Il cdr del Corriere chiede al direttore Luciano Fontana di utilizzare lo “smart working”, il lavoro da casa. “Caro direttore -scrivono i rappresentanti sindacali dei giornalisti di via Solferino- purtroppo l’emergenza coronavirus si sta ulteriormente aggravando, interessando in alcuni casi (l’ultimo riguarda un assessore regionale) anche la città di Milano. Vista la situazione vorremmo capire a che punto è la ricognizione che ci hai annunciato per ridurre la densità delle presenze in redazione, in modo che la si possa comunicare ai colleghi che sono sempre più preoccupati e continuano a sollecitarci interventi volti alla mitigazione dei rischi”. Il cdr ricorda che il direttore ha affermato che il lavoro in un giornale “è un lavoro di comunità”, e ha sottolineato l’esigenza di “equità, per non aggravare il carico di lavoro dei colleghi impegnati nella macchina del giornale”. Il cdr quindi precisa che non intende intaccare il lavoro di squadra o i carichi di lavoro per chi è impegnato nella macchina del giornale, ma afferma che lo “smart working” viene già applicato in tantissime aziende, compresi alcuni giornali come l’Eco di Bergamo, dove un collega è stato trovato positivo al coronavirus: “Si tratta di una modalità di organizzazione che non pregiudica affatto il lavoro in comunità, mentre un’adeguata dotazione di portatili e macchine virtuali consente agevolmente di svolgere da remoto anche parte del lavoro di desk e non solo quello di scrittura”.

Il cdr conclude che l’intervento di mitigazione del rischio non può essere ridotto al piano di smaltimento ferie, “proprio in un momento in cui invece c’è bisogno di più colleghi al lavoro, seppur in una modalità diversa da quella tradizionale”.