di FABIO ISMAN

A parte quelli specializzati in arte, i giornali italiani, e le agenzie di stampa, si sono dimenticati di Paolo Giorgio Ferri, morto il 14 giugno a 72 anni a Roma: soltanto su un paio di loro, una piccola notizia di nemmeno dieci righe. Eppure, Ferri era il magistrato che ha combattuto “l’arte rubata”: la stagione della “grande razzia”, dal 1970 al 2000 circa, in cui, secondo l’università di Princeton, dal sottosuolo italiano sono stati scavati di frodo un milione e mezzo di reperti, i più importanti venduti all’estero. Sempre secondo l’ateneo americano, il valore dei non troppi restituiti supera i due miliardi di dollari. Non parliamo, insomma, di noccioline, nemmeno dal punto di vista venale. Soltanto Ferri ha indagato 2.500 delle diecimila finite nello scandaloso affaire.

Esposizione al Quirinale

Il giudice ha affrontato queste indagini da solo (a parte l’aiuto di alcuno studiosi e funzionari e dei “Carabinieri dell’arte”), e con grande coraggio. Nessuno ci aveva provato prima; l’archeologia è un campo terribilmente specialistico, e non è faccenda di cui siano pratici i magistrati; altre inchieste concedono loro ben più onori e meriti di queste. Eppure, non si è lasciato impressionare. Raccontava che la prima rogatoria internazionale (non ne aveva mai scritte) gli aveva richiesto un mese di lavoro e «mi avevo dovuto far aiutare da un maresciallo dei carabinieri»; alla fine, da solo, ne scriverà una alla settimana.

Grazie a lui, sono tornati in Italia, da alcuni dei maggiori musei americani che li avevano comperati, soprattutto il Getty, ma anche il Metropolitan, parecchi capolavori: come il Cratere di Eufronio (prima antichità al mondo pagata un milione di dollari, dal “Met” nel 1972); il Trapezophoros con i due grifoni che sbranano un cerva, scavato ad Ascoli Satriano, che non ha simili al mondo; la Dea di Morgantina, costata al Getty 18 milioni di dollari nel 1988. Al loro rientro, furono esposti tutti al Quirinale, per dire dell’importanza degli oggetti e dell’accaduto.

i “ladri” e i derubati

Bene (o malissimo): quando Ferri è morto, ha avuto l’onore di articoli sulla stampa specialistica, e poco più. Una settimana più tardi, il New York Times, nella rubrica delle Arti, gli ha dedicato uno dei suoi obituaries: due sue fotografie, 1.130 parole, 6.800 caratteri. Il maggior giornale del Paese dei “ladri”, se così si possono definire, lo onora; quelli del Paese dei derubati, se ne dimenticano. E non solo: ha taciuto (nemmeno una dichiarazione che, proverbialmente, «non si nega a nessuno») lo stesso ministro dei Beni culturali; e questo, se possibile, è ancora più grave.

Un poco di vergogna, e una piccola morale: se Dario Franceschini avesse parlato, le agenzie se ne sarebbero occupate, rilanciando certamente la sua dichiarazione. E forse, qualche giornale anche. Il silenzio (colpevole) deriva da qui. Perché non conta che se ne sia andato un magistrato al quale il Paese debba dei ringraziamenti (e dei ricordi); ma che il ministro abbia, o no, emesso del fiato. Se ciò non avviene, il meccanismo dell’informazione purtroppo non s’innesca. Come nel peggiore dei Paesi possibili. Che Ferri, se può, ci scusi.

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