Ci servono giovani, fra i 25 e i 35 anni, dice Molinari.

Perché i giovani interagiscono meglio con l’informazione digitale. Però, i giovani hanno una forma mentis modellata sui social network, un approccio aggressivo ed estremo al racconto delle notizie.

“Quindi, dobbiamo far incontrare i giovani col vecchio giornalismo. Dobbiamo integrare le nuove forze con la cultura tradizionale del giornalismo”.

E’ la convinzione più sorprendente che Maurizio Molinari, direttore di Repubblica, esprime nella lunga conversazione con Giancarlo Loquenzi, per Block Notes su Radio 1, sul futuro della professione. Da direttore editoriale di Gedi, progetta e realizza la trasformazione dei quotidiani del gruppo. Dalle sue parole emerge la volontà di cambiare la mentalità dei giornalisti, di mutare l’organizzazione novecentesca delle redazioni, che deve diventare “più flessibile”. Cita -a Repubblica- innovazioni come i long form, i videoreporting, l’approdo su TikTok. Cita i nuovi abbonamenti al digitale di Repubblica (che per ora non bastano a fermare l’emorragia generale delle copie).

nuove piattaforme

“A noi -dice Molinari- serve un gruppo di giornalisti che continui a lavorare alla vecchia maniera, come si è sempre fatto, da Gutemberg a oggi. Che cerchi le notizie, coltivi le  fonti, vada sul posto a vedere, parli con le persone. Poi, quel lavoro dovrà essere posizionato su nuove piattaforme. La carta è una piattaforma. Il video e la radio sono una piattaforma. Ma anche il video digitale è una piattaforma. Il podcast è una piattaforma, i social network sono piattaforme”.

Dunque, i giovani devono apprendere il giornalismo classico. Ma poi, dice Molinari, c’è bisogno di nuove professionalità, per i mezzi di informazione del futuro: videoreporter, operatori di droni, esperti di infografica: “Noi abbiamo messo tutte queste figure, assieme a un giornalista, per produrre videoreporting di 8/10 minuti. Per ricostruire la storia dell’incidente ad Alex Zanardi, l’omicidio di Willy a Colleferro. Abbiamo affiancato figure non previste dall’attuale contratto giornalistico, per fare ricostruzioni complete dei fatti. Il nostro contratto di lavoro ha bisogno di grandi innovazioni. Quando ne ho parlato con i responsabili del sindacato, ho trovato sempre grande attenzione. Ma bisogna passare ai fatti”.

Un altro aspetto importante è l’ingresso dei lettori, sul territorio, come fornitori di notizie. Il giornalismo dei cittadini. Ed ecco un’altra figura nuova: “Si devono formare giornalisti che sappiano moderare il dialogo con i lettori. Rispondere ai lettori nei social network, pescare notizie nei social network”.

ultimi veniamo noi

Molinari afferma che la rivoluzione digitale nel giornalismo è partita negli Stati Uniti fra il 2012 e il 2016. E’ arrivata in Europa nel 2018. Ora i paesi più avanti sono Svezia, Danimarca, Svizzera. Poi l’Inghilterra, che è legata agli Stati Uniti. Francia, Germania, e ultimi veniamo noi. “Da un punto di vista delle entrate, gli esempi virtuosi, nel mondo, sono New York Times, Wall Street Journal e lo svedese Dn: i loro abbonamenti digitali sono diventati più numerosi delle copie di carta. E c’è a Parigi Le Monde, che ha oggi 150/200mila abbonamenti digitali e l’obiettivo di arrivare in tre anni a 500mila: con quella cifra starebbe in piedi”.

A sottoscrivere abbonamenti digitali, dice Molinari, sono soprattutto lettori di qualità. Vogliono pagare per l’informazione approfondita. Per l’informazione che divide i fatti dalle opinioni, il prodotto più alto che si può offire. Lettori che interessano a chi fa pubblicità, perché generano pubblicità di qualità. Le prove: “Il sito di Repubblica fa di solito 6/8 milioni di utenti unici. Durante il week end delle elezioni Usa siamo arrivati a 12 milioni, con un livello di informazione molto alto. Nei primi tre mesi del Covid gli abbonamenti digitali a Repubblica sono passati da 40mila a 130mila. E hanno riscontri i nostri Longform, per i quali lavorano, su un argomento, 10 giornalisti per dieci giorni. Il Financial Times ha dei canali specifici che partono dall’homepage: economia, finanza, mercati internazionali. Canali che fanno più contatti dell’home page stessa. Al New York Times sono state formate unità miste, che lavorano assieme: giornalista, analista di dati, ingegnere del software”. 

algoritmo canadese

Dice Molinari: “Per mantenersi col digitale i migliori contenuti vanno messi sul digitale. Per questo, occorrono specialisti dei dati che analizzino il traffico sulle nostre piattaforme digitali e ci dicano cosa gli utenti vogliono”. Poi, introduce il tema dell’intelligenza artificiale. Al The Globe and Mail, il più importante giornale canadese, sede a Toronto, stampato in sei città, l’intelligenza artificiale già è operativa: un algoritmo decide quali notizie principali stampare, lasciando tempo ai reporter di lavorare sugli approfondimenti. I giornali danesi e olandesi sono invece specializzati nell’iper-localismo, le notizie di quartiere, di villaggio, di paese. 

“A Repubblica abbiamo deciso di andare su Tik Tok: un nostro redattore non balla e non carta: scrive tre frasi da un minuto per spiegare cose complesse. Come si vota in Amercia, come si elegge un sindaco in Brasile. In un mese abbiamo fatto un milione di visualizzazioni”. Molinari parla con entusiasmo del laboratorio digitale di Repubblica, dove giovani sotto i 35 anni producono continuamente idee da sperimentare”.

Altro punto fondamentale: “La riqualificazione costante. Le nuove tecnologie corrono. Ogni giornalista deve poter fare un giorno a settimana di aggiornamento”. 

Conclusione: cosa direbbe a chi vuole fare il giornalista da grande? “Che ha due binari davanti. Il giornalismo tradizionale, per produrre contenuti: necessita di sacrificio, di studio, di voglia di viaggiare, conoscere, sorprendersi, ascoltare gli altri. Secondo binario, occuparsi di nove tecnologie: social, droni, grafica digitale. Ai media servono entrambe le cose: in ogni momento di transizione chi riesce ad amalgamare esperienze del passato con innovazione ha maggiori possibilità di successo”.

(nella foto, Maurizio Molinari)

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