I giornali del Gruppo Gedi di John Elkann invitano a votare “no” al referendum confermativo   sul taglio del numero dei parlamentari.

A dare il via era stato il 28 giugno il direttore dell’Espresso, Marco Damilano, con un editoriale intitolato “Un No per ricucire”. Sosteneva in sostanza che c’è bisogno di un nuovo rapporto fra istituzioni e cittadini, di un rammendo e non delle forbici. Più politica, non più antipolitica, anche se gli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama si sono dimostrati inadeguati a ricoprire il ruolo.

Dopo quasi due mesi, il 20 agosto, il direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, scrive “Votare no ai referendum”: è la qualità dei parlamentari che conta, non la quantità, una vittoria del sì gonfierebbe le vele dei populisti, in un momento in cui sia Lega sia 5stelle sono in difficoltà. Dice Molinari: “Chi ha proposto la consultazione con l’intento di rafforzare il Parlamento aveva – ed ha ancora – il dovere di accompagnarla ad una legge di riforma mirata a migliorare costi, qualità ed efficienza del Parlamento della Repubblica. In presenza di tale legge il referendum diventerebbe un tassello strategico di un mosaico più ambizioso e ci troverebbe favorevoli. Per queste ragioni l’opinione del nostro giornale è contraria ad un referendum privo di una cornice di riforma”.

schierato apertamente

In realtà è la prima netta presa di posizione di Molinari sulla politica italiana. Nei primi quattro mesi della sua direzione era sembrato che non volesse schierarsi apertamente, proprio per segnare una discontinuità con la tradizione di Repubblica, che ha sempre combattuto in un campo. Giornale che non ha mai creduto all’obiettività anglosassone. La perdita di copie e il timore di ulteriori abbandoni da parte dei lettori fedeli all’impostazione di Scalfari, la prossima uscita del quotidiano di De Benedetti, Domani, possono aver pesato sull’endorsement di Molinari.

Dopo altri tre giorni, il 23 agosto, anche La Stampa di Massimo Giannini si adegua, con un pezzo intitolato “Il referendum e la deriva confusionaria”.

scelta istituzionale

Una scelta istituzionale dei tre giornali, in tempi successivi. Una scelta che certamente non sale sul carro del vincitore, dato che tutte le analisi e i sondaggi ritengono che vincerà il sì, che il taglio dei parlamentari scalda il cuore del Paese, mentre il rifiuto di tale taglio necessita ragionamenti complessi e fiducia in una Italia che cambia. Non si tratta neanche di una posizione “governativa”, dato che M5S è promotore della decapitazione delle Camere e il Pd l’ha votata. E’ una posizione che sposa i fortissimi dubbi sul referendum che stanno attraversando il Partito Democratico e anche Leu. Sul fronte del “No” ci sono Italia Viva, Azione di Carlo Calenda, Più Europa.

Più articolata e low profile la posizione espressa dal direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Innanzitutto non ha scritto un editoriale, ma ha utilizzato la risposta alla lettera di un lettore. Dice Fontana che sarebbe giusto adeguare il numero dei parlamentari in percentuale sugli elettori a quello delle grandi democrazie occidentali. Aggiunge che però la legge costituzionale varata sembra essere un punto di principio dei 5 Stelle, senza che il sistema sia stato adeguato alla diminuzione dei parlamentari. Aggiunge: più che il numero sarebbe importante la qualità dei rappresentati del popolo e la loro attenzione all’interesse generale. Conclude che sono “un brutto spettacolo” tante conversioni di parlamentari che hanno votato sì alla riduzione per evitare l’impopolarità e adesso sono diventati paladini dei diritti del Parlamento. Per paura di perdere l’ambito posto a Montecitorio o a Palazzo Madama.

Professione Reporter

(nella foto Marco Damilano, direttore dell’Espresso, Massimo Giannini, direttore della Stampa, Maurizio Molinari, direttore di Repubblica)

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