(V.R.) Basta applausi durante le trasmissioni giornalistiche televisive: ecco uno dei tanti insegnamenti che l’epidemia ci sta consegnando. Meno importante, ma potrebbe servire.

Tutti i talk show, i dibattiti, i programmi guidati dai vari Floris, Lerner, Giletti, Del Debbio, Porro, in questi giorni hanno dovuto fare a meno del pubblico e dunque degli applausi. Ci hanno dovuto rinunciare anche altri – citiamo a caso – la De Filippi, la D’Urso e perfino Mario Giordano, che è giornalista, ma per sé ha scelto una forma di circo equestre di difficile definizione. Perfino Fabio Fazio, che al titolo di giornalista ha dovuto rinunciare per ragioni di stipendio (visto che la Rai aveva contingentato i compensi dei giornalisti, ma non quelli degli artisti), è tutto solo nello studio di Che tempo che fa. Come Insinna in quello dell’Eredità.

Dunque, non possono avere pubblico neppure gli “artisti” che degli applausi hanno bisogno come dell’ossigeno e del pane. Ma i giornalisti farebbero bene a rinunciarci. Ora lo ha ordinato il Governo, ma dovrebbero chiederne l’abolizione se vogliono dare un po’ di credibilità al proprio mestiere. Gli attori, gli intrattenitori, i pagliacci non possono fare a meno dei battimani, ma i giornalisti dovrebbero guardarsene.

il virologo e lo scienziato

Pensate se in tv in queste ore drammatiche, dopo l’intervista a uno scienziato o a un virologo scattasse l’applauso, quello che i registi e gli assistenti di studio ordinano, sollevando le braccia al cielo! Un segnale – forse poco significativo, dicono alcuni – ma pur sempre di condivisione piacevole. E che fa crescere l’audience. Ma al giornalista non deve premere l’assenso, e neppure il presunto share. Non ha bisogno del conforto dell’ascoltatore. Il suo obbiettivo è la verità. E non sembri retorica. Verità, di cui di solito in quelle trasmissioni non c’è prova e tantomeno certezza.

Quando gli ospiti sono uomini politici, spesso di segno opposto, ciascuno ottiene il proprio applauso, qualsiasi cosa abbia detto. Che senso ha? A cosa serve? Chi ha ragione? Si applaude la performance, le persone battono le mani a prescindere dal senso di ciò che hanno ascoltato. Il giornalista può vantarsene? Oppure, da un punto di vista professionale, dovrebbe essere proprio lui a zittire quelli che battono le mani. Sono sostenitori della maggioranza o dell’opposizione, grillini, leghisti, o cosa? E perché sono stati invitati? Sono comparse, come quelle ospitate dove si registrano I Soliti ignoti, la Corrida, o il quiz di Jerry Scotti?

Diego Bianchi, in questi giorni, ha sistemato figure di cartone nelle poltrone vuote del suo studio. Anche se pure a lui, si è notato, qualche sospiro è scappato, qua e là, dovendo fare a meno del calore dei fedelissimi.

CALORE e fedelissimi

Calore, fedelissimi. Ecco le parole magiche. Il primo viene ritenuto indispensabile per chi fa spettacolo. A porte chiuse non piacciono neppure le partite di calcio, che sono grande spettacolo. Ma i giornalisti non recitano, non gareggiano, non si esibiscono.

Quanto ai fedelissimi, chissà se lo sono anche gli spettatori a casa? Non sono comizi, quei programmi. Lì sì che è normale applaudire. Ma neppure i comizi si addicono al giornalista. Che è bene non li faccia. Insomma, i dirigenti televisivi sull’onda di ciò che sta accadendo in questi giorni tristi, ci riflettano: la serietà del giornalismo dovrebbe interessare anche a loro. Lo share è importante, ma la qualità del prodotto-notizia lo è di più. E dovrebbero pensarci i giornalisti, nonché i sindacati e l’Ordine ai quali sono iscritti.  A Biagi, a Zavoli, ad Andrea Barbato forse non sarebbero piaciuti gli applausi fasulli. Perché li accettano i professionisti di oggi?