A proposito dell’articolo di Vittorio Roidi “Visual desktop e responsabili Sei alle riunioni di redazione. Ma le notizie chi le porta?”. Il problema non è l’orario e non è il canale (o gli specialisti che quel canale curano), il problema è il modello di informazione.

Teoricamente, una organizzazione digital-e-basta (digital first è una questione che non si dovrebbe neppure più porre) dovrebbe essere l’ideale per quello che tu auspichi. Questa organizzazione dovrebbe vedere (e vede nella gran parte delle grandi redazioni mondiali) i desk “di contenuto” distinti dai desk “di confezione”.

Gli Esteri, la Cronaca locale, lo Sport, ecc. sono responsabili della ricerca, verifica e produzione delle informazioni dei loro settori; il loro lavoro si organizza nel tempo tenendo presente che il cittadino/lettore/utente accede a quelle informazioni in modi e tempi diversi. Roidi ha lavorato anche per un giornale radio, io per agenzie di stampa e – sia pur brevemente – anche per un quotidiano della sera, quindi è ovvio che il problema di “quando” si lavora e si pubblica qualcosa dipende solo dal pubblico che vogliamo raggiungere.

Quelli che io chiamo i “desk di confezione”, sono i colleghi specializzati nei diversi canali, che possono aggiustare e “cucinare” i materiali forniti dai desk “di contenuto” per renderli funzionali al canale specifico. In una organizzazione del genere il giornale a stampa è uno dei canali, che un gruppo di specialisti “monta” nel pomeriggio sulla base dei contenuti disponibili o già in arrivo. Nei grandi giornali internazionali si tratta di una squadra relativamente piccola (dipende dalle dimensioni dello sfoglio) guidata da un caporedattore o da un vicedirettore.

Uno dei problemi dello schema organizzativo di Repubblica (per come è raccontato, perché non ho notizie dall’interno) è che nonostante l’anticipo, la “carta” è ancora al centro del lavoro, anche se forse non più IL centro.

Questo schema non mi sembra ancora realizzato o forse neppure ricercato nelle redazioni italiane, che appaiono ancora culturalmente “ibride”. I desk di settore sono ancora responsabili della confezione, oltre che della sezione e produzione dei contenuti — cosa peraltro tradizionale nelle redazioni tradizionali italiane.

Un altro problema è lo schema di prodotto web che si è imposto in Italia e che non è un dato di natura, ma una scelta editoriale (forse inconsapevole): un flusso di notizie continuo e spezzettato, dove la velocità sembra far premio su ogni altro elemento, mutuato in genere parte dal flusso delle agenzie e delle chiacchiere social-televisive. Negli anni abbiamo immaginato di dover riprodurre per il pubblico la nevrosi del vecchio Telpress.

Ecco, da 20 anni – o diciamo almeno dieci per essere prudenti – abbiamo la possibilità veramente di “tornare” a far meglio (meglio) il nostro lavoro. Per ora questa opportunità non è stata colta ed è sempre più difficile che lo sia. Forse perché quella meravigliosa situazione delle redazioni “di un tempo” non era poi proprio così meravigliosa?

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