di ROBERTO SEGHETTI

Molte vicende direttamente o indirettamente connesse al cambiamento in corso nel nostro sistema previdenziale sono per il momento in via di definizione, in transizione, in alcuni casi perfino complicate da interventi burocratici che per ora non si può capire con certezza quali effetti concreti potranno avere. 

Basti pensare, per esempio, alla recente decisione con la quale la burocrazia del ministero del lavoro ha dato il via libera alla delibera con la quale il Consiglio dell’Inpgi il 23 giugno del 2021 approvò un pacchetto di misure destinato a contenere le spese e ad aumentare gli introiti. Una vicenda singolare, che vale la pena di riepilogare per grandi linee dall’inizio. 

l’ipotesi comunicatori

Quella delibera dell’Inpgi faceva parte del dialogo aperto dall’Istituto con il governo Conte per evitare il commissariamento (che sarebbe scattato il seguente 30 giugno 2021, con conseguenze imprevedibili, ma sicuramente pesanti per le prestazioni erogate dall’Inpgi) e avere il tempo di trovare una soluzione ai persistenti sbilanci dell’Istituto. 

In particolare, va ricordato che l’Inpgi aveva sviluppato un dialogo con l’allora sottosegretario leghista Claudio Durigon, per tentare di portare all’Inpgi il variegato mondo dei comunicatori in modo da rendere sostenibile il futuro dell’istituto. Durigon uscì poi di scena, ma questo non bloccò il progetto. Tanto più che al posto di Durigon fu nominato Federico Freni, professionista di chiara fama, anche lui vicino ai leghisti e, tra l’altro, già da tempo consulente dell’Inpgi. 

riduzioni e sforbiciate

Proprio nell’ambito di questo tentativo l’Inpgi fu invitato a dare una manifestazione di volontà positiva, in vista della soluzione auspicata. E così fece con una delibera che il 23 giugno del 2021, in vista della sospensione del commissariamento per avere il tempo di contrattare l’inclusione tra i propri iscritti anche dei comunicatori. In quel documento l’Inpgi decise, a valere dal 1 gennaio 2022: qualche sforbiciata ai compensi del gruppo dirigente; la riduzione del tetto massimo delle collaborazioni possibili per i giornalisti in pensione da 22.900 a 5.000 euro l’anno ai fini del divieto di cumulo; un contributo straordinario aggiuntivo per i giornalisti attivi e per i pensionati pari all’1 per cento della retribuzione e della pensione lorda. 

La legge finanziaria preparata dal governo Draghi, dopo una riflessione comune sui destini dell’Istituto, poco dopo fece piazza pulita rispetto all’opzione di mantenere in vita l’Inpgi con l’assorbimento dei comunicatori: governo e Parlamento scelsero la strada della scomparsa dell’Inpgi e del passaggio dei giornalisti all’Inps. 

consiglio di stato

Nella sostanza, l’approvazione della finanziaria avrebbe dovuto far decadere quella delibera. Purtroppo, però, le vie della burocrazia sono infinite. Dato che le delibere del consiglio Inpgi vengono sottoposte ai ministeri vigilanti anche questa era stata sottoposta al ministero del Lavoro. Dopo sei mesi, proprio mentre il Parlamento approvava la finanziaria e il passaggio dell’Inpgi all’Inps, il 22 dicembre del 2021 la burocrazia del ministero fece propria la delibera Inpgi. 

All’inizio del 2022 l’Istituto ne ha, giustamente, sospeso l’applicazione ed ha mandato al ministero la delibera insieme a un approfondito parere legale. Tre mesi dopo il ministero del Lavoro ha risposto avvertendo di aver passato la questione all’Avvocatura dello Stato per avere un parere dirimente. Senza contare che su alcuni temi, in particolare il contributo dell’uno per cento, sia il Consiglio di Stato, sia per analoghe vicende la Corte di Cassazione, hanno da tempo bocciato ipotesi del genere. 

ordinaria burocrazia

Mentre si attendeva il parere dell’Avvocatura, e considerando che l’Inpgi sostitutivo dell’Ago stava per scomparire, pochi giorni fa, il 21 giugno, l’ufficio del ministero del Lavoro che segue queste materie ha firmato il via libera definitivo della delibera, salvo diverso parere, quando arriverà, dell’Avvocatura. Della serie: così nessuno mi può rimproverare di non aver fatto quanto dovuto. 

Storie di ordinaria burocrazia. Ma che cosa accadrà adesso? Intanto, l’Inpgi uno, dal 1 luglio non esiste più. Dunque a rigor di logica, il tetto a 5.000 euro per il divieto di cumulo pensione-lavoro dovrebbe automaticamente decadere, considerato che l’Inps non impone alcun tetto del genere. Dunque, è assai probabile che alla fine sarà così. Tanto più che la Corte di Cassazione ha sancito che il divieto di cumulo non è applicabile.

Il quando e il come questa vicenda sarà avviata a soluzione in un modo o in un altro è tuttavia ancora in mente Dei. Non è escluso che per avere qualche certezza bisognerà attendere un po’ di tempo. 

prelievi e ricorsi

Resterà certamente da vedere – e in questo caso l’effetto può essere diverso – le ripercussioni concrete di questa firma del ministero del Lavoro sulle collaborazioni dei pensionati dal 1 gennaio al 30 giugno 2022, arco temporale in cui l’Inpgi uno esisteva ancora. 

Più complesso, nonostante le decine di univoche sentenze della Cassazione e le indicazioni del Consiglio di Stato, il caso del prelievo straordinario dell’1 per cento. Ma anche in questo caso bisognerà capire come finirà questa vicenda: con un’applicazione temporanea rispetto alla quale poi si tornerà indietro o con un’applicazione definitiva contro la quale fare opposizione anche di fronte agli organi giurisdizionali competenti (visto che ci sono precedenti)? 

trasferimento all’Inail

Ma non c’è solo la delibera del 23 giugno 2021 nella complessità di questa transizione previdenziale. Un altro caso riguarda l’assicurazione infortuni, che in base alla finanziaria passerà all’Inail. L’Inpgi ha sempre coperto per larga parte anche gli infortuni “fuori” dal lavoro. L’Inail, per statuto e volontà, non lo può fare. Che cosa accadrà? Fnsi e Fieg stanno pensando a una forma di assicurazione aggiuntiva, anche grazie ai fondi accantonati presso l’Inpgi di cui rivendicano la paternità (oggi questi fondi sono stati spostati presso l’Inpgi 2). Ma quando, come e se è ancora presto per saperlo.

Lo stesso dicasi per il passaggio di cento dipendenti dall’Inpgi all’Inps: avverrà, ma per qualche altro mese resteranno in carico all’Inpgi, che poi si rivarrà sull’Inps, perché c’è stato un grande ritardo nel varo dei provvedimenti sui criteri di scelta. 

case e dipendenti

All’Inps passeranno, bisogna ricordarlo, anche le quote del fondo Amendola, nel quale sono stati raggruppati e che oggi gestisce gli immobili prima dell’Inpgi. Anche in questo caso bisognerà attendere che l’Inps prenda davvero in mano questo cespite (vi sono accordi di gestione ancora in essere) prima di capire che cosa cambierà rispetto alle attuali condizioni offerte ai giornalisti e in quale direzione. 

Un caso a parte riguarda poi la Casagit e il contributo dei pensionati. Finora il contributo Casagit veniva trattenuto sul lordo della pensione dall’Inpgi. Dunque, la Casagit riceveva il dovuto e il pensionato non pagava tasse (cosiddetta deduzione dall’imponibile) su quella parte di pensione. Il che produceva l’impossibilità per il pensionato di detrarsi le spese mediche rimborsate dalla Casagit, come invece potevano fare coniuge e figli, che pagano a parte con Mav o addebito in banca. A luglio sarà l’Inps a trattenere quella quota, ma poi è probabile che anche i pensionati dovranno versare con Mav, bonifico o addebito automatico in banca, la propria quota alla Casagit, proprio come avviene oggi per il coniuge e i figli. 

aliquota alta

Se così fosse, l’effetto immediato sarebbe che il lordo della nostra pensione tornerebbe a comprendere la somma finora versata in automatico alla Casagit e che su quella cifra pagheremmo le tasse con l’aliquota marginale più alta relativa all’ammontare annuo della pensione. Tanto per fare un esempio: 35 per cento, se il reddito complessivo lordo è tra 28 e 50 mila euro l’anno; 43 per cento se il reddito lordo annuo superasse i 50 mila euro. Di conseguenza, cioè, pagheremmo il contributo Casagit con il nostro netto. Tutto tornerebbe più o meno all’equilibrio attuale se poi, in sede di 730, potremmo detrarre quella somma dall’imponibile. 

Ma resterà la deduzione dall’imponibile? O si passerà al sistema oggi in vigore per coniugi e figli? A prescindere dalla convenienza dell’una o dell’altra soluzione (i pensionati qualche spesa da detrarre di solito ce l’hanno, quindi dipende dai casi individuali la convenienza effettiva), a lume di logica e di regole fiscali, il contributo Casagit, essendo generato da un accordo mutuale e contrattuale di categoria, anche per i pensionati, dovrebbe restare deducibile. Ma per ora nessuno può darne certezza. Nemmeno la stessa Casagit. Anche in questo caso bisognerà avere la pazienza di attendere che, grazie a pareri avvalorati o al dialogo con le autorità competenti, si arrivi ad una soluzione chiara. 

rischi pesanti

Infine un invito agli istituti della categoria e alle correnti che da anni si danno battaglia nella nostra categoria. Sono questioni complesse. Ci vorrà tempo: c’è molto da fare, molto da chiarire e forse anche da aspettare. Sarebbe bene che gli istituti di categoria chiarissero passo dopo passo ciò che è già certo, ciò che è in via di definizione e anche ciò che ancora proprio non sanno come andrà a finire: avvertissero anche quando non sanno alcune cose e perché, quali sono le difficoltà, in modo che i colleghi non siano lasciati ai dubbi e alle versioni più balenghe. 

Quanto alle correnti, tirare la coperta da un lato o dall’altro, sollevando polveroni non porta ad alcuna soluzione. Non dobbiamo dimenticare che abbiamo corso rischi pesanti, perché come categoria (e qui nessuno è escluso) non abbiamo voluto accettare le riforme necessarie quando era il tempo di farle, 15, 20, 25 anni fa (la previdenza si muove sui tempi lunghi). E nonostante questo abbiamo salvato la ghirba.

Notazione conclusiva: a 28 anni esatti dal decreto Berlusconi che privatizzò l’Inpgi (30 giugno 1994) l’Inpgi  finisce all’Inps. 

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