di MICHELE MEZZA  

L’articolo con cui domenica scorsa 5 giugno, sul Corriere della Sera, Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini hanno dato conto di un’indagine del Copasir circa una presenza organizzata di operatori e commentatori filorussi nel sistema mediatico italiano ha suscitato scalpore, anche sulla base di una  vera e propria indignazione da parte di molti colleghi.

L’articolo viene presentato come un’inedita lista di proscrizione, che esporrebbe giornalisti  che si muovono, a parere degli indignati, contro il cosiddetto pensiero unico, a non meglio precisate rappresaglie, e comunque li metterebbe in un potenziale mirino repressivo.

Trovo infondata questa indignazione, sia nel merito che nel metodo.

pratica consueta

Intanto partirei proprio dall’idea della lista di proscrizione.

Davvero è così inconsueta questa pratica sui nostri media? Davvero scartabellando nei nostri cassetti non troviamo precedenti, numerosi ed illustri, in cui proprio il fronte che contrastava il pensiero unico dell’epoca si affannava a denunciare chi nelle testate invece consolidava un controllo ideologico e disciplinare sulle redazioni ?

Penso ad esempio, per limitarmi alla mia esperienza e memoria, a cosa venne pubblicato negli anni della Strage di Stato da parte di chi lavorava nella controinformazione, fenomeno allora che ebbe straordinari meriti civili e professionali nell’aprire brecce in quello che era davvero un pensiero esclusivo e indiscutibile. Penso alla denuncia di chi nelle redazioni era accusato, e la magistratura in alcuni casi confermò, di farsi portatore delle veline dei servizi riservati. Cito, tanto per rimanere alla cronaca del tempo, Guido Giannettini, oppure Giorgio Zicari, e con loro lenzuolate di giornalisti della destra più o meno estrema. Oppure, negli anni della P2, ricordo le paginate con foto e biografia di decine e decine di iscritti all’Ordine dei giornalisti che apparivano negli elenchi di Castiglion Fibocchi, come ad esempio Franco Di Bella, Maurizio Costanzo, Roberto Gervasio, Roberto Ciuni, Massimo Donelli. Erano colleghi al momento non incriminati penalmente, ma solo accusati di comportamento professionalmente scorretto. 

attacco e destabilizzazione

Lo stesso accadde in altre occasioni, come gli scandali finanziari del banco Ambrosiano o della Parmalat, dove non mancarono liste sui giornalisti contigui a questi interessi.

Dunque non è il metodo che ci può indignare, anzi forse la memoria dovrebbe consigliarci  di riservare la dose di indignazione di cui siamo titolari per occasioni più adeguate. 

Per il merito, invece, il caso diventa più complesso. Partiamo dall’oggetto in questione: abbiamo dinanzi un caso di possibili reati di opinione? Stiamo perseguendo liberi pensatori che esprimono autonomamente e singolarmente posizioni che si trovano a contrastare con le strategie del nostro paese? Siamo in presenza di semplici testimonianze o ragionamenti difformi da un supposto “mainstream” ideologico? Oppure siamo, in un quadro di contrapposizione geopolitica fra il governo italiano e quello russo, nel pieno di un’azione di attacco e destabilizzazione del sistema mediatico nazionale?

logistica militare

La guerra in Ucraina è un conflitto di media, si è detto. E persino io su queste stesse colonne ho cercato di ragionare sul concetto di giornalismo “embedded”. Non è la comunicazione che diventa propaganda la novità della vicenda ucraina. L’elemento che cambia radicalmente lo scenario rendendo l’informazione un vero campo di combattimento è che l’insieme degli strumenti del giornalismo digitale sono diventati logistica militare.

La rete, i siti, i blog, gli schermi degli smartphone, i software di geolocalizzazione, i droni, sono veri e propri sistemi d’arma che hanno concorso a mutare il corso degli eventi. Oggi, dopo tre mesi di scontri, la rete non è più quella del 23 febbraio. E’ diventata uno spazio locale che coincide largamente con l’Occidente. I grandi gruppi tecnologici della Silicon Valley sono diventati i principali alleati del governo ucraino: Google, Facebook, Twitter, Telegram sono spazi di contesa, che vedono i russi chiudere ogni legame con le comunità digitali e gli occidentali usare tutte le risorse per contenere l’aggressione alle città ucraine.

il caso cambridge analytica

In questo scenario l’informazione che scorre sulla rete è il prolungamento della guerriglia che i due schieramenti animano, attaccando e inibendo le risorse dell’avversario. Il generale Valerij Gerasimov, Capo di stato maggiore russo, ha teorizzato apertamente questa strategia con un lungo saggio nel 2013 (https://it.insideover.com/schede/guerra/che-cose-la-dottrina-gerasimov.htm ), in cui spiega come ormai si procede nella nuova fase mediante capacità di “interferenza nelle psicologie dell’opinione pubblica del Paese avversario“.

Dopo quel saggio la teoria divenne pratica: nel 2016 negli Usa la campagna elettorale di Donald Trump fu sostenuta e drogata proprio dalla capacità di interferenza nelle psicologie dell’opinione pubblica da parte di Cambridge Analytica, che poi scoprimmo essere un centro di convergenza di interessi russi con la destra statunitense. Lo stesso avvenne nel referendum per la Brexit in Inghilterra. E anche nel nostro paese, nelle elezioni del 2018, vinte da Lega e 5S, furono trovate tracce dell’azione dei ragazzi di Gerasimov.

pubblicazione e indirizzamento

Siamo dunque in una situazione in cui i sistemi di pubblicazione e indirizzamento, questo è il termine che ormai ha superato il vetusto verbo “pubblicare”, rappresentano un vero campo di battaglia dove si misurano le capacità tecnologiche e narrative dei sistemi geopolitici. Se un messaggio viene indirizzato e non pubblicato, vuol dire che qualcuno ha preventivamente organizzato un arsenale tecnologico e che, sulla base di liste di utenti profilati e predisposti, si procede con un fuoco di fila per “interferire”, come dice Gerasimov, con le psicologie di questi utenti.

Il quadro in cui oggi  si sviluppa il dibattito politico e giornalistico è questo, non certo quello di un’Olimpiade del pensiero, dove ognuno compete con le proprie idee. Sono migliaia di bot che producono messaggi mirati a centinaia di migliaia di utenti in rete per spiegare le ragioni del Kremlino. 

Parallelamente a quanto avviene in rete, affiora anche nei media tradizionali un filone che appare meno naif di quanto si vuole far intendere. Come peraltro dimostrano le biografie di questi liberi pensatori, come sono state descritte nell’articolo sul Corriere della sera di cui stiamo discutendo.

mezzi e attrezzature

Accanto a personaggi come il senatore Vito Petrocelli, quello che firmava con la Zeta gli auguri per il 25 aprile, o il prode Professor Alessandro Orsini, che bollava Gramsci come un violento che doveva solo parlare con i porci, due dei cosidetti “opinion leader” che scopertamente fiancheggiano le posizioni di Putin, troviamo personaggi alquanto eccentrici nella versione di giornalisti. Sono dentisti, economisti che hanno combattuto nel Donbass, fotoreporter non precedentemete noti nelle redazioni, oppure veri e propri giornalisti di nazionalità russa, che operano da qualche mese in Italia. Figure che prima del 24 febbraio non erano certo fra le più vitali sul fronte della discussione o della produzione redazionale, che all’improvviso hanno acquistato spessore, accesso a fonti esclusive, mezzi per viaggiare e attrezzature tecnologiche per produrre in gran quantità materiali informativi sulla guerra.

Tutte cose singolarmente legittime, messe insieme meno innocenti, considerate nel contesto di uno scontro frontale con Mosca indizi da verificare. Esattamente come erano indizi da rendere pubblici le denunce sulla P2, o le contiguità con gli scandali finanziari.

Ma al di là della polemica spicciola, quello che mi pare ormai non più esorcizzabile riguarda proprio il cambio di natura e di fisionomia che il sistema dell’informazione sta subendo. La digitalizzazione connette ormai stabilmente i segmenti più direttamente giornalistici con quelli più organizzativi e tecnologici, trasformando il mestiere da semplice e limpida testimonianza di una verità che si deve conquistare giorno per giorno, in una contesa per il potere di “interferenza nelle psicologie altrui”. Una mediamorfosi che dovremmo, come giornalisti analizzare e riconsiderare, per non esserne vittime né di omologazioni né di indignazioni interferenti.

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