(A.G.) Indro Montanelli licenziato dal Corriere della Sera. Da Piero Ottone. 

Gesto clamoroso, storia del giornalismo. Come andò veramente? Piansero entrambi? O solo uno dei due? 

Era l’ottobre del 1973. Montanelli aveva lavorato quarant’anni per il quotidiano di via Solferino.

Ai giovani tutto questo dice poco. Però, parliamo di due giganti del mestiere (o professione). Montanelli, principe della scrittura chiara e netta. Ottone, l’uomo che -assai prima di Paolo Mieli- cambiò il Corriere della Sera, tolse la polvere all’organo dei salotti milanesi, aprì le pagine a firme imprevedibili e prestigiose. Fece entrare aria nuova, un’operazione culturale. Nel nome di un giornalismo anglosassone, votato al i fatti.

Come andò veramente?

frammenti di ricordi

Su Facebook ne ha scritto Stefano Mignanego, per 37 anni capo delle relazioni esterne del Gruppo Espresso, poi Gedi, figlio di Piero Ottone: “In questi giorni sono uscite dall’archivio storico di Spadolini alcune lettere, una delle quali ha destato l’interesse dei giornali: Montanelli racconta il suo licenziamento dal Corriere, avvenuto per decisione di mio padre, d’intesa con l’editore Giulia Maria Crespi. Una bella ricostruzione della vicenda è dovuta a Cesare Lanza, che l’ha pubblicata sul suo sito qualche anno fa. Aggiungo qualche frammento di ricordo, da figlio già allora appassionato di giornali. Montanelli in un’intervista a Lanza contestava la linea editoriale del Corriere e si dichiarava pronto a fondare un giornale alternativo. Mio padre, in quanto direttore, non poteva accettare un attacco del genere, ricordo che ci diceva ‘è come se un alto dirigente della Fiat dicesse che le macchine che producono sono inaffidabili e non sono da comprare…’. Cosa poteva fare? D’accordo con l’editore, si tenne anche un consiglio di amministrazione, decise che Montanelli doveva lasciare il giornale. Andò a comunicarglielo a casa sua. Ci disse che si commosse, e aggiunse che così fece anche Montanelli: piansero entrambi. La perdita era grave, mio padre ne soffrì, ma era anche convinto dell’inevitabilità della decisione, il principio andava salvaguardato. Concludo con una accenno alla famosa prima pagina del Corriere sulla gambizzazione di Montanelli, visto che Lanza ne parla. Mio padre quel giorno era a Venezia per un incontro. Organizzò il giornale per telefono. Chiese di far intervistare Montanelli da Enzo Biagi, e così fu fatto. Lo spazio dato a Montanelli fu di tutto rispetto. E a riprova di ciò, ricordo che qualche giorno dopo Montanelli chiamò al telefono mio padre (in quel momento era a casa) per ringraziarlo. Qualcuno potrà pensare che si trattasse di ringraziamento ironico. Ma io non credo. Anche perchè negli anni successivi ripresero a sentirsi e a vedersi. Su tante cose la pensavano in modo molto differente, con prese di posizione anche forti, ma il rispetto reciproco non è mai mancato”.

cento versioni

Lo stesso Mignanego pubblica poi il racconto di Cesare Lanza sulla vicenda: “Sono passati molti anni, ma sul licenziamento di Indro Montanelli dal Corriere della Sera le versioni si sono moltiplicate, sono diventate dieci, cento. Ero vicedirettore del Secolo XIX di Genova e collaboravo al prestigioso Il Mondo. Indro mi accolse nella sua bellissima casa in piazza Navona, a Roma. Non mi aspettavo la requisitoria con cui parlò della svolta filocomunista – a suo parere – del Corrierone, i toni sprezzanti verso la proprietaria Giulia (Giuda, così la definì), il tradimento verso la borghesia lombarda, il progetto di fondare un anti-Corriere. Quando mi congedai e gli dissi che l’intervista sarebbe apparsa su Il Mondo entro un paio di giorni, Indro ebbe un attimo di perplessità: forse aveva pensato che lo sfogo finisse nelle pagine del giornale di Genova, autorevole certo, ma con una diffusione regionale. Non so, non disse niente, allargò le braccia; ‘Va bene così’. Forse non aveva ancora maturato la rottura, forse pensava semplicemente di mandare un avviso, un messaggio. O forse fu solo una mia sensazione. Quanto al seguito, ecco ciò che so e presumo. Il licenziamento fu voluto da Ottone o dalla signora Crespi? Non ho una testimonianza personale. Piero ha dichiarato che fu lui a muoversi, dicendo alla proprietaria, Giulia Maria, che il rapporto con Indro non era più sostenibile. Un mio amico, Gaetano Greco Naccarato, presente all’incontro, mi disse che solo Ottone pianse, quando comunicò il licenziamento a Montanelli, che ne prese atto freddamente. Secondo altri, si commosse anche Indro”. 

Continua Lanza: “Sia Ottone che la Crespi, successivamente hanno riconosciuto, più volte, che il licenziamento del più famoso giornalista italiano fu un errore. Si trattò di due modi diversi di concepire il Corriere. Montanelli, liberale illuminato, era un conservatore, anticomunista, pregiudizialmente sostenitore della democrazia cristiana, anche a costo ‘di turarsi il naso’, come scrisse argutamente in una vigilia elettorale. Ottone era un liberale progressista, trattò i partiti in ugual modo, apri ai comunisti, fino al suo avvento emarginati. Era inflessibile e sicuro di sé. Non ebbe timore della fuga delle grandi firme, che seguirono Indro: il Corriere non perse una copia”.

gambizzato dalle br

Infine: “Fuori tema, colgo l’occasione per rettificare una diffusa e violenta critica verso Ottone: avrebbe nascosto il nome di Montanelli in prima pagina, quando Indro fu gambizzato dalle Brigate Rosse. La verità è più complessa. Vero (e fu un’omissione grave) che il nome non apparve nel titolo di apertura. Ma nello stesso giorno gli attentati furono due, anche Vittorio Bruno del Secolo XIX fu gambizzato. E in prima pagina fu pubblicata un’intervista di Enzo Biagi a Indro. Fu Ottone a decidere o era assente, quel giorno, da via Solferino? E fu informato per telefono? Non so rispondere, non c’ero”. 

E andiamo ora alla lettera che Montanelli scrisse il 30 ottobre 1973 a Giovanni Spadolini, uscita in questi giorni dall’archivio dell’ex direttore del Corriere prima di Ottone e poi primo presidente del Consiglio non democristiano della Repubblica italiana. Montanelli era stato licenziato il 17 ottobre. La lettera è stata pubblicata sulla rivista Nuova Antologia, diretta dallo storico Cosimo Ceccuti. Ne ha dato conto l’Adnkronos. 

Montanelli racconta che la sera del 16 ottobre il direttore Ottone gli annuncia una visita, a casa sua, l’indomani, alle 9.30. “Naturalmente, ho già capito di che si tratta”. In “lacrime (vere)” Ottone lo informa dell’incompatibilità rilevata dal Consiglio di Amministrazione, dove il “più accanito” contro il giornalista sarebbe stato il rappresentante di Gianni Agnelli, Alberto Giovannini. Se avesse immaginato di trovarsi in questa situazione – confida Ottone a Montanelli – non avrebbe accettato la direzione del Corriere. Indro decide di rassegnare le dimissioni richieste.

l’avvocato e’ lieto

Alle ore 15 chiama Arrigo Levi, direttore de “La Stampa” per invitare Montanelli a collaborare al quotidiano torinese. Dato l’atteggiamento riferito di Giovannini, Montanelli dubita che la proprietà de “La Stampa” (Agnelli) veda con favore l’offerta del direttore. Dopo solo mezz’ora arriva da Levi la conferma: l’Avvocato è ben lieto dell’invito e pochi minuti dopo egli stesso chiama al telefono Montanelli per dargli il benvenuto a La Stampa.

La sera è Ottone a chiamare al telefono. Si scusa per non poter pubblicare la lettera di commiato ai lettori ricevuta da Montanelli e gliene darà spiegazione l’indomani, con una visita.

Non può accettare – chiarisce il giorno dopo – l’allusione al “pronunciamento padronale”, dal momento che egli stesso era presente e consenziente sulla decisione adottata dalla proprietà. E le lacrime del giorno prima? Ottone non dà risposta, racconta Montanelli. Davanti a quell’imbarazzato silenzio, Indro congeda Ottone (“Gli dico: ‘Vàttene’. E non lo accompagno alla porta”).

Arriva poco dopo la telefonata di Giovannini: felice di averlo a La Stampa: “A me ora dice: ‘Sì, è vero, non ho fatto nulla per trattenerti al Corriere: è mio interesse portarti alla Stampa, ma è interesse anche tuo’)”.

tappeto rosso

Scrive Montanelli a Spadolini: «Così, in 24 ore, mi sono sistemato meglio di prima. Dal Corriere, nulla. Il comitato di redazione, organo di Giulia Maria, non ha trovato niente da dire contro un licenziamento fatto dal Consiglio d’Amministrazione e contro la risposta di Ottone –che avrai visto e giudicato – a una lettera non pubblicata. Alla Stampa mi hanno accolto col tappeto rosso. La sera a cena da Agnelli, che mi ha chiesto se ritengo rimediabile la situazione del Corriere. Gli ho risposto di no, ma non ho capito che progetti abbia. Secondo Giovannini, esita a riconoscere l’errore commesso acquistando, è tentato di vendere, ma l’orgoglio glielo vieta, non osa estromettere la scimunita per paura che diventi un altro Sandro Perrone, e forse aspetta che la situazione si deteriori al punto che la redazione lo chiami come salvatore”.

Poi: “Dimenticavo: c’è stato al telefono un diverbio fra Ottone e Levi. Ottone ha detto che la mia assunzione è un atto sleale. Levi ha risposto: ‘Non ve l’ho portato via. Siete voi che lo avete buttato sul lastrico. Dovevo lasciarcelo un giornalista come Montanelli?’. Mi vorrebbero ramingo coi campanelli come i lebbrosi del Medio Evo. Ecco i fatti, caro Giovanni, come si sono realmente svolti. Non mi hanno affatto turbato”.

Il resto è noto. Il Corriere, ovvero Ottone, rifiuta di pubblicare il congedo di Montanelli dai suoi lettori e l’interessato darà il testo alle agenzie di stampa. Ettore Bernabei, direttore generale della Rai, lo farà  leggere di sua iniziativa al telegiornale delle 13.30 e a quello delle 20.30.

Pochi mesi dopo, il 25 giugno 1974, uscirà il Giornale nuovo, l’organo di stampa fondato e diretto da Indro Montanelli in concorrenza al Corriere di Ottone: portandosi dietro prestigiose firme quali quelle di Piovene, Corradi, Bettiza, Zappulli, Cervi, Piazzesi ed altri ancora. Ottone avrebbe concluso la sua direzione in via Solferino il 29 ottobre 1977. Sul Corriere si avvicinava l’ombra della P2.

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