(V.R.) Le ultime rilevazioni dicono che Rainews24 va alla grande. Questo significa che ora, a viale Mazzini, il grande passo, lo deve fare. La testata delle “sole notizie” è diventata, in questi giorni di Covid, lo strumento più adatto, più maneggevole, per reggere lo sforzo che l’azienda di servizio pubblico ha dovuto affrontare. Assurdo che sia collocata ancora sul canale 48 del digitale terrestre. Ecco un’altra prova che, dopo il virus, molte cose dovranno cambiare.

Più volte (ad esempio la sera della domenica di Pasqua) il notiziario della testata diretta da Antonio Di Bella ha sostituito quelli del Tg1 e delle altre redazioni più blasonate. La stessa azienda aveva chiesto la maggiore integrazione possibile fra i diversi comparti, per cui i cronisti della testata regionale (Tgr), essendo i più vicini ai punti critici della pandemia, sono andati spesso in onda nelle testate maggiori. Il che ha garantito efficienza e un notevole risparmio di uomini e di mezzi. E talvolta interi aggiornamenti sul Covid sono stati lasciati alla H24

Il virus, fra i tanti lutti e dolori, ha dimostrato che la strada da seguire è segnata. La Rai dovrà attuare quella ristrutturazione complessiva dell’informazione che finora più volte è stata rimandata dal Consiglio di amministrazione. Qualcuno ricorda il piano preparato da Carlo Verdelli, che gettò la spugna vista l’inutilità dei suoi sforzi e che si dimise da viale Mazzini?

gelosie fra redazioni

Sono cinque le testate giornalistiche dell’azienda: tre sui canali principali, più la Tgr e Rai News 24. Quest’ultima era nata, come in altri paesi, per garantire giorno e notte il flusso continuo delle informazioni, ma le gelosie fra le grandi redazioni e lo scarso spirito innovativo dei dirigenti, tenuti al guinzaglio dai partiti politici, hanno allontanato la vera riforma. Così Rai news 24 è un giornale rimasto lì, in un angolo poco frequentato dagli spettatori, pur disponendo di mezzi: redattori (120), tecnici, attrezzature ed esperienze, capaci di garantire notevole professionalità, con un team in grado di andare in onda senza preavviso in qualsiasi momento. Pensiamo a quando c’è bisogno di una “straordinaria”, magari perché il capo del Governo deve comunicare ai cittadini nuove regole per tenere a bada il virus. Negli altri studi Rai si va incontro a ostacoli e problemi complicati, qui, la sigla può partire in pochi minuti.

Il Covid 19 ha dimostrato che in questo modo non è logico proseguire. L’azienda potrebbe disporre di una megaredazione all news, in grado di fare concorrenza a Sky Tg24 che oggettivamente dispone di collegamenti, immagini e servizi da tutti gli angoli del mondo.

Perché esitare ancora?

E’ evidente che il numero delle testate nazionali (tg1, 2 e 3) non si giustifica più, essendo cambiate le esigenze di pluralismo esasperato che mezzo secolo fa avevano spinto il Parlamento a triplicare i canali informativi sia in radio sia in tv. Nel 1976, dopo l’entrata in vigore della nuova legge, tutti i 1200 giornalisti di mamma Rai scelsero, ciascuno personalmente, in quale redazione andare a lavorare. E tutti furono accontentati. Ne venne una spinta possente, costruita sulla passione, l’adrenalina, la voglia di innovare. Presero vita forme e contenuti di giornalismo che ancora oggi restano validi. Perché non ripetere quell’esperienza? Con un esercito di donne e uomini già preparato, spesso giovani, con un patrimonio di fantastiche esperienze sulla spalle, la Rai potrebbe non avere uguali, sempre restando fedele agli obblighi di pluralismo e di equilibrio che la legge giustamente continuerà a imporle.

epoca di cambiamenti

Ma la comunicazione televisiva sta scoprendo di possedere altre “briscole” da giocare. Quanti collegamenti avvengono via Skype in questo momento? O addirittura con gli smartphone? Quante interviste, quante conferenze stampa vengono realizzate a distanza? Ci sono musicisti che suonano insieme “da remoto” con effetti sorprendenti o per lo meno curiosi, cantanti e cori interi che si esibiscono stando nella cucina o nel salotto della propria casa. Esperimenti, si dirà, stratagemmi per salvare trasmissioni che altrimenti sarebbero proibite. Eppure sono modalità nuove che potranno svilupparsi, sia pure con limiti intuibili.

Si tratta, più o meno, di qualcosa di molto simile a ciò che avvenne alla radio, proprio a partire da quel 1976, quando dai microfoni del Gr1 diretto da Sergio Zavoli (ma anche da quelli del Gr2 di Gustavo Selva) intervistavamo tutti i giorni Andreotti, o Berlinguer o Aldo Moro, quasi sempre in diretta perché ormai i nostri meravigliosi tecnici di via del Babuino sfruttavano appieno le pur traballanti linee dei telefoni. In quel periodo cambiò di colpo il giornalismo radiofonico, come sempre la tecnologia aveva consentito splendidi balzi in avanti. Di lì a poco, altro esempio, l’azienda dovette constatare che un radiocronista poteva usare da solo il proprio Nagra (il registratore che pesava 12 chili) senza l’ausilio di un fonico. Poteva prendere le “voci” e anche fare un sommario montaggio, innovazione contro la quale combatterono strenuamente i sindacati dei tecnici. Ma il progresso non si poteva fermare e molte cose cambiarono.

Oggi il reporter che trasmette dal marciapiedi antistante lo Spallanzani o il Pio Albergo Trivulzio, possiede lo “zainetto”, con una minicamera e uno treppiedi, e trasmette da lì. Allo stesso modo, molti inviati, grazie alle loro preziose valigette, spediscono servizi dalle più remote zone di guerra.

Ce lo avevano detto che le epidemie in passato erano state seguite da profondi cambiamenti. Ora il giornalismo televisivo se ne sta accorgendo, anche se non ne può vedere ancora le conseguenze. Dalle disgrazie possono nascere cose buone. Naturalmente bisogna cercarle.

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