di ANDREA GARIBALDI
Conosco giornalisti che quando hanno letto la cifra con cui l’Inpgi chiuderà il bilancio 2020 non hanno chiuso occhio per una notte intera. E da allora faticano a prendere sonno.
Meno 253 milioni. Quei giornalisti sono andati a riguardare le chiusure di bilancio degli ultimi anni, le hanno allineate e hanno visto una discesa rapida. Meno cento milioni nel 2017, meno 161 nel 2018, meno 171 nel 2019. Sono cifre che possono portare a due strade.
La prima, battuta da molti, è non pensarci. Tanto il disastro non può succedere. Si chiama fatalismo, qualche volta funziona.
La seconda è affrontare il problema, senza requie, né indugi. Chi governa l’Ente ha una sola soluzione in tasca, l’ingresso dei comunicatori. E’ previsto dal decreto numero 34 del 30 aprile 2019 articolo 16 comma quinquies, convertito nella legge 77/2020. Dice che il governo “per tutelare la posizione previdenziale dei lavoratori del mondo dell’informazione e riequilibrare la gestione previdenziale dell’Inpgi” adotta uno o più regolamenti per disciplinare “le modalità di ampliamento della platea contributiva dell’Inpgi”. Quindi, norma tutta da definire. Molto concreti sono invece gli stanziamenti che, con la stesso decreto, vengono effettuati. Stanziamenti per risarcire l’Inps delle uscite dei comunicatori: 163 milioni nel 2023, a crescere fino all’anno 2030 e poi 191 milioni di euro l’anno dal 2031. Uno stanziamento perenne. Visto il bilancio 2020, ora chi governa l’ente chiede che l’”ampliamento della platea contribuitiva” venga anticipata al 2021.
La situazione è talmente grave che sono necessarie due cose.

da 14mila a 350mila

La prima è l’unità assoluta della categoria. Non ci può essere maggioranza e opposizione, di fronte al baratro.
La seconda è la trasparenza. La soluzione legata ai comunicatori sarebbe davvero efficace? Non abbiamo mai letto (ma forse è colpa nostra) una cifra certa sul numero dei comunicatori che dovrebbero (potrebbero) confluire nell’Inpgi. Si è parlato ufficiosamente di 14.000, dei quali metà dipendenti pubblici e metà prestatori d’opera per privati. Secondo invece Rita Palumbo, Segretario generale della Federazione italiana relazioni pubbliche e coordinatore di ReteCom, l’insieme delle associazioni della comunicazione e del management, i comunicatori sarebbero 350.000, in maggioranza liberi professionisti e partite Iva. Palumbo, intervistata dal sito AdgInforma.it, aggiunge: “Se si deciderà di procedere per legge, faremo una levata di scudi, anche perché sarebbe anticostituzionale. Sarebbe un torto per migliaia di persone che non vogliono essere deportate in una cassa privata che non riguarda il loro lavoro”. ReteCom ha chiesto un incontro urgente con il presidente del Consiglio Conte e con il Sottosegretario Martella, “per salvaguardare le pensioni dei comunicatori e dei giornalisti”. L’associazione elenca quattro punti per dire no all’Inpgi: impossibilità di rilevare il numero esatto di comunicatori; effetti profondamente negativi in termini di orizzonte pensionistico; appesantimento degli oneri amministrativi per le imprese; rischi sulle pensioni future dei comunicatori.
Barricate annunciate. D’altronde chi vorrebbe entrare, oggi, in un Ente con 253 milioni di disavanzo per il 2020?
Quindi? Puntiamo sui settemila (presunti) comunicatori pubblici? Bastano a risanare quel buco mostruoso? Tutta la categoria deve essere informata con precisione, per potersi impegnare. Oggi i pensionati sono 7277 (più 2404 di reversibilità), ma il tema interessa almeno altri 15mila contributori che vorrebbero percepire la pensione domani.
Il sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella, ha promesso entro novembre di convocare un tavolo con Fnsi e Fieg nel quale si parlerà di tutti gli immensi problemi del mondo dell’informazione. Martella fa parte dello stesso governo che ha rilanciato in grande stile i prepensionamenti dei giornalisti per altri sette anni (saranno circa mille), con grande soddisfazione degli editori e ulteriore aggravamento per i conti dell’Inpgi. Ha fatto come tutti i governi, dal 2009 a oggi, da quando la pratica perversa dei prepensionamenti è iniziata: con una mano si conforta e con l’altra si affossa.

Aziende salvate

La presidente dell’Inpgi, Marina Macelloni, ha un grande asso da far valere. Lo ha ricordato nella relazione al bilancio 2020: “Negli ultimi venti anni l’Inpgi ha sostenuto una spesa pari a 500 milioni di euro per ammortizzatori sociali a cui va aggiunto il costo, altrettanto consistente, dei contributi figurativi. In questi anni siamo stati uno dei principali ‘investitori’ nel settore editoriale: abbiamo contribuito a salvare centinaia di aziende da una altrimenti inevitabile chiusura e abbiamo potuto tutelare migliaia di colleghi, circa 7mila all’anno. Ci siamo fatti carico di tutto questo, senza mai pesare sui bilanci dello Stato, solo grazie ai contributi versati dagli iscritti e a una efficace gestione del patrimonio”.
Insomma. Si deve fare chiarezza sull’ingresso dei comunicatori, studiare fattività e numeri.
Tutte le spese assistenziali non possono stare sulle spalle dell’Inpgi, ente previdenziale privato.
Fra queste, i prepensionamenti sono una vergogna che dura da oltre dieci anni e ha permesso ai grandi imprenditori di ristrutturare le loro aziende editoriali a fronte di stati di crisi non dimostrati, a spese dello Stato e dei contributi pagati dai giornalisti.

3 Commenti

  1. MI PIACEREBBE SAPERE QUANTO PRENDONO DI PENSIONE I GIORNALISTI I DIRETTORI di quotidiani, settimanali, mensili , I VICE DIRETTORI I RESPONSABILI c.r.c. i cr. i c.s. i v.c.s. i v.c.r. e i collaboratori con 30 anni di servizio. Mi basterebbe sapere una media. Grazie

    • gentile Amos, questi dati sono in possesso dell’inpgi. ci sono comunque pensioni molto alte e molto basse. più si va indietro nel tempo più sono alte.

  2. Quindi, se ho ben capito, da qualche parte il buco verrà ripianato ma sempre con denaro pubblico. Quindi, a prescindere da ogni giudizio sulle capacità gestionali di Cda e presidenti, che senso ha, in termini economici, far sopravvivere l’Inpgi?
    Posto che l’Inpgi:
    1) deve pagare per sempre pensioni che non hanno alcun riscontro con i contributi effettivamente versati, almeno per coloro che se sono andati con il retributivo totale o miaggioritato (diciamo sino al 2000-2003)
    2) non si è liberato del patrimonio immobiliare non redditizio né di quello appetibile sul mercato quando era il momento (come era stato suggerito da diverse voci),
    per quale motivo vogliamo depredare i comunicatori invece di premere per una soluzione stile Inpdai e dimenticare il carrozzone e coloro che (non) lo guidano?

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