SETTE, INVASIONE PUBBLICITA’. Va segnalato il declino di compagnie media come Buzzfeed e Vice, che all’apice del loro successo costrinsero giganti come New York Times e Washington Post a seguirli (vedi il libro “Mercanti di verità”, di Jill Abramson, ex direttrice del New York Times). Buzzfeed e Vice sono i pionieri del “modello ad-supported”, nel quale la pubblicità prevale sull’informazione, dove si scelgono le notizie che meglio possono veicolare pubblicità. E’ con loro che cade il “muro” che aveva sempre tenuto distinti marketing e news. Il muro è poi caduto in tutto il mondo, in Italia è oggi evidente nei principali organi di informazione, ma il fallimento dei due capostipiti nel Paese che guida le nuove tendenze può far pensare.

OTTO, PAGARE PER SAPERE. Nelle venti nazioni più avanzate il 17 per cento paga per leggere notizie online. In Norvegia il 39, in Svezia il 33, negli Stati Uniti il 22, in Italia il 12, in Francia e Germania l’11, in Giappone e nel Regno Unito il 9. La dinamica è “winners take most”, vale a dire che i grandi nomi fanno il pieno delle sottoscrizioni, ai piccoli restano le briciole. Il New York Times ha sei milioni di sottoscrittori per tutti i suoi prodotti di news, il 36 per cento del totale. La maggior parte di chi paga lo fa per un solo prodotto, ma negli Stati Uniti il 56 per cento ne “compra” due, uno nazionale e uno locale o uno nazionale e uno di politica culturale o di sport. Sempre negli Usa, l’8 per cento è iscritto a una newsletter di giornalisti, il 5 per cento ai prodotti di un podcaster o di uno YouTuber. 

NOVE, CONTENUTI DI VALORE. Perché si sottoscrive? Qui cominciamo ad avvicinarci alle possibili soluzioni dei problemi che stiamo elencando. Il 51 per cento paga “per avere accesso a un giornalismo di qualità”. Negli Usa la percentuale arriva al 65 per cento e una quota paga “per sostenere il buon giornalismo”, o perché “si identifica con un brand, oppure con determinati giornalisti”. Chi sottoscrive vuole essere certo di ottenere in cambio un contenuto esclusivo, curato e non ottenibile gratis. Nel 2023 un quinto delle sottoscrizioni è stata cancellata, un altro quinto dei sottoscrittori ha chiesto uno sconto. Anche perché il 77 per cento delle persone è stato colpito in qualche modo dalla crescita del costo della vita. 

Ci sono ragioni per convincere i cittadini a pagare per le notizie? Il 32 per cento indica “un prezzo più basso”, il 13 “notizie libere da inserzioni pubblicitarie”, il 42 per cento dice che “nulla potrebbe convincerli”. Ma il 22 per cento chiede: “Contenuti di maggior valore”. 

DIECI, CHE FARE. Ed eccoci alle conclusioni, già accennate negli ultimi capitoli di questo pezzo. Il giornalismo non è più dato per scontato, nelle diverse società, tanto meno in quelle dei continenti più giovani. Le risorse da mettere in campo o potenziare o per resistere sono banali, ma non semplici: la qualità, l’accuratezza, l’umanità, l’indipendenza, la trasparenza dei finanziamenti. Rendere le notizie più accessibili per gruppi difficili da raggiungere. Allargare l’agenda degli argomenti da trattare. Commissionare notizie positive e stimolanti. E poi: praticare il “giornalismo costruttivo”, in grado di trovare soluzioni ai problemi. C’è una crisi economica in tutto il mondo, si possono ancora spendere soldi per l’informazione, ma per ottenere notizie utili, che spieghino l’economia per esempio. Non si cerca un numero maggiore di notizie, ma notizie più rilevanti, che aiutino a trovare un senso a ciò che accade. Le testate e i giornalisti devono costruire relazioni sul terreno (nazioni, città, quartieri, realtà locali) e creare comunità, dove ascoltare problemi, affrontarli e diventare punto di riferimento. 

APPENDICE ITALIANA. Da noi i giornali di carta sono stati fonti di notizie per il 16 per cento delle persone. Nel 2013 erano il 60 per cento. I social fonti per il 42 per cento (nel 2013 il 20). La tv è stabile fra il 69 e il 70 per cento. Il  mezzo di informazione che suscita più fiducia è l’Agenzia Ansa (78 per cento), seguita Sky Tg24 (71), dal Sole 24 Ore (69), da Corriere della Sera, Rai e La7 (63), Repubblica (59), Mediaset (58), Stampa (57), Fatto quotidiano (55), Libero (47). Fra i social, il più affidabile per le notizie è Facebook (44), poi Whatsapp (27), Instagram (20), YouTube (19).

(nella foto, Nic Newman, coordinatore del Digital Report Reurters 2023)

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