Il bilancio Inpgi 2020 si chiuderà con un disavanzo di 253 milioni, il più critico da sempre. Negli ultimi 5 anni si è passati dall’attivo di 9 milioni 410mila euro del 2016 al passivo di 100 milioni 613mila euro nel 2017, al rosso di 161milioni e 385mila euro nel 2018 e di 171milioni e 361mila euro nel 2019. Il preventivo per il 2021 sarà altrettanto grave. Sono le notizie drammatiche che provengono dal Consiglio generale dell’Inpgi, tenuto l’11 novembre.

La maggioranza in Consiglio ritiene che l’unico piano per il salvataggio dell’ente e’ anticipare l’entrata dei comunicatori (e dei loro contributi) al 2021, anziché al 2023 come attualmente previsto dal Dl rilancio del 2019. L’alternativa potrebbe essere un drastico taglio delle pensioni, presenti e future.

unica strada

I consiglieri di maggioranza hanno consegnato un documento agli interlocutori istituzionali ( Presidenza del Consiglio, sottosegretario all’Editoria, Andrea Martella e ministeri vigilanti) alla luce del drammatico bilancio sia di assestamento che di previsione. Per i consiglieri l’allargamento dei contributori è l’unica strada di peso percorribile, da prendere entro la fine dell’anno (a parte l’auspicabile stop a ulteriori prepensionamenti, promossi da tutti i governi dal 2009 a oggi).

L’Inpgi ogni mese eroga 38 milioni per pensioni a fronte di 26 milioni di entrate. Nel 2021 si prevede che la spesa pensionistica sara’ pari a 555,9 milioni a fronte di entrate per 353,1 milioni. Intanto gli attivi nei primi sei mesi del 2020 sono diminuiti di 750 unita’ e le entrate per gestione patrimoniale sono state inferiori al previsto. Secondo i consiglieri di maggioranza se non ci sarà l’accelerazione per l’ingresso dei comunicatori, l’Inpgi sara’ commissariato e lo Stato si troverebbe di fronte a un buco di 600 milioni l’anno.

fuori dalle redazioni

“Il settore dell’informazione e della comunicazione -si legge nel documento dei consiglieri di maggioranza- si sta trasformando a una velocità sempre maggiore, i suoi confini si allargano e vanno a comprendere nuovi perimetri, le professioni coinvolte aumentano e si trasformano, le caratteristiche stesse del giornalismo mutano sempre più. E’ quindi necessario che tutte le parti in gioco, dagli Enti di categoria al Legislatore, contribuiscano in tempi rapidi ad una ridefinizione del settore, delle professioni, delle definizioni di cosa sia giornalismo e di quali siano gli ambiti in cui lo si esercita. Solo questo allargamento e adeguamento ai tempi potrà permettere all’intero sistema di autogovernarsi e di sostenere i propri istituti di categoria, arginando lo sbilancio tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali, generato dalla crisi industriale che ha colpito il sistema dell’informazione e che è stato acuito dai troppi stati di crisi che hanno gravato sull’Istituto. Una situazione che rischia di degenerare ancora a causa della nuova corsa ai prepensionamenti che al Governo è stato chiesto di incentivare. Oggi il giornalismo è sempre più fuori dalle redazioni, svincolato dal rapporto di lavoro subordinato e reso sempre  più fragile da un precariato diffuso e mascherato surrettiziamente da collaborazioni coordinate e continuative e da prestazioni con partita Iva. Allargare le platee è necessario per tenere insieme le diverse parti del sistema, dare risposte coerenti ed omogenee, rafforzare gli enti di categoria che devono continuare a garantire un sistema di tutele previdenziali e assistenziali costruito sulla peculiarità delle professioni chiamate a garantire il diritto all’informazione dei cittadini”.

Professione Reporter

(nella foto, Mimma Iorio, direttore generale Inpgi e Marina Macelloni, presidente Inpgi, al secondo mandato)

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