Lunedì 21 novembre, La Stampa pubblica una pagina della scrittore romano Patrizio Bati (è uno pseudonimo), che racconta una delle tre ragazze uccise a Roma il 17 novembre negli appartamenti dove si prostituivano, quartiere Prati. Lo fa da cliente ripetuto.

Molte donne, in particolare giornaliste, si indignano e protestano.

Il direttore Massimo Giannini apre il dibattito, spiega il motivo della scelta (raccontare la realtà, non giudicarla), fa scrivere molte colleghe, pubblica tante lettere. Allarga così lo sguardo su un mondo: la prostituzione, lo sfruttamento, gli uomini che ne usufruiscono.

“io la conoscevo bene”

Il pezzo di Bati inizia così: “Io la conoscevo bene. Conoscevo l’appartamento, in via Riboty 28. Tra il 2010 e il 2018, penso di esserci stato almeno venti volte. Conoscevo la donna assassinata… Ad accogliermi spesso trovavo una «stretta» (nel gergo delle escort, prostituta con poca esperienza)”. Bati racconta le precauzioni delle ragazze per non subire violenze, le attenzioni nei confronti degli abitanti del palazzo per evitare problemi. Le descrive “murate in sottoveste nel loro appartamento, vita sociale ridotta al tragitto casa-supermercato/supermercato-casa, ombre cinesi proiettate su persiane… corpi senza identità, coscienti di essere soltanto questo. Schiave di organizzazioni criminali. Bambole riprodotte in serie, tutte con gli occhi a mandorla. Oggetti ‘Made in China’, anche se non sempre si tratta di cinesi”.

ali di farfalla

Racconta le tariffe, il flusso dei clienti: “Giacca e cravatta, camicia e jeans, perfino abiti talari. Si aprono e si chiudono, come ali di farfalla, le porte degli appartamenti-alcova. Scorrono, come un Tevere nascosto, rigagnoli di sperma. Da cliente, la percezione di quanto il fenomeno sia esteso ce l’hai a fine rapporto, gettando il preservativo in un cestino giа traboccante di fazzoletti e condom”. Racconta le parentesi-prostituta di fidanzati e sposati, “quasi sempre in un giorno feriale, la mattina prima di andare al lavoro, in pausa pranzo o la sera appena usciti dall’ufficio”. Conclusione: “Se in seguito a questi tre omicidi qualcosa a Roma dovesse davvero cambiare sarà, al massimo, per pochi giorni. Brevemente interrotto dal blu dei lampeggianti, il brulichio di auto e di persone ha ripreso a popolare quelle strade. Gli annunci, pubblicati sui siti di escort dalle tre prostitute massacrate, sono giа stati rimpiazzati da altre facce sorridenti. Casa-supermercato/supermercato-casa. Casa-supermercato/supermercato-casa. Vi hanno portato via dal vostro appartamento, avvolte nei sacchi blu della polizia mortuaria. Neanche questa volta avete visto Roma”.

mostrare l’orrore

Martedì 22 novembre, il direttore Massimo Giannini scrive sul sito de La Stampa: “Siamo il quotidiano che più di ogni altro si occupa ogni giorno delle donne e dei loro diritti, e per testimoniarlo, in prima pagina, presentiamo spesso quasi solo firme femminili. Oggi La Stampa riserva due pagine al dibattito, ospitando alcuni interventi critici nei confronti del racconto di Bati e della scelta di pubblicarlo e un editoriale della vicedirettrice Annalisa Cuzzocrea, che sottolinea tra l’altro come l’intento non sia ‘normalizzare l’orrore’, ma ‘mostrarlo’. ‘Quel che è arrivato sulle nostre scrivanie sabato è un resoconto diretto, vero, duro, di cosa accadeva nell’appartamento in cui due delle tre donne sono state uccise. Parole aspre, prive di reticenza, che fanno luce sulla vita di quelle ragazze e così facendo restituiscono loro almeno un pezzo di verità’, sottolinea Cuzzocrea. Il tema viene affrontato anche in un articolo di Maria Corbi, intitolato ‘La banalità del male che continua a darci fastidio’, in cui si legge: ‘La confessione/racconto dello scrittore Patrizio Bati, cronaca di un orrore banale, un uomo che cerca piacere comprando e sfruttando il corpo di una donna, diventa un esercizio collettivo di consapevolezza. Sul dominio maschile, la marginalità delle donne, la pretesa che andare a prostitute sia un normale baratto e non una meschina e violenta pretesa patriarcale”.

normalizzare la violenza

E Simonetta Sciandivasci, firma della Cultura, sempre sulla Stampa: “La ragione per la quale quel pezzo è stato pubblicato sta qui: nella testimonianza che offre e in quello che, quella testimonianza, consente di vedere del testimone. A cosa serve? In parte, forse, a rispondere a quella domanda: perché esiste la prostituzione? In parte, a fare una cosa che un giornale fa: raccontare un fatto. Raccontare un fatto significa prendere posizione? Certamente. Quando un giornale sceglie di cosa occuparsi, prende posizione e dice: questo è importante, è utile, richiede attenzione, lavoro, cura”.

“Disgustoso dare per scontato lo sfruttamento” scrive -sulla pagina di reazioni pubblicata da Giannini- Manuela Ulivi, avvocato e presidente dalla Casa di accoglienza per donne maltrattate di Milano. “Così si diventa parte del sistema che odia le donne”, scrive Mara Accettura. “Indignate da questa normalizzazione della violenza”, scrive la Rete per l’inviolabilità del corpo femminile. “Sconcertante assenza di empatia”, scrive Nadia Somma.

manifesto di venezia

Ancora Sciandivasci: “Non abbiamo una ragione da difendere, ma una ragionevolezza da custodire: abbiamo ricevuto un articolo che illuminava qualcosa, e lo abbiamo proposto ai nostri lettori. Il vincolo che ci lega ai nostri lettori è l’onestа: l’avremmo disonorata se avessimo evitato di pubblicare un articolo contestabile, per paura di venire contestati; l’avremmo infranta se fossimo intervenuti sul testo, chiedendo all’autore di correggere, addolcire, evitare, scrivere secondo le regole del Manifesto di Venezia, redatto da giornalisti e giornaliste per evitare discriminazioni e violenze attraverso parole e immagini. Patrizio Bati è uno scrittore, ci è parso giusto non mediare tra ciò che ha visto e ciò che ha voluto raccontare: ci è parso giusto non perché amiamo i dettagli morbosi, ma perché il senso della sua vicenda sta nel modo in cui l’ha scritta. E da quel modo abbiamo ritenuto di non difendere i lettori: quel modo non è la realtа, ma è una parte della realtа. Se l’avessimo censurata, avremmo forse tutelato sensibilità alle quali ci sentiamo vicini, ma avremmo rinunciato a fare il nostro lavoro: restituire quello che succede, nella sua orribile inaccettabilità”.

(nella foto, Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice de La Stampa)

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