di FABRIZIO PALADINI

Questo è il ricordo di un amico e di un lavoro che non ci sono più. O almeno ci sono nella nostra memoria che non è poco, ma so che non può bastare.

Pierluigi Pasqualetti, da qui in poi solo “Gigi”, 69 anni, era un tipografo del Messaggero, uno che aveva fatto la gavetta, da impaginatore a proto e poi direttore della tipografia. Quando arrivai a via del Tritone, nel 1979, si impaginava ancora col piombo e le linotype. La tipografia era al piano ammezzato e c’era sempre un gran frastuono e un gran caldo, anche d’inverno, tanto che i ragazzi lavoravano col grembiule nero e i pantaloncini corti e molti calzavano gli zoccoli in legno del dottor Scholl.

Ho vissuto poco l’impaginazione “a caldo” perché poco dopo venne introdotta la rivoluzionaria “fotocomposizione” il cui capo era il mitico Renzo Mirri. Gli articoli venivano scritti da giornalisti ancora a macchina, Olivetti naturalmente, e composte dai tastieristi in una fotocompositrice. Il pezzo usciva in una strisciata di carta che poi, con colla e taglierino, veniva adattato nell’ingombro previsto. Quando la pagina era chiusa in ogni suo dettaglio (titoli, occhielli, pubblicità) veniva fotografata in zincografia e spedita con la posta pneumatica allo stabilimento dove c’erano le rotative, in via Urbana, e lì si facevano le “lastre” su cui poi – dopo l’inchiostratura – giravano i rulli di carta.

Ecco, uno pensa che il giornale allora era fatto da un direttore che pensava, un capo che ti diceva cosa fare, da te cronista che uscivi e andavi “sul posto” con il fotografo. Poi tornavi in redazione, scrivevi sulla macchina le due o tre cartelle assegnate, il capo “passava” il pezzo (e se faceva schifo te lo faceva riscrivere da capo) e poi era tutto finito.

Macché, il bello doveva ancora iniziare.

un mondo parallelo

C’era, in tipografia, all’ammezzato, un mondo parallelo ma indispensabile che arrivava la sera. Molti di mattina avevano un secondo lavoro (uno, che girava in Jaguar, faceva il maestro di sci a Monte Livata) ma, tutti giorni, sabati e domeniche comprese, dalle 18,00 alle 2-3 di notte erano lì a costruire il miracolo della pubblicazione. Che puntualmente, come il sangue di san Gennaro, avveniva con la stampa delle copie, che poi altri operai con i furgoni (gli “autisti”) portavano in giro per le edicole di tutta Italia. Credo che senza di loro, gli “operai”, nessun giornale sarebbe mai esistito e senza un lavoro di squadra nessun successo sarebbe mai stato raggiunto. Cos’è un pilota di Formula 1 se i meccanici sbagliano il cambio gomme?

Ecco, la squadra.

Qui arriva Gigi Pasqualetti e il suo mondo. Gente come Ugo Ridolfi, Peppe Brigandì (anche lui se n’è andato da poco), Germano Borgioni, il caro e compianto Franco Cerasaro, Gigi Lanzi tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Erano loro la “classe operaia”. Erano veri compagni di lavoro, nel senso di “cum panis” e infatti molto spesso ci approfittavamo del loro pane e porchetta in attesa di una cena oltre ogni ragionevole chiusura dei ristoranti. E quando la Rsu (rappresentanza sindacale unitaria) decideva la lotta dura, era roba tosta, non come noi giornalisti considerati da loro un po’ fighetti, (anche se la redazione del Messaggero negli anni 70 e 80 non era solo fiori e opere di bene). Ma tutte le sere, tutte le notti i “fighetti” e “gli operai” si mettevano insieme. In tipografia non c’erano signori e signorini, c’erano solo i termos di caffè e qualche bottiglia di vino a buon prezzo per stare svegli e farsi forza. Il lavoro si faceva insieme e il giornale, come per magia, era pronto. Con fatica, con scontri, litigate, i vaffanculo non si contavano, per carità, ma era vita vera.

Gigi era uno di quelli che ti aiutava convinto di aiutare la squadra. Romano e romanista, uno della Garbatella, aria sorridente e sempre pronto alla battuta ma senza esagerare. Sapeva farsi obbedire dai tipografi, ma anche contraddire i redattori che chiedevano troppo. Sapeva risolvere i problemi che come in un imbuto si accumulavano. Il pezzo è lungo? Taglia qui. No, lasciami quel capoverso che dà il titolo. Quella virgola che c’entra? Grattala via col taglierino. La dida è sbagliata, falla uscire di nuovo. E’ tardi, ma è appena arrivato un nuovo comunicato delle Brigate Rosse e non possiamo non metterlo in pagina. Ti sei accorto che la firma del direttore è sbagliata? Cambiala o domani andiamo a casa sia io che te…

ogni giorno e’ un regalo

Gigi arrivava tra i primi e andava via con gli ultimi. A volte era in redazione fin dal mattino per capire come sarebbe stato il giornale del giorno dopo. Ma Gigi era anche quello che dopo un errore fatto o un cazziatone del direttore sapeva venire a cercarti e trovare le parole giuste, “Daje, andiamoci a prendere un caffè, non te la prendere, andiamo a vedere la Magica?”.

Se il giornale, il quotidiano, era (e magari lo fosse ancora) un prodotto di ingegno collettivo, Gigi era uno di quelli che metteva il suo ingegno e la sua passione al servizio non di un “prodotto”, ma di un servizio pubblico quale era Il Messaggero di quegli anni e quale forse ogni giornale che ho in mente io dovrebbe essere.

Ho lasciato Il Messaggero nel 2000 ma ho continuato a vedere e a sentire Gigi, qualche volta. Il lavoro, l’affetto per i figli Carlo e Franco, per la moglie Giuliana. Franco, uno dei figli di Gigi è un bravissimo cronista (oggi lavora a Leggo) uno vecchia scuola, uno che sa ancora consumarsi le suole perché per raccontare qualcosa devi prima vederla.

Si parlava della Garbatella, di politica, dei sindaci disastrosi che si sono succeduti al Campidoglio, sempre della Roma che mai portava titoli ma sempre speranza, di come era cambiato in peggio il nostro lavoro.  Ma soprattutto si parlava di vita. Perché Gigi, anche visibilmente consumato dalla malattia, sapeva che la vita è un bene prezioso. “Ogni giorno è un regalo”, mi disse l’ultima volta che ci siamo abbracciati tanto per cambiare al funerale di Ermando Di Quinzio, un altro della nostra squadra. “Ma comunque andrà, io sono contento per quello che ho fatto e per come l’ho fatto”.

Gigi ha fatto tanto per quella squadra e lo ha fatto sempre con l’amore che aveva per tutto, con passione, senza calcoli. Ha sofferto e ha gioito come tutti, ha preso fregature e avuto soddisfazioni. Era un uomo buono e giusto, come il nostro lavoro in quella stagione che oggi i giovani direttori, gli editori, forse ignorano o hanno dolosamente dimenticato per pensare al “prodotto”, ma che noi abbiamo dentro come un pezzo di dna.

Per questo capisco che siamo ormai vecchi, ma che la memoria di quella squadra (e di tante altre squadre) mi fa sorridere e tenere stretti i tanti compagni che sono sempre lì, all’ammezzato, tra una schedina del toto nero, un panino con la porchetta, una bestemmia, una stretta di mano e un obiettivo comune che si chiama, come avrebbe detto Gigi, semplicemente vita.

(nella foto, Gigi Pasqualetti con Alberto Sordi in visita al Messaggero)