di ALBERTO FERRIGOLO

“Dare un giudizio sul giornalismo oggi significa ricollegarsi inevitabilmente alla questione dell’Ordine professionale. Perché il campo del giornalismo si è allargato moltissimo e parlare di giornalismo professionale e professionisti dell’informazione è sempre più difficile, in quanto – per la verità – una quantità di notizie vengono veicolate da soggetti che non sono giornalisti di mestiere. E questo processo è per me irreversibile”. 

Inizia così la conversazione con Paolo Mancini, già professore ordinario di Sociologia delle comunicazioni all’Università di Perugia, ampia attività di ricerca, anche all’estero. I suoi interessi scientifici si sono sempre concentrati sul rapporto tra sistema della comunicazione di massa e sistema della politica e sullo studio delle campagne elettorali. 

Ma lo stato del giornalismo è buono o cattivo?

“Direi che oggi  parlare di giornalismo è un po’ parlare di quello che era o è stato il giornalismo. Poi ci sono i giornali, le tv, le strutture organizzate e queste certamente stanno facendo un buon lavoro, ma secondo me dovrebbero fare sempre più un lavoro di selezione del numero incredibile di notizie che circolano in Rete. E che invece, sempre più spesso, proprio loro contribuiscono a rilanciare senza nessuna verifica. L’abbiamo visto nel caso della pandemia. Parlare di giornalismo come se ne parlava sino a qualche anno fa diventa sempre più difficile. Il campo si è dilatato enormemente, includendo tutta una serie di persone che non sono giornalisti professionisti, o meglio: non sono giornalisti e basta. Ma fanno circolare notizie, per una miriade di ragioni”.

Alla luce di questo ragionamento e delle trasformazioni tecnologiche ha senso l’Ordine così com’è?

“Assolutamente no. Ci dobbiamo rendere conto che l’era digitale ha introdotto e dato avvio a un processo di ‘deistituzionalizzazione’, che è un processo molto generale, che include una miriade di attività differenti”.

Che significa “deistituzionalizzazione” e qual è questa miriade di attività differenti?

“’Deistituzionalizzazione’ significa che le istituzioni che prima svolgevano una serie infinita di funzioni, a partire dai partiti politici, ma anche le redazioni e le organizzazioni giornalistiche, trasferiscono queste stesse funzioni a singoli terzi cittadini. Le istituzioni diventano così sempre meno importanti. Accade in politica, nei mass media, in tanti altri settori. Il processo di deistituzionalizzazione, creato dalla rivoluzione digitale, è un processo di portata epocale. Per cui le istituzioni perdono il ruolo che avevano in precedenza e le trasferiscono a singole persone, sempre più. Poi c’è un processo di deistituzionalizzazione che riguarda le grandi corporazioni mediali, non più organizzazioni pubbliche. Sono in gran parte organizzazioni private. Ecco, la questione dell’Ordine dei giornalisti rientra in questo quadro più generale. Cioè, l’istituzione Ordine dei giornalisti non ha più senso nell’era digitale. Come non hanno più senso tante altre organizzazioni”.

Tipo?

“I partiti politici, per esempio. Ora sto estremizzando, ma quello che vediamo in diverse parti del mondo è che i partiti politici sono sostituiti da organizzazioni più volatili, perché la deistituzionalizzazione comporta volatilità. Oggi c’è, domani non c’è, cambia in continuazione. È quello che sta succedendo con il Movimento 5 Stelle, che è successo con Podemos. E che succede nel campo dei media. Un processo più generale e radicale, che non riguarda solo la comunicazione, ma molti altri campi”.

Ha letto le “Linee guida” approvate dal Consiglio dell’Ordine per la sua stessa riforma, ora ferme in Parlamento? Pensi che siano adeguate a ciò che richiede la professione o per una riforma?

“Si parla molto di formazione, ed è giusto. È una richiesta avanzata molti anni fa. Cioè avviare un processo di formazione per i giornalisti, visto che l’Italia era uno degli ultimi Paesi a farlo, di carattere universitario e postuniversitario. Ora, però, il processo di formazione a chi lo fai, se c’è il singolo cittadino che fa il blog? Oppure che attraverso i social fa circolare informazioni? Anche la stessa idea di formazione, in un certo senso, perde di importanza a fronte di questo radicale processo di trasformazione sociale”. 

Quali potrebbero essere delle regole da stilare? 

“Sono regole che non appartengono più ad una professione, ma valide erga omnes. Riguardano il diritto di replica, per esempio, che ci deve essere non solo nel giornale o in televisione, ma anche sui social. Si deve equiparare quello che fanno i giornalisti a quello che succede nella realtà, senza parlare di una professione diversa da quella che è, soprattutto perché oggi c’è questo processo generale. Deve valere il principio per cui se dici qualche cosa di una persona e questa informazione si rivela sbagliata, puoi essere punito. E non più perché sei giornalista, ma perché sei uno che ha detto una cosa falsa. Queste regole ci sono e non solo per i giornalisti, ma per chiunque. Sto ancora una volta estremizzando, ma non lo dico solo io. C’è un libro di John Lloyd, studioso dei media, ex direttore dell’edizione domenicale del Financial Times, che dice una cosa molto simile: il singolo giornalista diventa più importante della organizzazione giornalistica stessa. Wayne Bridge, ex del Guardian, è diventato più importante del giornale stesso”.

Cosa vuol dire di preciso?

“Significa che ha accesso ai media, ha numerosi followers, e non è una organizzazione giornalistica, ma un singolo cittadino. Ripeto, le singole persone possono fare cose che un tempo facevano le istituzioni. Di fronte a questo processo è inutile parlare di una istituzione che riunisce i giornalisti quando tutti possono essere giornalisti. E una posizione estrema, ne sono cosciente, ma mi sembra che andiamo verso questo orizzonte”.

Però, le faccio notare, le regole dell’Ordine esistono anche a tutela del cittadino. Se non c’è più l’Ordine, finiscono anche le garanzie. 

“Comunque esistono le leggi ordinarie che valgono pur tutti, e non necessariamente c’è bisogno dell’Ordine che può sanzionare i propri iscritti, ma poi per quelli che non sono iscritti che si fa? Lasciamo una giungla selvaggia? Il punto è questo. Per questo mi sembra difficile parteggiare per l’Ordine, soprattutto in una realtà radicalmente mutata. Una volta non ero contrario, ma in questo processo di deistituzionalizzazione alcune istituzioni non riescono più a svolgere la loro funzione”.

Parlavi di formazione, pensi che siano adeguati alle necessità i corsi promossi dall’Ordine? 

“Sì, lo sono, ma il punto è che di fronte a questo panorama più generale di deistituzionalizzazione formare alcuni, mentre sono tanti altri, insisto, che fanno giornalismo, è un limite. La platea è molto più ampia. Faccio un esempio: terremoto a Creta. Chi fa circolare l’informazione primaria probabilmente non è un giornalista ma chi ha vissuto l’evento. Chi vi ha assistito in prima persona. Allora, che regola gli vuoi applicare? Come lo vuoi considerare? Un giornalista? Lui, semplicemente, attraverso Facebook ha fatto sapere al mondo intero che c’è stato il terremoto. Come fai a regolamentare questa singola persona, molto spesso sconosciuta, che ha informato tutti del terremoto a Creta, magari molto prima di quanto abbiano fatto giornali e tv? I quali, forse, hanno persino ripreso lui. Non è un giornalista? È comunque uno che fa circolare le informazioni. Non vogliamo chiamarlo giornalista? Ma è da lì che è partita l’informazione”.

Sulla base di quanto dici mi sembra che per te non abbia più senso la distinzione dell’Ordine in professionisti e pubblicisti

“È così. Tant’è vero che l’Ordine non c’è in nessun altra parte del mondo. Ci sono invece organismi che regolano tutti coloro che fanno circolare l’informazione. Che siano giornalisti professionisti, pubblicisti, macellai o quant’altro. E anche al macellaio, per ipotesi, che fa circolare l’informazione si applicano le regole sul turpiloquio, la falsa notizia, il vilipendio, etc, ma non perché è un giornalista, ma perché il macellaio ha detto qualcosa di sbagliato”.

Come andrebbe meglio definita oggi la specificità del professionista? E quale direzione deve prendere il giornalismo professionale?

“Se esisteranno nel futuro organizzazioni professionali, il loro compito è quello di selezionare nella gran mole delle notizie che circolano nella Rete, solo nella Rete. Di selezionarle, verificarle e a quel punto dar loro legittimità o meno”.

Dovrebbero cambiare anche i giornali, la tv. Rivedere l’agenda delle priorità.

“Certo, ma qualcosa sta cambiando. Mi facevano notare l’altro giorno che stavano dando una notizia di sport, però non dicevano chi ha vinto. Non lo dicono perché già lo si sa da altre fonti. Ed è quel che ha fatto la Repubblica a suo tempo con la settimanalizzazione e poi con la mensilizzazione dell’informazione. Ci sono tante notizie che circolano in tante forme diverse, allora il giornale, l’organizzazione professionale, legittima l’informazione giusta, corretta, verificata e veritiera”.

Di quali giornalisti ha bisogno una democrazia avanzata?

“Di giornalisti che abbiano un compito e una capacità di selezionare nel mare magnum del notiziabile, le notizie che sono degne di diventare di dominio pubblico”. 

Però c’è già un “dominio pubblico” delle notizie, attraverso i social…

“Certo. Tramite i social e non solo, testate online. Prendiamo Fanpage: quante delle notizie che sono online sono legittimate ad essere ritrasmesse? Questo, penso, sia un compito importante del giornalista negli anni a venire”. 

Cos’è l’etica del giornalismo? 

“Cercare di avvicinarsi quanto più possibile alla verità”.

E che cos’ è la ricerca della verità? 

“In questi anni qualcosa è accaduto. Ci si deve chiedere: qual è la rappresentazione che ci avvicina di più a quello che è successo nella realtà? Questo è quello che, secondo me, si deve intendere per verità. Poi, certo, c’è un lavoro molto più complesso che è quello di dare anche un’interpretazione quanto più corretta e possibile e aderente a quello che è successo”.    

Tutti i giornalisti e tutti i media cercano ogni giorno, indistintamente, la verità?

“No, ovviamente no. Perché ci sono tutta una serie di vincoli preesistenti e di un fatto si dà una visione assolutamente parziale. Con l’università abbiamo fatto una serie di analisi, per esempio su Calciopoli. Chi l’ha tirata fuori? Non l’ha tirata fuori la stampa, o meglio La Stampa ha pubblicato un trafiletto, dopo di che si è scordata di ciò che era Calciopoli e la Repubblica l’ha invece enfatizzata. Perché? Perché la proprietà de La Stampa era coinvolta in quel che era successo in Calciopoli. Per forza di cose è stata un’azione di parte. C’era un vincolo preesistente che ha reso impossibile che si desse il giusto risalto a quelle che erano le notizie su Calciopoli. Le hanno invece date altri giornali, che non avevano questo tipo di vincolo”.

Di parte e parziale…

“Non solo parziale, ma addirittura taciuto in un certo senso. Perché ha relegato la notizia nelle pagine interne, in un trafiletto, mentre su altri media la notizia era circolata ampiamente”. 

La crisi dell’editoria ha indotto alcuni giornalisti a intraprendere la strada della comunicazione d’impresa, politica, pubblicitaria. Vanno sempre considerati giornalisti a tutti gli effetti?

“Spesso, quando vado all’estero, rimango sorpreso dal fatto che, specie in Scandinavia, ci sono corsi di giornalismo e pubbliche relazioni, mettendo insieme quelle che da noi sono due professioni diverse e distinte. Già da alcuni anni si sono formati alla stessa maniera coloro che dovevano fare relazioni pubbliche o giornalismo. Non mi scandalizzerei più di tanto. Dire qualche cosa a partire dall’interesse di un’impresa o di un’organizzazione significa far circolare una notizia. Può farlo il giornalista, ma può farlo anche l’esperto di pubbliche relazioni. Basta essere trasparenti. Questo connubio, questa sovrapposizione non è così scandalosa. Un portavoce, un comunicatore privato o politico è un giornalista a tutti gli effetti. Dal mio punto di vista è l’Ordine che semmai dovrebbe riflettere, questo passaggio da un campo all’altro è un fatto quasi normale. L’Ordine dovrebbe andare a verificare perché questa distinzione che c’è solo da noi. In Scandinavia non viene ad esempio considerata o attuata. Semmai, qui s’apre un altro versante, quello delle lobby, che però è un altro problema”. 

Quindi è giusto, riguarda più l’Inpgi che l’Ordine, aprire le porte ai comunicatori?

“Direi di sì. So che può apparire scandalosa questa posizione, ma penso tra l’altro che sia la tendenza verso cui stiamo andando”.

Fai una proposta per modificare, ammodernare l’Ordine.

“L’Ordine non ha più senso. Il processo di frammentazione, di parcellizzazione della circolazione dell’informazione, una professione limitata e definita per legge non ha senso. Chi fa circolare l’informazione deve sottostare a leggi che sono le leggi che si applicano a tutti: diffamazione, che deve valere per il giornalista, ma anche per chi opera sui social; la rettifica, deve valere per tutti allo stesso modo. Ci sono delle leggi ordinarie, le chiamerei così, che si possono applicare al campo del giornalismo senza per questo farne una professione separata dalle altre, quando non lo è più. In un processo di deistituzionalizzazione che abbraccia tanti campi, tante aree, dovrebbe funzionare così”.

Sei più per il tesserino che attesta l’esercizio della professione che per la tessera d’appartenenza.

“Direi di sì”.  

(nella foto, Paolo Mancini) 

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