di ALBERTO FERRIGOLO

“Ogni due settimane si può leggere d’un giornale che chiude i battenti o che da quotidiano diventa settimanale, oppure diminuisce la sua redazione, fino a quando non si riduce a poco più che uno staff scheletrico pieno di studenti della j-school”.

Da qualche tempo i giornali americani si occupano della progressiva sparizione del giornalismo locale, mettendo l’accento sul fatto che i quotidiani “stanno scomparendo là dove la democrazia ne ha più bisogno”, come recita un titolo del Washington Post del 27 dicembre, da cui è tratta anche la citazione iniziale dell’articolo. Nancy Gibbs, direttrice dello Shorenstein Center on Media, Politics and Public Policy presso l’Università di Harvard, sulla base dei grafici realizzati da Penny Abernathy, visiting professor alla Northwestern University, calcola che siano infatti circa 200 le Contee “senza giornali locali”, mentre altre 1.600 “hanno una sola testata”.

collegi Elettorali

Tuttavia Gibbs, nell’analizzare la diffusione dei giornali e la loro presenza sul territorio, trae una conclusione che definisce specchio d’un “quadro allarmante”: viene fuori che gli stessi luoghi in cui le notizie locali stanno scomparendo “sono spesso anche gli stessi luoghi in cui si esercita un potere politico sproporzionato”.

Inoltre, in base anche all’andamento demografico, “entro il 2040 un terzo degli americani sceglierà il 70% del Senato”. Cosa significa questo? Sulla base della legge elettorale americana, il Post calcola che “grazie al pregiudizio strutturale del Senato verso gli stati meno popolati, ciò conferisce a ciascuno dei quasi 600 mila elettori registrati nel South Dakota circa 28 volte più potere in quell’organismo rispetto a ciascuno dei 17 milioni di elettori in Texas. Quando si tratta di eleggere i presidenti, quell’elettore del South Dakota ha il doppio del peso nel collegio elettorale rispetto alla sua controparte del Texas”. Il punto, secondo il quotidiano della capitale americana, è che “gli elettori in circa la metà delle 66 contee del South Dakota hanno un solo quotidiano e sette contee non hanno alcun giornale”.

meno responsabilità

Secondo calcoli matematici, la stessa cosa potrebbe verificarsi per i residenti di Wyoming, Montana, North Dakota, Vermont o Delaware, tutti stati con un potere politico altrettanto forte, anche se “trovare fonti di notizie locali affidabili – è l’analisi del Post – è molto più difficile nei primi tre: stati rurali geograficamente più grandi con popolazioni disperse, che hanno molte più probabilità di non disporre di Internet ad alta velocità”, mentre “al contrario, le tre piccole contee del Delaware hanno 13 giornali; le 14 contee del Vermont ne hanno 39”. 

Ma ormai sappiamo bene il motivo per cui tutto ciò è importante: “I cittadini i cui voti contano di più potrebbero avere difficoltà a conoscere i problemi e i candidati in corsa nelle loro comunità, perché non c’è più nessuno che li riferisca”. Dal 2005, poi, l’occupazione nei giornali è diminuita del 70% e la Tv locale, la radio e le nuove start-up digitali non iniziano a compensare questo calo: “Meno giornalisti locali informati significano meno responsabilità, portando a una maggiore spesa pubblica, ad una minore coesione sociale, meno persone che votano o si candidano alle cariche, più polarizzazione dato che le persone s’affidano a fonti di notizie nazionali”.

ecologia sconvolta

Il Post conclude con il dire che “abbiamo a che fare con uno sconvolgimento dell’intera ecologia dell’informazione proprio nel momento in cui il 78% degli americani afferma che non possiamo più essere d’accordo nemmeno sui fatti fondamentali. Le notizie locali sono una parte cruciale di un problema più ampio e non possiamo veramente comprendere le forze che minacciano la democrazia senza fare i conti con quell’ambiente più ampio: sia la scomparsa di fonti critiche di informazioni essenziali sia l’aumento dei flussi di informazioni che contaminano il nostro spazio pubblico”.

Lo scorso 29 novembre, sul New York Times, Lydia Polgreen, ex storica caporedattrice dell’HuffPost, che ha iniziato la propria carriera occupandosi di notizie locali al Times Union, osserva che “il quadro generale del giornalismo locale è quanto mai catastrofico”, non solo perché dal 2005 “più di un quarto dei giornali del Paese ha chiuso”, ma soprattutto perché “quelli che sopravvivono hanno perso i giornalisti a un ritmo allarmante”. Le conseguenze sono dirette: il rapporto Northwestern afferma che “nelle comunità senza una fonte credibile di notizie locali, la partecipazione degli elettori diminuisce, la corruzione sia nel governo che negli affari aumenta e i residenti locali finiscono per pagare di più in tasse”. 

divisioni evidenti

Ma non si tratta solo di questo, perché man mano che la raccolta di notizie locali si riduce, le persone trascorrono più tempo in luoghi che potrebbero rendere più evidenti le divisioni, “come l’ambiente dei social media o di piattaforme come Nextdoor o guardando la televisione via cavo nazionale”, ad esempio. Tant’è che uno studio del 2019 su Scientific American ha rilevato che gli elettori nelle aree in cui i notiziari locali erano chiusi avevano meno probabilità di dare un voto condiviso, “segnale che indica una polarizzazione sempre più profonda in quelle comunità”. 

“I giornali locali”, scrivono gli autori del rapporto, “fungono da fonte centrale di informazioni condivise, stabilendo un’agenda comune. I lettori dei giornali locali si sentono più legati alle loro comunità”.

battaglie civili

E in Italia? Nel nostro Paese stiamo ormai assistendo ad una spoliazione pezzo dopo pezzo di un patrimonio di testate che ha fatto la storia del giornalismo italiano, impegnatosi in battaglie civili, politiche e anche culturali, come lo è stato il pool delle testate locali Finegil dell’ormai ex Gruppo Espresso, fondate nell’ormai lontano 1978 dall’editore Carlo Caracciolo con la supervisione di Mario Lenzi, il mago del giornalismo locale. Tredici testate passate con la Repubblica e L’Espresso sotto la proprietà Gedi (Fiat-Elkann-Stellantis) e poi un po’ alla volta ridimensionate o dismesse, a cominciare da Il Centro di Pescara, La Città di Salerno, Il Tirreno, La Nuova Sardegna, La Gazzetta di Modena e La Gazzetta di Reggio, La Nuova Ferrara, l’Alto Adige, il Trentino.

note e comunicati

A differenza degli Stati Uniti, se non tutti chiudono, il calo di vendite di molti giornali locali italiani negli ultimi sette anni è compreso tra il 20 e il 50%. Il risultato è che però i principali progetti di innovazione se li possono permettere solo i giornali che hanno e offrono una copertura nazionale. E i progressivi tagli alle redazioni, poi, finiscono per ridurre anche le risorse per produrre inchieste e giornalismo in generale. Con una sempre maggiore dipendenza da comunicati stampa e note istituzionali. E con meno giornalisti che vigilano, le stesse classi dirigenti locali sono più esposte, quando non inclini, al rischio di corruzione e conflitti d’interesse. Quel che manca, in generale, è un racconto approfondito e minuzioso del territorio in tutti i suoi più diversi aspetti.

Meno del 20% delle notizie copre eventi e fatti riguardanti la comunità locale, per questo motivo si parla di “news deserts”. Mentre secondo l’ultimo Rapporto Censis 2022 sulla situazione sociale del Paese dichiara che nel 2021 il numero di italiani estranei ai mezzi a stampa ha raggiunto la quota del 57%, poco oltre il 55,2% del 2019, “ma comunque sempre in costante ascesa”. E se i giovani “sono quelli che da sempre sono risultati più estranei ai mezzi a stampa”, il punto centrale è che “all’incirca la metà dei diplomati e dei laureati italiani neanche sfoglia libri, giornali o periodici”.  

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